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«Tfa, ecco perché i corsi universitari costano così»

maggio 9, 2012 Carlo Candiani

«Lo Stato non ci dà un euro»: così Michele Faldi, direttore della Didattica dell’Università Cattolica di Milano, spiega il costo dei corsi universitari. E aggiunge: «Bene riconoscere i tre anni di attività svolta dagli insegnanti».

Tra i problemi più discussi legati al Tfa c’è quello dei costi dei corsi universitari che faranno parte del percorso formativo. Le cifre sono piuttosto importanti, si parla di migliaia di euro. «La logica è la stessa degli studenti universitari che si iscrivono ai corsi di laurea – spiega a tempi.it Michele Faldi, direttore della Didattica, Formazione post-laurea e servizi agli studenti dell’Università Cattolica di Milano -. Non essendo i corsi del Tfa finanziati dal ministero (non ci sono fondi per questo) e non rientrando nella normale attività istituzionale delle università, finanziata tramite il fondo di finanziamento ordinario del Miur, il loro costo è a carico degli atenei e quindi degli utenti».

Questo spiega le cifre così alte?
Nella mia università, la cifra di iscrizione al Tfa è più bassa di molti corsi della nostra facoltà. D’altra parte, teniamo presente che con le tasse che gli iscritti pagano, l’università deve far fronte a tutti i costi organizzativi, gestionali, amministrativi, di docenza, di strumentazione, di aule, che il Tfa richiede per un anno.

Respingete l’accusa di chiedere troppi soldi?
La verità è che questi corsi hanno un costo, la gestione è interamente a carico delle università, che non avendo fondi propri si devono per forza rifare sull’iscritto, che è come un qualsiasi maturato che si iscrive dopo l’esame di Stato. Un dato positivo è l’indicazione arrivata dal ministero, di mantenere un’area “armonica” di costi per tutte le università. Se ne sono sentiti di tutti i colori, si parlava di corsi che costavano mille euro e altri addirittura vicini ai settemila: una forbice irrealistica. L’indicazione parla chiaramente di rimanere tra i 2.000 e i 3.500 euro, che è invece un dato realistico, se si considerano i numeri del Tfa. Per quanto riguarda la Cattolica, tra Milano e Brescia avremo 500 iscritti, quasi un corso di laurea. Non avendo un euro da parte del ministero e dovendo disporre di docenti, aule, bidelli e strutture informatiche, l’università si accolla tutta una serie di spese che non avrebbe senza il Tfa: il budget è presto fatto.

Cosa ne pensa delle ultime polemiche che hanno riguardato le dichiarazioni del ministro Profumo a mezzo stampa?
È un aspetto che riguarda marginalmente l’università. La Nota fa chiarezza su tutti coloro che hanno almeno tre anni di servizio e non erano ancora abilitati per colpa del vuoto strutturale e formativo che la chiusura delle Ssis aveva generato. È il riconoscimento di un’attività che i non abilitati hanno svolto. Come al solito sono molto “thrilling” le modalità di comunicazione: prima arriva l’intervista via stampa e solo dopo la nota ministeriale. Così non si capisce chi giustifica chi. Però è positiva la sottolineatura che, nel caso specifico, il percorso “privilegiato” tiene conto sia dell’insegnamento nella scuola statale, sia di quello nella paritaria.

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