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Scola: «Educare non significa solo dire all’altro: “Fai così”. Ma dirgli: “Fai questo con me”»

gennaio 22, 2014 Matteo Rigamonti

L’arcivescovo di Milano a Carate Brianza: «L’educatore non afferma valori; tutti oggi affermano valori! Bisogna far fare esperienza di quei valori. Scopo dell’educazione cristiana è far scoprire che l’appartenenza a Gesù conviene»

angelo-scola-flickrL’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, è stato ieri sera in visita alla comunità pastorale di Carate Brianza e Albiate per parlare di educazione. Al cineteatro l’Agorà, presenti 800 persone, il cardinale ha esordito dicendo che la vera «malattia morale del mondo contemporaneo è il narcisismo individuale», che è diverso dall’«individualismo moderno». La società contemporanea, infatti, è sempre più «frammentata», anzi «scheggiata», ha detto Scola richiamandosi all’immagine della Shard of Glass, letteralmente Scheggia di vetro, l’edificio costruito a Londra dall’architetto italiano Renzo Piano, che ha visitato questa estate durante le ferie. «Manca un principio esistenziale unificante, senza il quale la persona non cresce. Ne deriva che i ragazzi si trovano nella frammentazione: al mattino vanno a scuola, poi vivono un’ora di catechismo, un’ora di strumento musicale, poi lo sport, poi hanno i parenti da andare a trovare, e magari anche i genitori separati da alternare».

UNITÀ DELLA PERSONA. Perciò, ha proseguito l’arcivescovo rivolgendosi ai presenti, diventa sempre più importante che l’«educazione cristiana e l’introduzione all’incontro con Gesù vivo» avvengano all’interno della «comunità cristiana». Dove è fondamentale che «tutti, dalle maestre ai catechisti, dagli allenatori ai genitori, guardino al ragazzo partendo sì dallo specifico del loro compito (la pratica dello sport, piuttosto che l’insegnamento di una materia o del catechismo), ma sempre secondo un’apertura che sappia guardare all’unità dell’io» e del contesto in cui esso è inserito. «Se sono l’allenatore di calcio non devo mettermi a parlare di Gesù nell’ora di allenamento, ma preoccuparmi di insegnare bene a giocare a calcio. Facendolo trasmetterò anche ciò in cui credo», ha detto Scola. «È una fraternità tra persone che hanno a cuore il ragazzo a partire da un aspetto della sua vita, quello di propria competenza», ma consapevoli che lo «scopo dell’educazione cristiana è di far fare un’esperienza di appartenenza a Gesù che sia realmente conveniente, corrispondente alle domande, ai bisogni e ai desideri che il ragazzo si trova dentro».

COMUNITÀ EDUCANTE. Nella «comunità educante», ha ammonito l’arcivescovo, va «superata», pertanto, l’idea di «delegare il problema educativo a un singolo: una volta al catechista, un’altra alla maestra piuttosto che all’insegnante di violino». Ciò, infatti, non può avere altro effetto se non quello di «alimentare la frammentazione». E non è un caso che i ragazzi che se ne vanno, lo facciano «dopo il quinto anno di catechismo, dopo la cresima». Vuol dire che non hanno percepito la «definitività dell’appartenenza a Gesù», che è «bella perché ha futuro». Che poi è il «dramma che vivono le generazioni intermedie».
«Dobbiamo fuggire – ha ribadito Scola – la frammentarietà dell’esperienza» e anche l’«autoreferenzialità, che può essere tanto del singolo quanto della comunità». Ma per farlo occorre prestare attenzione alla «vita intera della Chiesa, della diocesi e non solo a quella della nostra parrocchia». È «decisivo», inoltre, «il modo in cui si insegna e si guarda in faccia un ragazzo». Così come «è decisiva la relazione personale e soggettiva, la cura di tutta la sua persona. L’educazione, infatti, è un fatto di osmosi e di stili, non di parole». Non si ottiene con un «discorso» l’educazione.

TRAME DI RAPPORTI. I ragazzi, ha proseguito l’arcivescovo, «prestano attenzione ai legami, alle azioni e ai gesti di chi li educa ed è da questi gesti che percepiscono la nostra appartenenza a Gesù». Per questo è importante fare e comunicare un’«esperienza di vita forte, reale e concreta». La «comunità cristiana», infatti, è una «parentela più forte di quella della carne, dove il ragazzo, proprio come accade in famiglia, è coinvolto in una trama di rapporti». Una concezione della vita e della vità comunitaria, quella descritta da Scola, che è all’opposto del «dualismo che, invece, come europei e moderni, ci troviamo addosso, per cui da un lato c’è la preghiera al Signore e dell’altro l’azione. Soltanto che, quando passiamo all’azione, perdiamo la forma mutuandone il valore stesso dalla mentalità dominante». Ed è questa una conseguenza del fatto che «la nostra società, avendo perso il senso della nuova parentela in Cristo, abbia perso il senso della famiglia, tanto che oggi ci troviamo a dover fare i conti con “famiglie” con tre mamme, due papà e un figlio solo».

«FAI QUESTO CON ME». «Non si diventa padri se non si è figli», ha incalzato nuovamente l’arcivescovo di Milano, riprendendo uno dei concetti a lui più cari. «Ma non se non si è stati figli prima, bensì se non lo si è adesso. Pensate all’importanza che il rapporto costitutivo con il Padre, radicato nella potenza dello Spirito Santo, ha avuto per Gesù». Scola ha poi aggiunto: «Un educatore non è tale se afferma valori; tutti oggi affermano valori! Ma lo è se fa fare esperienza di quei valori». Perché «educare non è solamente dire all’altro “fai questo”, ma è dirgli  “fai questo con me”». Come fa un padre con il figlio. Qui sta il valore della testimonianza cristiana: «La comunità educante deve essere comunità di testimoni, ciascuno col suo compito. Per aiutare ognuno alla propria conversione, che significa cambiamento. Dove non c’è cambiamento, infatti, non c’è nemmeno crescita, e dove non c’è crescita, c’è morte. Noi, invece, auspichiamo un insieme di comunità di vita che coinvolgano il ragazzo in una comunione», secondo un’impostazione che «esalti la libertà, non chiuda nel ghetto ma spalanchi e che sia segno di un’apertura straordinaria». Per concludere il Cardinale ha scelto di citare Romano Guardini: «Educare significa che io do a quest’uomo coraggio verso se stesso. Che gli indico i suoi compiti e interpreto il suo cammino, non i miei. Che lo aiuto a conquistare la libertà sua propria. Devo dunque mettere in moto una storia umana e personale».

IL MILAN. L’arcivescovo di Milano, infine, prima di congedare i presenti, ha precisato che non era affatto sua intenzione offrire «istruzioni per l’uso» alla comunità, o «schemi» da seguire, bensì formulare semplicemente una «proposta di educazione che deve essere sempre sottoposta alla libertà e declinata con realismo», secondo le possibilità di ciascuno. «L’uomo, infatti, comunica sempre solo ciò che è, e dà ciò che ha». Scola si è concesso anche una battuta di spirito finale, rispondendo alla domanda di un allenatore sullo sport. «Se Dio venisse oggi come uomo sulla terra sicuramente sarebbe milanista!». E ha aggiunto, alludendo al difficile momento della squadra rossonera: «Si riprenderà». Tornando serio, poi, ha precisato: «Nello sport non è vero che l’importante è partecipare. L’importante è vincere, altrimenti uno per cosa gioca? Se l’importante è vincere, poi, uno impara anche il senso della sconfitta».

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8 Commenti

  1. riequilibrio says:

    a monsignor scarano, sicuramemte, è convenuta molto

    • beppe says:

      è vero, con questi personaggi ( scarano) abbiamo un problema. ma scambiare la ”convenienza del seguire Gesù” ( cioè sentirsi pienamente realizzati già in questa vita, pur tra tanti sacrifici – non ”sforzi” mi raccomando) con le convenienze mafiose mi sembra una furbata da squilibrato. ognuno ha i suoi crucci e figli degeneri. la chiesa è immersa in una società che non è certo esemplare e l’osmosi può essere reciproca.

  2. gabriel says:

    Non sufficit. Ci vuole qualcosa di più. Se fosse per me guarderei al menù oncologico.

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