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Se bastasse un No per scatenare la fine del mondo

ottobre 17, 2016 Alfredo Mantovano

Benigni, l’Economist, l’ambasciatore americano. Quanti interventi a piedi uniti sul referendum che annunciano catastrofi in caso di vittoria del no. Io esigo rispetto per il mio voto

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Roberto Benigni, l’ambasciatore americano, l’Economist. Solo il primo ha diritto di voto in Italia, ma è accomunato agli altri due perché tutti e tre intervengono a piedi uniti sul referendum costituzionale senza spendere un solo argomento di merito. Preferiscono evocare le tragedie che deriverebbero dalla vittoria del No: Benigni richiama la Brexit, l’Economist raffigura in copertina l’Italia come un autobus che pendola sull’orlo di un precipizio, l’ambasciatore Phillips dice che non arriveranno più gli investimenti.

A differenza di Benigni, non penso che la Costituzione italiana sia la più bella del mondo: se lo fosse, non solo Benigni non sarebbe così entusiasta di cambiarne più d’un terzo, ma tante sue disposizioni non sarebbero ancora inattuate (penso alla disciplina dei partiti e dei sindacati) e tante altre non sarebbero state distorte rispetto all’impostazione originaria (famiglia e libertà di educazione). Davanti alla Costituzione si può avere un tratto più disteso di quello usato da Mosè quando scese col Decalogo dal Sinai: il contesto che ne ha accompagnato la stesura, le vie intermedie cercate fra gli orientamenti culturali di chi l’ha scritta, l’assenza all’epoca di fonti di diritto sovraordinate come quelle europee, insieme a tanto altro, hanno fatto emergere limiti obiettivi. E con essi la necessità di una riforma reale, che tocchi pure punti qualificanti della sua prima parte. La Costituzione del 1948 somiglia a un ammalato di bronchite: la patologia è seria e va affrontata con decisione. La riforma Renzi propone di sostituire la bronchite con la polmonite: non tocca uno solo dei nodi critici della Costituzione come è e come è stata modificata nel tempo, e ne introduce di ulteriori. Se devo scegliere fra tenermi la bronchite o aprire alla entusiasmante prospettiva di una polmonite, preferisco restare come sono: eviterò il peggio e forse potrò attrezzarmi per guarire.

Alle urne col revolver alla tempia
Esigo comunque rispetto per il mio voto. Mi viene chiesto se sono favorevole alla riforma costituzionale: il Sì o il No non è sulle sorti del governo, pur se è evidente la ricaduta politica. La scheda che mi verrà consegnata il 4 dicembre riguarda la riscrittura di 47 articoli di un testo la cui proiezione di vita è più lunga di quella di un governo. Chiedo che mi si tolga dalla tempia il revolver delle presunte catastrofi derivanti dalla sconfitta del Sì, e che inizi una buona volta il confronto sulla effettiva scomparsa del bicameralismo, sul ruolo del nuovo Senato, sui nuovi procedimenti di formazione delle leggi, sull’entità concreta dell’abbattimento dei costi. Phillips sa bene che gli investimenti sono disincentivati dal rifiuto delle Olimpiadi più che dall’abolizione del Cnel. L’Economist sa bene che il rischio Grecia dipende più dall’indebitamento, incrementato dagli 80 euro, dalle mance ai diciottenni e dalle quattordicesime, che dai risparmi da abolizione delle province (peraltro già abolite, e quindi da non conteggiare due volte). Benigni sa bene, spero, che gli effetti più sensibili della Brexit sono derivati dalle speculazioni dei mercati finanziari prima ancora che fosse noto il risultato del voto, mentre sul futuro Bruxelles e Londra non formulano ancora previsioni.

Confesso che ho qualche dubbio solo quando ascolto la sequela di “canizie vituperosa” che concorre a sostenere le ragioni del No, spesso muovendosi in modo speculare rispetto ai sostenitori del Sì quanto ad astrazione dal testo di riforma. Ma il dubbio è fugato dalla semplice lettura delle modifiche alla Costituzione, e dall’insofferenza dei media e di tanti esponenti del mondo finanziario e di lobby varie per il voto dei popoli. Rivolgersi ai popoli è pericoloso – ormai lo dicono apertamente –, perché ha esiti diversi da quelli voluti dalle élite finanziarie e burocratiche. Il rifiuto dell’Europa nelle rare occasioni (Brexit inclusa) in cui ci si ricorda che la democrazia passa dalle schede elettorali è l’esito coerente di decisioni assunte a prescindere dalla volontà degli europei. Nella demonizzazione del No c’è pure questa componente ideologica. Dalla quale è igienico guardarsi.

Foto Ansa

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