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Se il Fatto quotidiano non riceve finanziamenti pubblici, perché non smentisce Libero?

luglio 15, 2012 Chiara Sirianni

“Fatto quotidiano. Non riceve alcun finanziamento pubblico”: questa la scritta sotto la testata del quotidiano.

La bomba è di quelle destinate a fare rumore e l’ha lanciata il quotidiano Libero in un articolo firmato Fosca Bincher (anagramma di Franco Bechis). Alla luce di una relazione firmata da Giorgio Poidomani (al tempo presidente del consiglio di amministrazione del Fatto Quotidiano), il giornalista mette in fila una serie di brutte notizie per il quotidiano di Travaglio e Padellaro, che nei primi tre mesi del 2012 ha subito un forte calo di vendite. Fin qui, nulla di strano. Ma stando a Libero, Poidomani avrebbe chiesto al governo di Mario Monti un finanziamento pubblico di 162.000 euro. Nonostante sotto la testata spicchi orgogliosamente la scritta: “Fatto Quotidiano. Non riceve alcun finanziamento pubblico”.

Ironia della sorte, l’opportunità arriverebbe da una legge del governo Berlusconi. Precisamente la n. 220 del 13 dicembre 2010 (art. 1, comma 40), «che riconosceva a domanda delle imprese editoriali interessate un credito di imposta del 10% sulla carta acquistata e utilizzata. In teoria un finanziamento diretto a tutti. In pratica no: perché in tempi di crisi il plafond a disposizione non basta per tutti, quindi ottiene i soldi solo chi arriva prima degli altri. Il Fatto quotidiano non ha perso tempo, ed è stato fra i primi a fare domanda, anche se in attesa della risposta non ha inserito prudentemente l’importo del finanziamento pubblico in bilancio. La prima volta però non si scorda mai».

Sarà vero? La notizia è tale che si attendeva una sdegnata smentita. Che però, dopo giorni, non è ancora arrivata: né sulla versione on-line né su quella cartacea. Unico accenno alla questione finanziamenti è un articolo in fondo al giornale a pagina 11, titolato «Il trucco di Libero per gonfiare le vendite», in cui si descrive un escamotage per far apparire un numero maggiore di copie vendute, mediante canali di vendita differenti dall’edicola. Fine. Nessuna vignetta contro il quotidiano diretto da Belpietro, nessun editoriale velenoso in prima pagina, nessun documento (o intercettazione) in grado di far apparire infondate le accuse.

Non c’è niente di male a chiedere finanziamenti. Ma chi si è sempre posizionato sopra un piedistallo per non averli richiesti, dovrebbe quanto meno parlare. L’ultimo attacco di Marco Travaglio ai giornali che ricevono finanziamenti risale al 15 gennaio 2012: «Alcuni giornali imbottiti di soldi pubblici si sono adontati perché abbiamo fatto notare la coincidenza del loro silenzio. Se la coincidenza non la fa notare l’unico giornale che rifiuta i finanziamenti pubblici, chi altri la farà notare?». In quell’occasione, il direttore dell’Unità Claudio Sardo si era detto stufo dei «consueti toni inquisitori» di Travaglio e soci. Ricordando che «tra gli smemorati colleghi del Fatto ce ne sono molti che fino a poco fa si battevano in difesa dei giornali “imbottiti di soldi pubblici” e altri che ci lavoravano tranquillamente senza porsi alcun problema di coscienza. Se è lecito cambiare opinione, è altrettanto doveroso però spiegare il perché. Con questo spirito, in modo che i lettori sappiano, ripubblichiamo integralmente uno degli appelli che l’attuale direttore del Fatto Antonio Padellaro, allora alla guida de l’Unità, firmò il 1° agosto del 2006 insieme ai direttori di Europa, Liberazione, Secolo d’Italia e Padania, in difesa del finanziamento pubblico ai giornali. In quella stagione Marco Travaglio era una delle firme di punta del quotidiano. Ogni commento ci pare superfluo».

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