20 giugno, famiglie in piazza. «Nessuno cerca lo scontro, ma il dialogo si fa in due. Diamo voce a chi non ne ha»

Intervista a Massimo Gandolfini, portavoce dell’iniziativa. «Tutto è nato perché molti genitori non sanno neanche cosa si insegna ai loro figli nelle scuole»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «I nostri ragazzini incominciano a sentire queste idee strane, queste colonizzazioni ideologiche che avvelenano l’anima e la famiglia: si deve agire contro questo. (…) Queste colonizzazioni ideologiche fanno tanto male e distruggono la società». Basterebbero queste poche parole pronunciate da papa Francesco davanti ai 20 mila fedeli riuniti domenica scorsa in piazza San Pietro per l’apertura del Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, per spiegare il senso della manifestazione che il comitato “Difendiamo i nostri figli” ha organizzato per il 20 giugno a Roma (piazza San Giovanni, ore 15.30). Massimo Gandolfini, portavoce dell’iniziativa, spiega a Tempi lo spirito dell’iniziativa e come è nata.

Gandolfini, perché avete organizzato questa manifestazione?
Per dare voce a chi non ne ha. Abbiamo promosso centinaia di incontri e conferenze durante l’ultimo anno per raccontare quello che è avvenuto in alcune scuole italiane con l’introduzione dell’ideologia gender attraverso opuscoli o lezioni. Secondo il ddl Fedele-Marcuzzi ai bambini va insegnato che la mamma e il papà sono uno «stereotipo» che va eliminato per liberare l’«identità costretta» dei bambini. Su questo argomento c’è ignoranza, molte famiglie non sanno nulla. Quando abbiamo prospettato loro cosa vuol dire “scelta dell’identità sessuale” hanno capito l’ideologia/antropologia che c’è dietro e si sono allarmati. Ecco perché una manifestazione. E legato al tema del gender, c’è l’enorme problema della famiglia, bombardata da ogni parte, esautorata dal suo ruolo costituzionalmente garantito di educare i propri figli.

Non era meglio un dialogo tra le parti, aprire «un confronto tra gente che vuole bene a tutti», come propone il segretario della Cei Nunzio Galantino? Cosa sperate di ottenere in questo modo?
Sono due cose che non si escludono, non sono incompatibili. Il dialogo, come suggerisce Galantino, non va negato a nessuno. Ma per dialogare si deve essere almeno in due. Se dall’altra parte ci sono persone che vogliono costituire famiglie che non sono famiglie, o educare i bambini all’indifferenza sessuale, il dialogo è stroncato sul nascere. Questo non vuol dire essere contro gli omosessuali o negare loro dei diritti. Il ddl Cirinnà sulle unioni civili svilisce la famiglia così come la intende la Costituzione. Non solo, ma può aprire una voragine: domani a queste coppie come si potrà negare il “diritto” di avere un bambino? Speriamo che la manifestazione possa essere un segnale per tutti quei politici che non hanno il coraggio di alzare la testa e di andare contro il politically correct.

Come è stata accolta dalla Chiesa la giornata del 20 giugno?
Beh, all’inizio c’è stato del disorientamento. Poi però si è capita la bontà dell’iniziativa e di chi l’ha organizzata. Non ho visto ostacoli, in molti stanno aderendo: singoli, gruppi di amici, famiglie, ragazzi. Non sigle o movimenti ma persone. Mi conforta quello che il Papa ha detto nel discorso all’assemblea generale della Cei: «I laici che hanno una formazione cristiana autentica, non dovrebbero aver bisogno del vescovo-pilota o di un input clericale». Ciò che serve, ha rivendicato, è un pastore che esce «verso il popolo di Dio per difenderlo dalle colonizzazioni ideologiche che gli tolgono l’identità e la dignità umana».

«Un cristiano che si mette contro qualcosa o qualcuno già sbaglia», ha detto ancora Galantino al Corriere. Ma la manifestazione è contro qualcosa?
La manifestazione racconta la bellezza della famiglia fatta da padre, madre e figli. Non vogliamo giudicare quanti vivono in modo diverso, vogliamo però denunciare la pericolosità dell’ideologia gender e di chi vuole ferire la famiglia così come la natura ce l’ha data. Perché garantire alle unioni civili la pienezza dei diritti concessi alla famiglia? Prendiamo esempio dalla storia. Quando fu scritta la legge 194 nel 1978 erano in gioco il diritto della donna da una parte e del bambino dall’altra. Lo Stato, allora, fece una scelta di favore, decise di considerare come diritto fondamentale quello della donna. Riutilizziamo oggi questo “favor legis” per le famiglie naturali.

«Non si può considerare uguale quello che è diverso, in una convivenza sociale è necessario accettare le differenze. (…) Il matrimonio uomo-donna non è la stessa cosa dell’unione di due persone dello stesso sesso». Sono parole usate nel 2010 da Bergoglio, quando era cardinale. Oggi, da Papa, ormai con una certa frequenza, Francesco chiede ai cattolici di darsi da fare per una «rinascita morale e spirituale» tanto più necessaria quando «parliamo di educazione dei ragazzi», ovvero dei “bersagli” più indifesi dei “nuovi diritti”. Cosa farete il 20 giugno per darvi da fare?
Ci saranno testimonianze di chi ha già subìto la violenza dell’ideologia gender nelle nostre scuole. Saranno presenti attori, uomini della cultura. Trasmetteremo video-clip di personalità che non saranno in piazza ma che ci sostengono a distanza. E poi relazioni di professionisti che ci spiegheranno cos’è il gender, che entreranno nel merito del ddl Cirinnà e delle ricadute di queste ideologie sulla società italiana. In piazza a Roma non ci saranno solo cattolici, verranno anche musulmani, evangelici, la comunità dei Sikh della capitale e tanti altri. Anche omosessuali. E al termine rilanceremo la proposta di papa Francesco di una grande veglia di preghiera indetta per il 3 ottobre, alla vigilia del Sinodo della famiglia.

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