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VERSO IL MEETING/10 Ornaghi: Educare e formare

agosto 17, 2011 Chiara Rizzo

«Senza senso religioso non è possibile avere un senso di comunità». Intervista a Lorenzo Ornaghi, rettore dell’università Cattolica di Milano

Provate ad immaginare il presidente della più grande università di Israele Moshe Kaveh, quello dell’Università cattolica d’America, John Garvey, seduti con il rettore della prestigiosa Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, tutti insieme a twittare. Sembra assurdo, ma non lo sarà al Meeting, dove le tre guide dei rispettivi atenei sarranno interrogati anche a “ritmo di twitter” sul “Senso Religioso, alla radice dell’Università”. Qualcuna delle loro risposte, dovrà essere di così poche parole da starci in un sms, e a monitorare sarà il moderatore del dibattito Joseph H. Weiler, direttore dello Straus Institute alla New York university. Una bella sfida per degli accademici abituati all’arte oratoria, ma Lorenzo Ornaghi, il rettore della Cattolica, che poi è la culla in cui è nato il Senso religioso di don Luigi Giussani, non ha timore.

Rettore, cosa propone ai suoi studenti un’università che è sin dal nome “cattolica”, rispetto a una statale?
Un’università che forma e al tempo stesso che educa. Quindi cercherei di far capire ai ragazzi il valore dell’educazione oggi, rispetto alla semplice formazione professionale, e in particolare il significato dell’educazione che comporta anche un senso religioso, perché senza questo senso religioso, non è possibile nemmeno avere un senso di comunità.

Nei ragazzi di oggi, che sono più a caccia dell’ultimo iPhone, più che del senso della vita, lei che atteggiamento vede? Vede ancora in loro questo senso religioso?
Sicuramente anche tra i miei studenti l’atteggiamento che vedo è quello così diffuso nella società intorno a noi. Qual è la funzione di un’università cattolica, allora, se non fare affiorare quella domanda che c’è dentro il cuore, spesso sepolta sotto la formazione che questi ragazzi che hanno avuto, e sotto le rappresentazioni sociali del nostro tempo? I ragazzi apparentemente soffocano ogni domanda di tipo religioso, e invece gli interrogativi vanno fatti emergere. Questo è anche il senso della ricerca accademica: è quello che emerge proprio nello studio universitario, anche come metodo per affrontare le discipline che si studiano.

Che cosa prevede il vostro modello educativo per avviare questa ricerca?
Il claim della nostra Università quest’anno è che siamo un’esperienza autentica. Al di là delle discipline, infatti, il modo per far emergere la ricerca di domande, ancor prima della risposta, è rendere l’università un luogo da vivere a 360 gradi, dove incontrare altri studenti, ma anche altri docenti, confrontarsi, stimolarsi e crescere. Appunto: un’esperienza. La formula “comunità universitaria” non dovrebbe essere una formula vuota. E dentro una comunità universitaria c’è sicuramente la figura trainante dei docenti, ma non solo, nella nostra comunità ci sono anche gli assistenti pastorali che hanno una grande funzione educante, e poi gli stessi studenti, che potrebbero e dovrebbero svolgere questa funzione educante nei confronti degli altri studenti.

In che modo?
Nella forma più “elementare” si prevede un “tutoraggio”, una cura degli altri compagni di corso; ma, in realtà, qualsiasi esperienza vivono negli anni dell’università, dall’innamoramento alle amicizie, sono “educanti” in una comunità. Questo è possibile anche nell’università di oggi, non possiamo fare generalizzazioni, né aspettarci che la quotidianità corrisponda esattamente alle nostre aspettative. L’esperienza di chi vive l’università, da noi, non si ferma alla frequenza delle aule per i corsi: significa ad esempio fermarsi a studiare nelle aule, e poi trascorrere gran parte della propria quotidianità tra i chiostri. Per altro la Cattolica ha ancora dei convitti, in cui i ragazzi si fermano a dormire, un po’ come i vecchi collegi. La nostra ambizione è quella di far vivere un’esperienza che se da una parte aiuta ad affrontare la realizzazione di se stessi, l’idea di successo e di persona, dall’altra aiuta anche a percepire il proprio valore per la società. La realizzazione di se stessi è anche un bene che ciascuno di noi può fare per la collettività.

E questo come lo insegnate?
Ci sono una serie di iniziative, tra le quali ad esempio l’addestramento per il volontariato internazionale. Questa non è magari una delle attività legate al curriculum professionale, ma che guarda più a questa dimensione di crescita umana. Poi queste esperienze si trasformano in charity program all’estero, anche presso altre università.

Il numero dei vostri iscritti aumenta?
Siamo in buona tenuta con il numero di iscritti, ma soprattutto c’è una percentuale significativa di studenti che sceglie la Cattolica per motivi religiosi. Una percentuale tanto più significativa rispetto a quei tanti che pure la scelgono, anche con il sacrificio economico o dell’allontanamento dalle città di origine.

Tra i vostri studenti ci sono anche dei musulmani. Come si trovano?
Vedo un’ottima integrazione, tanto che questi ragazzi frequentano i nostri corsi di teologia. È davvero una forma di reciproca conoscenza tra culture. Sono ragazzi che vengono da paesi arabi musulmani, che per una scelta precisa arrivano in Erasmus o per la frequenza di corsi singoli. Ma pian piano iniziano ad arrivare anche le seconde generazioni di musulmani italiani.

Per quanto riguarda le discipline, la preparazione in un’università cattolica è diversa?
No, il curriculum è uguale, ma quello che cerchiamo di fare, soprattutto nelle discipline come le scienze umane o le scienze mediche, è mostrare le connessioni con la dottrina sociale della Chiesa. Questo sì, sicuramente è fatto in modo più rilevante che in altre università.

Quando si è confrontato con suo colleghi di altre università, ha riscontrato negli studenti le stesse problematiche?
Sono molto simili. La principale difficoltà che entrambi incontriamo è che chi si iscrive all’università oggi tende a considerarla solo come luogo della formazione professionale, in più ho la difficoltà aggiuntiva di far capire qual è il plus valore di essere cattolici. Che non è cioè una difficoltà nell’indottrinamento, ma, parafrasando il titolo del Meeting, è di mostrare che vivere dentro la nostra università dà una maggiore certezza, se non una maggiore consapevolezza.

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