Cittadini al forno

Di Luigi Amicone
05 Aprile 2011
Ripubblichiamo un articolo di Luigi Amicone del 1999, che racconta la storia di Alessandro Patelli accusato di molestie sessuali e indagato dal pm Pietro Forno, per poi essere assolto in tutti i gradi di giudizio

Ripubblichiamo un articolo di Luigi Amicone pubblicato da Tempi nel 1999, che racconta la storia di Alessandro Patelli accusato di molestie sessuali e indagato dal pm Pietro Forno, per poi essere assolto in tutti i gradi di giudizio.

Questa storia comincia nella primavera del 1997. B., una ragazza cinese della regione del Fujan, viene fermata dalla polizia a Linate perché in possesso di un passaporto falso e condotta in una comunità di Voghera dove rimane fino alla fine del 1998. E dove conosce Alessandro Patelli, ex leghista e consigliere regionale lombardo che dal ’97 è impegnato con la comunità vogherese per la realizzazione di un progetto di inserimento giovanile. D’accordo con la sua famiglia, Patelli decide di accogliere la ragazza in casa e fa domanda d’affidamento, che viene accolta dopo la lunga procedura di rito per accertare l’idoneità della famiglia.

Nel Natale del ’98 B. va in affido in casa Patelli, frequenta una scuola media statale e, non conoscendo l’italiano e parlando solo un dialetto cinese, un corso pomeridiano di italiano e delle lezioni private di cinese presso un’amica di famiglia cinese nota a Milano per essere una delle interpreti ufficiali della Procura milanese in materia di immigrazione clandestina.

Passano mesi apparentemente tranquilli. In realtà, come si scoprirà solo più tardi dalla traduzione del suo diario e dalle numerose lettere ricevute dai genitori naturali, B., fin dal suo ingresso in casa Patelli, subisce continue pressioni dai genitori cinesi perché, o scappi e torni in Cina, o invii soldi a casa per saldare i debiti familiari. In Cina, infatti, è vietato avere più di un figlio salvo pagare una sorta di multa che spesso costringe le famiglie a contrarre debiti pesanti. Spesso perciò le figlie femmine sono malviste (il più delle volte se non c’è già un figlio maschio vengono soppresse) perché non considerate degne del prezzo pagato per tenerle. Tutto ciò spiega molto dei continui progetti di fuga della ragazza, del suo desiderio di lavorare e poter contribuire a sanare i debiti di famiglia per i quali, probabilmente si sentiva in colpa.

In effetti, dal diario di B. il peso di una simile storia emerge di continuo. Così come emerge anche l’illusione, inevitabilmente delusa, che la nuova famiglia possa finalmente ripagarla di tutto quanto le era mancato in precedenza. Fino a giugno, comunque, pur coltivando i propri piani di fuga, B. continua a condurre la sua vita fatta di studio e di lezioni private. Si arriva a giugno. Il giorno 13 la famiglia di Patelli parte per una vacanza di una dieci giorni al mare. B. deve affrontare gli esami di licenza media e resta a casa con il padre. Ormai, però, come è evidente dalla lettura del diario, la ragazza ha deciso la fuga e l‘assenza della famiglia Patelli sembra favorire i suoi piani. Proprio il giorno 13 il diario si interrompe con un’ultima pagina a cui affida tutto il suo sconforto: “La mia mamma vera non mi ha mai domandato se sto bene, se studio bene, mi ha chiesto invece di chiedere prestiti, di mandare soldi, di aiutare il fratello maggiore e quello minore a trovare lavoro. (…) perché sono femmina non mi hanno mai voluto bene (…) di me non chiedono niente perché sono una donna (…) Mi sanguina il cuore, ma nessuno lo sa. (…) Non voglio più vivere qua altrimenti un giorno scoppierò come una bomba”. Tra l’altro si legge: “Se scappo rovinerei in qualche maniera coloro che non mi vogliono bene o fingono di volermene”.

Domenica 20, Alessandro Patelli è impegnato tutto il giorno in un trasloco nel bergamasco. La ragazza resta a casa e, come si apprenderà dai tabulati, telefona più volte alla famiglia in Cina. Patelli torna all’ora di cena e prepara la cena per entrambi. Durante il pasto avviene una discussione: la ragazza ribadisce la decisione di voler tornare in Cina e aiutare il padre. Patelli per l’ennesima volta cerca di spiegarle che il Tribunale dei minorenni non le permetterebbe di tornare in Cina prima dei 18 anni. La ragazza insiste e Patelli tronca bruscamente il discorso.

Alla fine della cena, il “fattaccio”: B. si lamenta per un dolore al collo; Patelli le dice che “sarà colpa del troppo studio” e avvicinandosi le passa una mano, a mò di massaggio, alla base del collo. Poi Patelli va in Stazione Centrale ad acquistare un biglietto per Bologna dove si sarebbe recato il mattino seguente. E infatti, il giorno dopo, alle sei di mattina lascia l’abitazione mentre B. dorme ancora.

Dal treno, come risulta dai tabulati, Patelli chiama la sua famiglia al mare chiedendo come stiano le altre figlie; poi chiama B. per per rammentarle di telefonare alla madre che non la sentiva dalla partenza per il mare. B. invece non telefonerà mai. Esce di casa e si reca dall’interprete di cinese. Alla donna consegna il passaporto, ottenuto grazie alla sua nuova famiglia, e il permesso di soggiorno perché l’aiuti a fuggire in Spagna. L’interprete la rassicura, e anzi basandosi sulla sua esperienza in materia di immigrazione clandestina, le fornisce una sorta di consulenza su come fare. Dopo aver telefonato in Cina e in Spagna, la ragazza lascia all’interprete il numero di telefono della famiglia d’origine (e comunica il numero della stessa interprete ai genitori naturali). La donna garantisce anche alla ragazza che le pagherà il biglietto ferroviario per la Spagna. La partenza è fissata per venerdì 25.

B. si reca quindi dall‘assistente sociale e le confida di aver litigato con il padre che poi l’avrebbe “palpeggiata”. L’assistente sociale le chiede dove sia il suo passaporto e B. afferma di averlo smarrito al punto che si recano insieme a un commissariato per esporre regolare denuncia. L’assistente sociale si mette in contatto con la famiglia Patelli spiegando che la ragazza aveva litigato con il padre affidatario e che, perciò, sarebbe stato più opportuno, come consuetudine in questi casi, riportarla in comunità.
Nei giorni tra il 21 e il 24 di giugno, la ragazza, tenuta sotto controllo per evitare che fugga, viene ripetutamente convocata a Milano dagli assistenti sociali e dal pm Pietro Forno che, nel frattempo ha preso la pratica in mano. Il 24, infatti, la denuncia viene formalizzata: strada facendo gli iniziali “palpeggiamenti” sono diventati un autentico abuso. B., in realtà, dichiara anche di non voler né denunciare Patelli né di volere alcun processo, ma Forno accelera i tempi per giungere a un incidente probatorio che renda prova certa le dichiarazioni rese fino a quel punto prima che la ragazza compia 18 anni e possa quindi partire senza alcuna possibilità di trattenerla. B. compie diciotto anni il 21 settembre.

L’incidente probatorio viene fissato per il 20, ma la ragazza al momento di entrare in aula si rifiuta e il Gip è costretto a fissare un’altra udienza per il 6 di ottobre. Anche perché, Forno nel frattempo ha convinto la giovane a firmare un prosieguo dell’affidamento ai servizi sociali fino ai 21 anni. Il 6 ottobre, si svolge l’incidente probatorio. Avviene anche che alla lettura della lettera inviata nei giorni precedenti l’udienza dal padre naturale al padre affidatario per chiedere scusa dei problemi creati, la ragazza scoppi in lacrime e lasci l’aula. Le dichiarazioni però sono confermate e a questo punto il processo si può celebrare anche in assenza della ragazza. E infatti B. fugge indisturbata. Non prima però di aver voluto salutare la madre affidataria e, notizia di mercoledì 24, aver riferito a un giudice del tribunale dei minori di “aver raccontato solo bugie”.

Il resto è storia degli ultimi giorni. La richiesta di rinvio a giudizio di Patelli risale al 15 novembre (presumibilmente quindi prima della ritrattazione della ragazza che vanificava l’unica prova acquisita), mentre l’assegnazione al giudice per l’udienza preliminare è del 24, quando si apprende che con Patelli il pm richiede il rinvio a giudizio anche di una suora del centro di accoglienza di Voghera con l’accusa di aver rivelato notizie confidenziali a Patelli, permettendogli, quindi, di eludere le indagini.
Dal rientro della ragazza in comunità, infatti, il pm teneva sotto pressione le suore convocandole a Milano per continui interrogatori e, tra l’altro, mettendo sotto controllo i telefoni della comunità.

Curiosamente, però, proprio una di queste intercettazioni riguarda una telefonata di B. all’interprete di cinese in cui la giovane avverte la connazionale di “stare attenta” e di non dire niente del passaporto e, anzi, di tenerlo ben nascosto. Sarà una perquisizione a far rinvenire all’interno di una bibbia in casa dell’interprete il documento “smarrito”. Qual è, quindi, il ruolo dell’interprete esperta in materia di immigrazione e disposta ad adoperarsi per far fuggire B. e tenere i contatti con la famiglia d’origine? E quale attendibilità possono avere le dichiarazioni (poi ritrattate) della ragazza che sembra aver mentito sin dal primo giorno tanto all‘assistente sociale quanto al pm?

Intanto il consigliere regionale Alessandro Patelli è finito su tutti i giornali con l’accusa infamante di abuso sessuale. E proprio alla vigilia della campagna elettorale per le elezioni regionali della prossima primavera. Chi, eventualmente l’accusa si rivelasse infondata, pagherà i danni arrecati? Per ora a Patelli restano gli attestati di solidarietà del consiglio regionale, con il presidente Formigoni, in testa e dell’associazione “Famiglia – Società in azione” che in un comunicato denuncia una “giustizia talebana” che punta a “a far giustizia della famiglia”: “Conosciamo bene Patelli – si legge nel comunicato – impegnato da tempo a favore dei ragazzi ospiti della Comunità di accoglienza di Voghera. Ci aveva chiesto di aiutarlo a realizzare il suo progetto per l’inserimento nel mondo del lavoro di questi ragazzi che a 18 anni devono lasciare gli istituti” e “restano abbandonati a se stessi”. “Ecco come si incrociano i destini di tutti i protagonisti di questa vicenda. Chiunque viva a contatto con questi ragazzi sa che le ferite interiori che li accompagnano generano spesso fantasmi che si manifestano in comportamenti ‘socialmente difficili’”. Ora hanno conosciuto anche i fantasmi di una giustizia che genera mostri.
 
Postilla. Il quotidiano Libero, in data 19 aprile 2010, ha intervistato Alessandro Patelli, nel frattempo assolto in tutti i gradi di giudizio dalle accuse formulate dal pm Pietro Forno. Ecco cosa dice Patelli a distanza di dieci anni da quell’accusa: «Non fossi stato il Patelli della Lega, non si sarebbero accaniti così». Le va di raccontare? «Faccio il volontario a Voghera, in una comunità di accoglienza giovanile. Tra gli ospiti c’è una ragazzina cinese di 17 anni, trovata a Linate senza passaporto, probabilmente destinata al mercato americano della prostituzione. Io e la mia compagna la aiutiamo e poi otteniamo l’affido, la mandiamo a scuola, la ospitiamo per sei mesi. Finché un giorno, dopo una banale discussione, lei va dall’assistente sociale e mi accusa di molestie sessuali». Perché? «Lo scopriremo poi, traducendo il suo diario cinese: i genitori al telefono tentavano di convincerla a scappare e tornare in Cina, portando soldi». Viene denunciato? «No, ma il pm Pietro Forno apre lo stesso un’inchiesta». 
Come finisce? «La ragazza, prima di fuggire in Oriente, confessa al Tribunale che si era inventata tutto, ma vengo comunque rinviato a giudizio. Poi assolto in tutti i gradi. Però…». Però? «L’accusa di molestie ai minori è la più infamante per un uomo. Le confesso che se non avessi avuto l’esperienza di Tangentopoli, che in qualche modo mi ha formato, mi sarei buttato da un viadotto. L’avrei fatta finita, suicida per vergogna».

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