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Se volete capire il fenomeno Trump non leggete Repubblica, dice Repubblica

febbraio 3, 2017 Redazione

Un paradossale commento di Federico Rampini spiega perché, nonostante l’indignazione dei media e degli oppositori “di piazza”, il presidente non perde consensi

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L’articolo più interessante su Trump apparso finora su Repubblica è quello in cui Repubblica cerca di spiegare perché i lettori di Repubblica non capiranno mai Trump finché leggeranno Repubblica. Lo firma oggi Federico Rampini, corrispondente da New York del quotidiano romano.

«SENSAZIONE FUORVIANTE». «Donald Trump corre verso un impeachment, o almeno verso una clamorosa “implosione” della sua presidenza, travolta da errori e provocazioni estremiste?», si domanda Rampini all’inizio dell’articolo. Risposta capolavoro: «Questo può pensarlo chi legge La Repubblica e tanti altri giornali europei, o i quotidiani liberal delle due coste Usa come New York Times, Washington Post, Los Angeles Times. Ma la sensazione di un acuto isolamento mondiale, e perfino di una vasta rivolta interna, è parziale e fuorviante».

PROMESSE MANTENUTE. Infatti, spiega il giornalista di Repubblica, «vista dall’America che lo ha votato, la presidenza Trump sta mantenendo quasi tutte le promesse». E dunque non dovrebbe apparire strano a nessuno (tranne, forse, ai lettori di Repubblica) il fatto che «nei sondaggi – per quel che valgono – la sua popolarità oscilla più o meno dov’era l’8 novembre; all’incirca un 45% si fida di lui». Perfino qualcosa di più, se stiamo a questo articolo di repubblica.it. «Storicamente è una partenza modesta per un presidente», prosegue Rampini, «ma non c’è quella frana che si potrebbe desumere dalla condanna dei media o dalle piazze piene di manifestanti».

BIANCHI INTEGRALISTI. Ovviamente lo stesso Rampini, che di Repubblica è una “prima firma”, adopera nei confronti dell’universo trumpiano il vocabolario del disprezzo utilizzato in genere da Repubblica. Il giudice Neil Gorsuch, appena nominato da Trump alla Corte suprema come successore del defunto Scalia, è un «integralista». I suoi valori sono quelli «dell’America bianca» (ma perché?). I posti di lavoro che rischiavano di essere trasferiti in Messico e che invece con l’accordo fra Trump e i giganti dell’automotive sono stati “blindati” negli Usa, sono «pochi», «solo alcune migliaia». I suoi elettori sono «teocon». Tuttavia, al netto dei termini denigratori, l’analisi di Rampini è ineccepibile.

IL GIUDICE. Il corrispondente di Repubblica prova anche a rileggere «ciascuno degli atti e dei messaggi-shock» del presidente, ma questa volta senza il filtro che lo obbliga a parlare di «shock», appunto, piuttosto guardando le cose «con gli occhi di quella (quasi) metà della nazione che lo ha portato alla Casa Bianca». Ed ecco che la nomina di Gorsuch diventa «una mossa vincente che ricompatta la destra», soprattutto una mossa che piace ai cristiani «evangelici e rinati» che «lo votarono con percentuali plebiscitarie l’8 novembre».

IL LAVORO. Ancora. L’incontro con gli amministratori delegati delle principali industrie automobilistiche attive in America – durante il quale Trump ha incassato dalla Ford la garanzia che «uno stabilimento nuovo verrà aperto nel Michigan anziché in Messico» –  diventa «per i colletti blu del Michigan», e quindi anche per il Rampini scrivente, una mossa azzeccata: «C’è un presidente che convoca i chief executive, fa la voce grossa, e sta dalla “nostra” parte».

IL MURO. Vogliamo parlare del muro con il Messico per sbarrare la strada ai “delinquenti”? Scrive Rampini: «Ma noi stessi quante volte abbiamo pubblicato articoli di Roberto Saviano sulla potenza dei narcos messicani, la loro impunità, le gravi connivenze nell’esercito e nella polizia locali? Trump ne trae le conseguenze». Non solo. Continua il giornalista: «Per sottolineare la differenza con la sinistra politically correct, ecco uno dei suoi temi favoriti, in un tweet del 24 gennaio: “Se Chicago non blocca l’orrenda carneficina, 228 sparatorie e 42 morti dall’inizio dell’anno, mando i federali”. Roccaforte democratica, la città di Barack Obama è il simbolo delle ricette fallimentari della sinistra tollerante e lassista. Law and Order trionferanno con Trump».

I PROFUGHI. Secondo Rampini perfino la misura che ha creato più indignazione, il blocco temporaneo degli ingressi da sette paesi islamici, il decreto che praticamente tutti i giornali del mondo hanno «giudicato un autogol micidiale», è tutt’altro che un autogol agli occhi degli elettori di Trump. Sempre Rampini: «Per l’America che lo ha votato non c’è dubbio chi abbia ragione: Trump vuole proteggerci, mentre Obama e Hillary non osavano neppure pronunciare la definizione di “terrorismo islamico”».

IL TERRORISMO. Idem per la partecipazione del presidente alla National Prayer Breakfast. Spiega Rampini: «I media progressisti lo sbeffeggiano perché lui indulge sulla mediocre audience di Arnold Schwarzenegger che lo ha sostituito nel reality show The Apprentice. Ma nella stessa occasione Trump si dilunga sul “genocidio dei cristiani perpetrato dal l’Isis, le teste mozzate, cose che non vedevamo dal Medioevo”». Il messaggio secondo il giornalista è che «non siamo certo noi gli intolleranti», e anche in questo caso è un messaggio «chiaro e forte». Almeno per chi ha fatto le giuste letture.

Foto Ansa

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