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Storie di bambini nati da madri in coma. Quando lo stesso giorno si celebrano una nascita e un funerale

febbraio 16, 2014 Benedetta Frigerio

La medicina oggi permette di far venire alla luce dei figli, tenendo in vita artificialmente la madre. La difficile scelta di padri coraggiosi

mamma coma«Sabato pomeriggio è nato il mio bellissimo e incredibile bambino, Iver Cohen Benson. Iver sta bene ed è la persona più dolce e preziosa che abbia mai incontrato. Purtroppo abbiamo dovuto dire addio alla donna migliore e più forte che abbia mai conosciuto». È così che sabato scorso il canadese Dylan Benson (nella foto con la moglie, ndr) è diventato padre e vedovo nello stesso istante. Sua moglie Robyn fu dichiarata morta un mese e mezzo fa, quando era alla 22esima settimana di gravidanza, ma lui non esitò a lottare per la vita del figlio. Alle critiche di chi lo ha accusato di accanimento e egoismo il giovane ha replicato: «Siamo tutti certi, la sua famiglia e i miei amici, che mia moglie avrebbe voluto lo stesso: vedermi lottare per dare a mio figlio il massimo possibile».

REGALO DI NATALE. Dylan non è il solo. Come lui ci sono stati altri padri che hanno scelto di mantenere in vita la moglie per salvare il figlio. Circa un mese prima, 19 dicembre del 2013, a Napoli nasceva Maria, alla 28esima settimana e dopo quasi 4 mesi di coma materno. I dottori le davano una settimana di vita ma Gianpiero, il padre, li aveva spinti a non mollare, perché «Carolina (la moglie) e Maria ce la faranno». La gravidanza era proseguita e, qualche settimana prima di avere la certezza che la bambina sarebbe nata, l’uomo aveva scritto: «La nascita della mia piccola sarà un regalo bellissimo per Natale». Al parto i medici hanno parlato di «risultato grandioso: è la prima donna che partorisce dopo essere finita in coma a così poche settimane di gestazione». Anche nel caso di Robyn a chi parlava di accanimento fu risposto che alla base della scelta non c’era una volontà folle, ma la scienza e «la possibilità di mantenerla in vita per far crescere il nostro bambino: il suo corpo vitale darà a nostro figlio una buona probabilità di sopravvivenza».

Schermata 2014-02-12 a 15.21.33«SI MUOVE!». Prima di lui anche Hasitha (nella foto a destra), cingalese residente a Milano, aveva voluto che la moglie Nirmala fosse aiutata a rimanere vitale dopo la morte cerebrale affinché la gravidanza proseguisse. Il figlio Matteo nacque nel 2010 all’ospedale Niguarda di Milano, alla 29esima settimana: «Portarlo a casa è un sogno», aveva dichiarato il padre a cui i dottori dissero che, forse, il figlio non sarebbe cresciuto o che avrebbe riportato qualche handicap: «Lo ammetto – aveva poi confessato – in quei momenti ero talmente disperato che avrei voluto arrendermi». Ma, poi, di fronte all’ecografia, Hasitha si è commosso perché Matteo «si muoveva. Era vivo! E dopo la nascita lo avrebbero potuto curare nel migliore dei modi».

LOGICHE D’AMORE.  Insieme a Ivor, Maria e Matteo c’è anche la piccola Nicole, che quest’anno compirà 8 anni, nata a 29 settimane da Cristina, dopo un coma di 78 giorni. Era il marzo 2006 quando, alla 17esima settimana, la donna fu portata al Niguarda di Milano in seguito a un aneurisma. Saputo delle condizioni irreversibili della donna il padre di Nicole, Toni, aveva chiesto ai medici di fare il possibile per salvare la piccola, certo che Cristina volesse lo stesso: «Era contenta della gravidanza, non avrebbe deciso diversamente», spiegò l’uomo che, anche di fronte allo scetticismo di tanti, preferì attaccarsi «all’unico filo di speranza: quel filo era mia figlia». E che dopo il parto tornò a casa «come se stessi volando» e ringraziando Cristina «che morendo mi ha dato la bambina». Davanti al reparto di neonatologia Toni, intervistato da Tempi, disse: «Lì sei come preso al lazoo dalla vita perché vedi le mamme che si spremono il latte per quei loro figli senza futuro. I dottori glielo hanno già detto: domani morirà. Eppure cavano il latte dal seno anche se è l’ultima sera».

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