L’unanimità degli anti-unanimità

Di Daniele Barale
25 Giugno 2026
​Il Consiglio dell’Odg Piemonte sposa la linea arcobaleno (e il Pride). Ma sotto le apparenze del "linguaggio inclusivo" si cela il solito vizio: decidere in pochi nel nome di tutti

​Nel lessico del conformismo contemporaneo, subito dopo “inclusività”, la parola più venerata è diventata “unanimità”. Fa rima con armonia, dà l’idea di un mondo pacificato dove il bene (quale?) ha finalmente trionfato e il dissenso è stato felicemente riassorbito. L’ultimo esempio di questa estasi collettiva arriva da Torino, più precisamente dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

​Con una delibera approvata, appunto, “all’unanimità”, il Consiglio regionale ha deciso non solo di promuovere la neonata “Carta Arcobaleno” – presentata in pompa magna al Salone del Libro lo scorso 17 maggio e subito arruolata come testo deontologico nei corsi di formazione – ma ha persino rinnovato l’adesione formale dell’Ordine al Torino Pride del successivo 6 giugno. Il tutto, si legge nelle note ufficiali, in nome di un «impegno volto alla promozione di un linguaggio che eviti stereotipi di genere».

​Siamo di fronte a un’operazione puramente ideologica, che non trova alcuna giustificazione né nei contenuti né nel metodo con cui è stata condotta. Grattando via la vernice retorica dell’inclusione, la realtà si rivela decisamente diversa dalla narrazione ufficiale. Perché quell’unanimità tanto sbandierata non è il frutto di un dibattito franco e appassionato tra i professionisti dell’informazione sabauda, ma il risultato della solita scelta calata dall’alto. Una decisione presa nelle stanze chiuse di Palazzo Ceriana Mayneri che ha lasciato profondamente contrariati diversi giornalisti piemontesi. Professionisti le cui osservazioni, inviate per ben due volte con lettera firmata, non sono state tenute in alcun conto.

​Nasce da qui, dal silenzio imposto alla base, l’esigenza di porre alcune domande. Non per sterili polemiche, bensì per quel vecchio vizio del mestiere che consiste nel fare le pulci al potere; perfino a quello che si veste coi colori dell’arcobaleno.

​Chiamati in causa da un gruppo di iscritti che ha messo nero su bianco il proprio dissenso, i vertici dell’Ordine piemontese hanno reagito secondo il perfetto manuale dell’egemonia culturale felpata. Nessun muro contro muro, per carità. La risposta istituzionale è arrivata intrisa di quella cortesia pseudo-ecumenica che ringrazia per i toni rispettosi e mostra comprensione per le obiezioni, tuttavia poi ha ribadito, nella sostanza, che la linea non si tocca. Unica concessione, respinta al mittente per ovvi motivi, buttare nell’arena mediatica le due lettere indirizzate al Consiglio.

​Per nobilitare l’operazione, l’Ordine si è trincerato nella stessa scia di testi deontologici passati, come la Carta di Roma per i migranti. Il paragone, tuttavia, è fallace. La tutela di un minore o di un migrante si fonda su dati oggettivi e universalmente condivisi di fragilità biologica e giuridica. Il mondo LGBTQ+, al contrario, porta con sé un carico di definizioni terminologiche e visioni antropologiche – dall’utero in affitto alla carriera alias nelle scuole – che sono tuttora il cuore di un legittimo, seppure spesso condotto senza fair-play, dibattito giuridico e politico-filosofico. Equipararle non significa, di fatto, sottrarre d’autorità questi temi alla libera discussione critica, blindandoli sotto la tutela della deontologia? Strumento di orientamento o vincolo surrettizio?

​Il rischio di tutta l’operazione è quello del “pensiero guidato”. Ammettere che esistano “cornici narrative” predefinite entro cui il giornalista deve muoversi non rischia di trasformarlo da osservatore critico della realtà a semplice esecutore di un protocollo linguistico? Se il nostro impianto deontologico è già solido nel garantire la dignità di ogni essere umano, a cosa servono le carte specifiche come quella “arcobaleno”, se non a validare una tesi ideologica anziché proteggere le persone? La vera qualità dell’informazione non si ottiene forse rispettando la verità dei fatti e la cura nell’uso delle parole, piuttosto che conformando il lessico alla “neolingua” rispondente ai desiderata di una minoranza?

​Chi ritiene queste preoccupazioni un’esagerazione da retroguardia farebbe bene a riavvolgere il nastro della storia recente e a guardare oltreconfine, laddove le “cornici narrative” raccomandate sono già diventate dispositivi di legge e mannaie giudiziarie per chiunque – giornalisti, fedeli o cittadini – rifiuti di allinearsi.

​In Italia ci avevano già provato con il ddl Zan: approvato alla Camera nel novembre del 2020, fu definitivamente bloccato al Senato nell’ottobre del 2021 proprio perché una parte importante del Paese si accorse del rischio reale di istituire un reato d’opinione flessibile, capace di colpire chiunque difendesse l’unicità della famiglia quale riconosciuta e sancita dalla nostra Costituzione (art. 29) o l’oggettività biologica dei sessi maschile e femminile. Tuttavia, ciò che allora fu respinto dal Parlamento italiano per via legislativa, rischia oggi di rientrare dalla finestra per via deontologica attraverso i regolamenti degli Ordini professionali.

​Quello che accade all’estero è un tragico campanello d’allarme. L’Europa e il resto dell’Occidente sono ormai costellati di casi in cui la professione della Fede Cristiana o la critica alle pretese dell’agenda LGBTQ+ si sono trasformate in un reato da perseguire nei tribunali.

​Nel Regno Unito, la persecuzione dei cattolici e dei cristiani ortodossi è cronaca quotidiana. Nel 2019, la dottoressa cattolica David Mackereth è stata licenziata dal Dipartimento del Lavoro per essersi rifiutata di identificare i pazienti con pronomi diversi dal loro sesso biologico, una decisione confermata dai tribunali del lavoro britannici che hanno definito la “fede” nella biologia maschile e femminile «incompatibile con la dignità umana». Più di recente, ha fatto il giro del mondo il caso di Isabel Vaughan-Spruce, l’attivista cattolica arrestata a Birmingham per aver pregato mentalmente e in silenzio nei pressi di una clinica abortiva; una vicenda talmente paradossale da aver costretto la polizia a risarcirla per arresto illecito, salvo poi vederla nuovamente incriminata e processata all’inizio del 2026 in virtù delle nuove e rigidissime restrizioni sulle cosiddette “zone cuscinetto”.

​In Svezia, il celebre caso del pastore Åke Green – processato e condannato in primo grado nel 2004 per una predica in cui definiva il comportamento omosessuale un peccato sulla scorta delle Scritture, prima di essere faticosamente assolto dalla Corte Suprema nel 2005 – ha dimostrato come persino la libertà di pulpito sia sotto scacco. Negli Stati Uniti, la pressione giudiziaria contro i cattolici e i professionisti tradizionali è costante: basti pensare al caso del pasticcere del Colorado Jack Phillips (Masterpiece Cakeshop), trascinato per un decennio davanti alle corti americane (fino alla pronuncia della Corte Suprema del 2018) solo per aver rifiutato di preparare torte nuziali per matrimoni tra persone dello stesso sesso in obbedienza alla propria coscienza.

​Ma il caso più clamoroso e inquietante d’Europa si è consumato in Finlandia: l’ex ministro dell’Interno Päivi Räsänen e il vescovo luterano Juhana Pohjola sono stati trascinati in tribunale fin dal 2021 con l’accusa di “incitamento all’odio”. La loro colpa? Aver pubblicato nel lontano 2004 un opuscolo che difendeva il matrimonio tradizionale e aver twittato nel 2019 un versetto della Lettera ai Romani di San Paolo. Dopo successive assoluzioni in primo grado e in appello, nel marzo del 2026 la Corte Suprema finlandese ha ribaltato clamorosamente i verdetti precedenti con una storica sentenza di condanna, stabilendo che la difesa della dottrina cristiana in pubblico costituisce un reato penale. Per anni, i magistrati dello Stato hanno preteso di processare l’interpretazione dei testi sacri, arrivando oggi a censurarli.

​Quando un Ordine professionale come quello dei giornalisti decide di blindare un linguaggio, sta ponendo le basi per questo identico tipo di deriva. Se il cronista non può più citare il Magistero della Chiesa, se non può più riportare i dubbi della scienza sulla transizione di genere o le opinioni contrarie al paradigma dominante senza il terrore di sanzioni, sospensioni o radiazioni, la libertà di informazione cessa di esistere.

​La vera qualità dell’informazione non si ottiene uniformando il linguaggio sotto un unico colore, fosse anche quello dell’arcobaleno. Si ottiene garantendo il pluralismo delle idee e la libertà di chiamare le cose con il loro nome, senza il timore di finire sul banco degli imputati per non aver usato la formula standard approvata dal diversity editor di turno o per aver osato difendere la realtà biologica delle cose.

​Resta allora un’ultima, decisiva domanda da porre pubblicamente a Palazzo Ceriana Mayneri: come si concilia l’adozione di queste «cornici narrative» con il diritto di cronaca e di critica laddove un giornalista si trovi a riportare le posizioni dei cattolici, del magistero della Chiesa, tesi scientifiche controcorrente o semplici opinioni politiche divergenti dal paradigma della Carta?

​Finché la risposta del Consiglio sarà il silenzio o l’ennesima cortesia inclusiva, sapremo già cosa pensare: a Torino l’inclusione vale per tutti. Tranne che per i giornalisti liberi.

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