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L’indipendenza non dà certezze alla Scozia. Ma gli inglesi hanno ottime ragioni per temere il referendum

settembre 13, 2014 Matteo Rigamonti

L’Inghilterra perderebbe di colpo l’85 per cento delle riserve di gas e petrolio più una fetta di economia da 150 miliardi. Al popolo scozzese resterebbero gli idrocarburi, ma anche una popolazione troppo vecchia

Sarà un testa a testa fino all’ultimo tra il fronte degli indipendentisti e quello degli unionisti in Scozia. Le ultime previsioni per il referendum che si terrà il 18 settembre sono discordanti: ci sono sondaggi che attestano il fronte del “sì” all’indipendenza da Londra sul 51 per cento e altri che danno il “no” al 52 per cento. Comunque sia, gli indipendentisti fanno paura, almeno a giudicare dagli appelli all’unità  “last minute” di autorevoli politici britannici come il premier conservatore David Cameron e l’ex numero uno dei laburisti Gordon Brown. Tanto che in Scozia i due schieramenti sono stati ironicamente ribattezzati come “Blue Tories” (i conservatori) e “Red Tories” (i laburisti). Come a dire che tutti gli schieramenti a Londra tifano per il “no”.

SE VINCE IL SÌ. Una vittoria degli indipendentisti non piacerebbe a Londra, perché il Regno Unito perderebbe oltre a un terzo del suo territorio e più di 5,2 milioni di abitanti anche l’85 per cento delle riserve di gas e petrolio. Se ne andrebbe anche una fetta di economia del valore di 150 miliardi di sterline, pari all’8 per cento della ricchezza britannica, nonché l’8,2 per cento di tasse. E senza contare l’industria del greggio nel Mar del Nord. Gli indipendentisti, scrive Avvenire, «sostengono che il nuovo Stato avrà 1.500 miliardi di sterline di gas e petrolio ancora da estrarre» ed entrate fiscali pari, nei prossimi cinque anni, a «57 miliardi di sterline, che costituiranno le fondamenta di un’economia alla norvegese, con un welfare ben più esteso di quello attuale».

TROPPI ANZIANI. Però, fanno notare diversi analisti, la stima dei giacimenti potrebbe essere sopravvalutata («la produzione di idrocarburi è scesa del 38 per cento dal 2011») e «solo con un drastico aumento delle tasse ci si potrebbe avvicinare al sogno scandinavo». Senza contare poi che la demografia non aiuta la Scozia, che ha la maggiore percentuale di persone anziane rispetto al resto del Regno Unito.

QUALE MONETA? Da considerare è anche la questione della nuova valuta. Se la Scozia vuole l’indipendenza, potrebbe essere costretta ad abbandonare la sterlina. «Un’unione monetaria – ha detto infatti il numero uno della Banca d’Inghilterra Mark Carney – è incompatibile con la sovranità». Edimburgo, per fare la voce grossa, potrebbe minacciare di non farsi carico della sua quota di debito pubblico, pari a 1.200 miliardi di sterline, ma una moneta scozzese sarebbe così volatile da spaventare gli investitori, spingendo tante aziende a spostarsi da subito in Inghilterra. L’ultima ad annunciarlo in ordine di tempo è stata proprio la Royal Bank of Scotland, per oltre l’80 per cento di proprietà britannica dopo il salvataggio del 2008-2009. Sarebbe più lunga invece la strada per un ingresso della Scozia nell’Unione europea e nell’Euro: Edimburgo dovrebbe mettersi in coda e sia il popolo scozzese sia Bruxelles sembrano essere scettici.

IL QUESITO. Tra le tanta incertezze, l’unica sicurezza è l’appeal del referendum in Scozia. Oltre 4,2 milioni di elettori (4.285.323), pari al 97 per cento della popolazione avente diritto, si sono iscritti nelle liste per votare e l’affluenza prevista si aggira intorno all’80 per cento. Gli scozzesi dovranno rispondere a una sola e semplice domanda: «La Scozia dovrebbe essere un Paese indipendente?». Due le risposte possibili: «Yes» oppure «No». Tra gli aventi diritto ci sono tutti i cittadini britannici o irlandesi, dai 16 anni in su, che vivono in Scozia ma anche i cittadini dell’Unione europea che risiedono nel paese e quelli del Commonwealth che hanno il permesso di farlo.

DEVOLUTION? Prima che il quesito referendario fosse stilato si era discussa la possibilità di inserire un’eventuale terza opzione per una maggiore autonomia e devoluzione dei poteri. Uno dei maggiori sostenitori di questa opzione era ed è Alex Salmond, il primo ministro scozzese, leader del partito nazionalista Scottish national party (Snp). Ma non se n’è fatto nulla. E in questi giorni la proposta di una maggiore autonomia per Edimburgo è stata rispolverata dall’ex premier inglese Gordon Brown, che ha promesso in cambio dell’annullamento del referendum un «rafforzamento dei poteri del Parlamento scozzese, pur rimanendo al contempo parte del Regno Unito, per quanto riguarda pensioni, Stato sociale, finanziamento dei servizi sanitari, economia, valuta, difesa e sicurezza».

«MI SI SPEZZEREBBE IL CUORE». A conferma dei timori inglesi, mentre la Regina Elisabetta II si è limitata a uno scarno comunicato stampa in cui spiega che «la sovrana è sopra le parti» e «la questione riguarda il popolo della Scozia», il premier David Cameron è andato a Edimburgo promettendo anch’egli più poteri al Parlamento scozzese, istituito nel 1999 . «Mi si spezzerebbe il cuore – ha dichiarato – se la Scozia abbandonasse il Regno Unito». A seguirlo, ma senza proferir parola, anche il laburista Ed Miliband e il liberaldemocratico Nick Clegg, secondo cui, quale che sia l’esito del referendum, «ormai lo status quo è andato».

LA POSIZIONE DEI VESCOVI. Come la Regina, anche i vescovi scozzesi hanno preferito non pronunciarsi in favore di uno schieramento particolare. Hanno comunque invitato gli elettori ad andare a votare. Gli arcivescovi di Glasgow ed Edimburgo, i monsignori Philip Tartaglia e Leo Chusley, hanno diffuso a nome della Conferenza episcopale un documento in cui si dicono «profondamente consapevoli dell’importanza di questo referendum» e incoraggiano gli aventi diritto a «votare secondo completa libertà di scelta ed in accordo con il loro personale giudizio su cosa sia meglio per il futuro, in buona coscienza».
«Non importa quale sarà l’esito del referendum – conclude il messaggio episcopale – Ciò che auspichiamo è che tutti i cattolici continuino ad impegnarsi positivamente nel contesto pubblico e facciano sì che il messaggio cristiano ed i suoi valori siano espressi e compresi al meglio, a beneficio dell’intera comunità».

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2 Commenti

  1. francesco taddei says:

    W la Repubblica di Scozia!

  2. MarcoL says:

    Il Fondo Monetario Internazionale, le banche d’affari e le compagnie petrolifere hanno espresso parere negativo sul futuro della Scozia in caso di indipendenza. La vecchia regina massona di Inghilterra ne teme gli effetti sull’economia inglese. L’ISIS ha appena decapitato il cooperante scozzese David Haines a pochi giorni dal referendum, una mossa che rafforza il governo centrale di Cameron. I quotidiani americani asserviti alle potenti lobby sono anch’essi contro l’indipendenza.

    Su queste premesse, commento l’articolo con indosso un kilt ed in mano il DVD originale di Braveheart. Inutile dire da che parte dovrebbe stare un cattolico:

    Possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai… la Libertà!

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