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Termidoro alla milanese?

luglio 14, 1999 Sordi Piero

Con il passaggio di consegne tra Borrelli
e D’Ambrosio è finita la (non solo metaforica)
era del Terrore al tribunale di Milano.
Ecco i perché del disgelo tra Berlusconi e il pool

Da una parte ci sono i dati di fatto, incontestabili: Francesco Saverio Borrelli non è più il capo supremo della Procura di Milano; Gerardo D’Ambrosio, il suo successore, si appresta a guidare un ufficio con 90 pm e vorrebbe chiudere con le vecchie battaglie del passato; Silvio Berlusconi ha una legittima aspettativa di non passare altri anni della sua vita a fare l’imputato a Milano ed è stufo di veder strumentalizzata in chiave personale ogni sua posizione sui temi della giustizia. Dall’altra parte ci sono le speculazioni e le dietrologie, talvolta risibili: “È una manovra contro i Pm di Palermo”; “È un’abile doppiogioco dei pm di Milano, che fingono di trattare per poter contrattaccare”; “È tutta colpa della sinistra, che non ha dato ai magistrati la spinta per affondare il Cavaliere”. Il faccia a faccia domenicale del 27 giugno tra Berlusconi e i pm milanesi Francesco Greco e Paolo Ielo, negli uffici della Guardia di finanza a Palazzo di giustizia, ha spiazzato un po’ tutti, soprattutto i professionisti dell’anti-berlusconismo ad oltranza e gli osannatori del Pool. Incapaci di rassegnarsi a spiegare con due sole, semplici parole il gesto del leader di Forza Italia e dei magistrati: realismo e ragionevolezza.

E se arrestassimo anche Mani pulite?

Tra Berlusconi e il Pool è in corso un braccio di ferro che dura da cinque anni. Il Cavaliere ne porta addosso i segni: tre condanne in primo grado, per le presunte tangenti alla Gdf, per la vicenda All Iberian e per l’acquisto della casa cinematografica Medusa. In tribunale sono ancora da celebrare il processo All Iberian 2 e quello per l’acquisto del calciatore Lentini, mentre è in corso l’udienza preliminare per la vicenda Sme (il cosiddetto caso “Toghe sporche”). In arrivo, infine, c’è quella che nei corridoi della Procura è stata ribattezzata l’”offensiva finale”, la maxi-inchiesta del pm Greco sui bilanci consolidati della Fininvest che promette una nuova richiesta di rinvio a giudizio per presunti “fondi neri” per oltre 1000 miliardi. Nel complesso, una mole di lavoro enorme per la Procura, per la polizia giudiziaria, per i giudici delle udienze preliminari e per quelli del dibattimento. Con tempi ancora lunghissimi, grande dispendio di energie e la prospettiva, per i magistrati, di accorgersi alla fine di aver preso anche molti abbagli. Niente di scandaloso allora, da entrambe le parti, nel sedersi uno di fronte all’altro e cominciare a chiedersi: “Come ne possiamo uscire? C’è la possibilità di chiudere questo lungo confronto giudiziario?”. Le possibilità il codice le offre, soprattutto sul terreno dei patteggiamenti. La Procura, che nel 2000 raddoppierà l’organico e preferirebbe cominciare a dedicarsi con serietà alle tante sfide della nuova criminalità milanese, non chiede di meglio. Berlusconi, dopo aver sondato per mesi il terreno con la mediazione soprattutto dell’avvocato Ennio Amodio, è disposto a ragionevoli concessioni. Un sano realismo, favorito da un’innegabile circostanza: con “l’imparziale” Borrelli e con il Di Pietro dei tempi di “Io quello lo sfascio”, non si poteva parlare; con D’Ambrosio, magistrato dichiaratamente di sinistra e con i suoi pm (eccezzion fatta per Ilda Boccassini, ormai ridotta in minoranza), si può trovare ascolto e magari chiudere molti rancori con una stretta di mano. Il nuovo procuratore di Milano – ormai manca solo la ratifica del Csm – è stato esplicito dopo l’incontro del 27 giugno nel parlare di “svolta” e nel dirsi convinto che questa “normalizzazione nei rapporti con Berlusconi è nell’interesse del Paese”.

Nostalgia della giustizia Espresso Chi invece l’ha presa male sono i nostalgici della Mani pulite che fu, primi tra tutti quelli dell’Espresso, che si sono fatti in quattro per cercare di spiegare l’accaduto in altri modi. Prima hanno ipotizzato che in realtà i pm di Milano abbiano teso una trappola a Berlusconi, per costringerlo a venire allo scoperto. Poi, resisi conto che sfioravano il ridicolo, hanno optato per una dietrologia più complessa: i pm milanesi, in realtà, sono stati raggirati da Berlusconi, che li manovra per disinnescare le inchieste della procura di Palermo. Sottointesa, nell’analisi dell’Espresso, quasi una preghiera alla Procura siciliana, ormai orfana di Giancarlo Caselli: “Fate qualcosa, ripristinate l’ordine!”. Insomma, lanciate un nuovo attacco a Silvio Berlusconi.

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