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marzo 31, 1999 Kramar Silvia E Postman Neil

La televisione del Duemila (e quella di ieri) secondo
uno dei più acuti studiosi di media americani:
“È la cultura unica dei nostri giorni” per questo (anche senza Oscar) “Truman Show è un gioiello contro il dominio del teleshopping delle idee”

Signor Postman, dove sta andando la televisione, alle soglie del Duemila?

Segue due fenomeni, uno vecchio e l’altro molto recente. Il primo, almeno negli Stati Uniti, ma anche in molti altri Paesi industrializzati, è un fenomeno consumistico: la televisione è un mezzo per vendere audience al mondo della pubblicità, e la sua funzione civica ed educativa rimane praticamente inattivata e non viene mai sviluppata. E oggi questo fenomeno di “vendita” del pubblico alle grandi campagne pubblicitarie televisive è ancor più sentito di qualche anno fa; e direi anche oramai inevitabile.

Il secondo fenomeno, così nuovo che nemmeno noi “filosofi” dei media riusciamo per il momento a prevederne il futuro, è quello della grande nascita dei canali televisivi via cavo: stazioni locali, o nazionali, che si dedicano – al contrario delle grandi sorelle dei network, della Cnn e delle altre grandi reti televisive americane – a degli interessi specifici degli ascoltatori, che prendono cioè la mira nel seguire i gusti, e la curiosità, del pubblico. Mi riferisco qui ai canali via cavo americani come quello dedicato al mondo degli animali, ai documentari sulla natura, oppure quello dei documentari storici: canali che offrono, per la prima volta, un’ampia scelta per il consumatore. Certo anche questi canali via cavo vivono grazie alle “elemosine” dell’advertising, ma perlomeno si diversificano, creando un universo televisivo non monopolistico.

Parliamo di televisione commerciale: è giusto dare al pubblico i programmi che loro vogliono, invece di imporre scelte studiate, se il pubblico, a giudicare dai sondaggi, vuole solo divertirsi, cerca insomma quello che voi americani definite “cheap entertainment”, divertimento di bassa lega?

Torniamo per un attimo alla frase “i programmi che la gente vuole…”, vede, a mio parere questo è un punto molto più complesso di quanto non si possa dedurre dagli articoli dei critici televisivi. Nessuno sa veramente quello che la gente vuole: certo, a livello superficiale appare ovvio che si vuole divertire, che l’entertainment entra con grande successo nelle case dei teleascoltatori. Ma nessuno può dire con esattezza se la gente vuole anche qualcos’altro. Prendiamo l’America, ad esempio: nei primi anni della televisione, le news erano completamente diverse: i notiziari serali approfondivano temi costruttivi, c’era una politica fatta di concetti più profondi, i documentari venivano messi in onda anche nel prime time: il concetto tanto di moda oggi della “headline”, della notizia da consumarsi in una manciata di secondi non esisteva. E la gente ascoltava e seguiva. Ma chi vuole rischiare oggi di annoiare il pubblico? Prendiamo ad esempio la radio americana di cinquant’anni fa: una grossa ditta come la Firestone a quei tempi poteva sponsorizzare, da sola, un intero programma di un’ora e aveva quindi ampia scelta sui temi e vasto controllo sui contenuti. Fu proprio il proprietario della Firestone, un amante della musica classica e della lirica, che decise di sponsorizzare, ogni sabato pomeriggio, un’opera.

I manager della radio cercarono in tutto i modi di dissuaderlo, pensando di rischiare un enorme calo negli ascolti; beh, invece l’opera ebbe un successo inaudito di ascolto: 25 milioni di americani, ogni sabato, l’ascoltavano, da cima a fondo. Mi segue? Non sappiamo cosa vuole lo spettatore, sappiamo solo che suo malgrado guarda quello che gli viene offerto, o almeno alcuni dei programmi teletrasmessi.

Esistono oggi dei filosofi, dei pensatori come lei che stanno non solo studiando il fenomeno tivù, ma che hanno anche voce in capitolo – ai massimi livelli – per indirizzare i manager delle grandi reti americane o mondiali?

Purtroppo siamo considerati solo dei critici: e il nostro numero continua a restringersi, perché oggi si guadagna di più a studiare, a pubblicare libri e ad analizzare il mondo dell’Internet o della tecnologia dei computer. I più famosi comunque sono Mark Miller, preoccupato soprattutto dalle grandi concentrazioni televisive nelle mani di un singolo proprietario; e Robert McChesney, un vero accademico che insegna a livello universitario. E i network ci considerano quasi dei nemici, ci invitano a parlare ma ci considerano degli estranei. Si ascoltano più gli investitori dei critici: il sistema, oggi, funziona così.

Cosa ne pensa del film “The Truman show”?

Un gioiello! Un altro critico televisivo, Neil Gabler, aveva scritto un libro identico all’idea del film: che la televisione è diventata insomma la nostra unica cultura. Il fenomeno è così evidente: la televisione è diventata il centro della nostra vita.

Ed è per questo che adesso escono film come “The Truman show” e altri come “Wagging the dog” che ci fanno vedere i retroscena del potere occulto della tivù, il gioco segreto nascosto dietro al “grande manipolatore” televisivo?

In senso metaforico quello che lei mi chiede è estremamente vero: dobbiamo pensare alla televisione come al centro di comando della nostra cultura, per cui solo quello che “avviene” in televisione esiste.

Come la famosa domanda filosofica che gli studenti americani imparano a scuola: se un albero cade nella foresta amazzonica e nessuno lo vede cadere, quell’albero esiste veramente?

Esatto, proprio così: oggi se una cosa non appare sugli schermi televisivi, non esiste. Certamente non possiamo guardare “The Truman show” in maniera letterale, ma come metafora è perfetta. Oggi è la televisione che ci fornisce le notizie, la politica, il business, le nuove espressioni culturali… tutto esce dal piccolo schermo, insieme alla letteratura popolare, alla musica: e così noi giudichiamo la nostra società attraverso lo specchio della televisione. Tutto il resto è uno sviluppo marginale e di poca importanza della nostra cultura.

Allora lei vede la televisione come un gigantesco ‘centro per gli acquisti’, oppure anche come un mondo delle idee? Quale dei due concetti le sembra più pertinente, qual è il nuovo trend, vista la sua profonda conoscenza del mezzo?

Nel mio libro questi due concetti – lo shopping televisivo e il mondo delle idee – vengono mescolati cosicché le idee diventano dei prodotti – divertenti – da vendere in televisione. Ma oggi ci sono pochissime idee serie rimaste in televisione, perché la tivù non ha più tempo per quello, si considera un medium visuale, ama semplicemente “farsi guardare” dalla gente.

Quali sono queste poche idee rimaste?

A seconda dei programmi si vede qualche scintilla di buona politica, di psicanalisi, di cultura: ma sempre a tarda serata, quando la gente ormai non guarda più.

Quindi… se nessuno vede non esistono?

Vedo che ha capito perfettamente la mia opinione della televisione alle soglie del Duemila.

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