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Scola. Giannino: Ora anch’io “cagnolino” laico potrò cibarmi alla mensa ambrosiana

ottobre 3, 2011 Oscar Giannino

Mi sono appassionato a Scola come uomo, prima che prete, vescovo e cardinale. Le sue parole rendono tangibile la centralità dell’Uomo fatto di carne e di sangue come destinatario del messaggio cristiano. Pubblichiamo l’articolo di Giannino che appare sul numero di Tempi (39/2011) in edicola

Mi prendo per una settimana una salutare interruzione dal commentare i tumultuosi eventi politici ed economici. Preferisco per una volta fermarmi e leggere nel cuore, prima che nella testa. Dedico queste poche umili righe al nuovo pastore di Milano, sua eminenza Angelo Scola. Per affidare loro l’espressione della mia gioia per la scelta fatta da Benedetto XVI. Mi capitò molti mesi fa di parlarne coi collaboratori più diretti di sua eminenza a Venezia, quando ancora la scelta era di là da venire, ed essi naturalmente si attenevano alla più rigorosa discrezione, non volendone neppure sentire accennare. Io francamente espressi loro il mio tifo, prima ancora che le mie preghiere. E sono felice che la scelta sia caduta proprio su Scola.

Una rivoluzione della vita concreta
Tifo è una parola impropria, ne sono perfettamente consapevole. Dunque, devo giustificarmi. Sono abbastanza cresciutello da sapere che la Chiesa non si giudica dagli uomini che la guidano. E che il tifo va riservato a ben altri ludi, rispetto agli elementi che chi di dovere prende in considerazione prima di scegliere chi sia il più adatto, a guidare una sede importantissima come quella di Milano. Ma tifo è per me la parola giusta. Non ha nulla a che vedere con quanto i media hanno scritto delle presunte consonanze e vicinanze del cardinal Scola rispetto a questo o quel movimento ecclesiale. E tanto meno è influenzata da impropri giudizi sul grandissimo sforzo pastorale messo in atto a Milano negli anni alle nostre spalle da parte di sua eminenza Dionigi Tettamanzi.

Il mio tifo si deve all’entusiasmo con il quale da anni leggo e divoro gli scritti di Scola. Morte e libertà, La gioia e la fretta, Contro la noia, Chi è la Chiesa?, gli scritti su Wojtyla e Luciani, La vita buona, Buone ragioni per la vita in comune. Leggendo questi, mi sono appassionato a Scola come uomo, prima che prete, vescovo e cardinale. Su di me le sue parole hanno la facoltà di rendere tangibile la centralità dell’Uomo come destinatario del messaggio di un cristianesimo fatto per “rivoluzionare” nella storia e nella carne e nel sangue la nostra presenza qui. Non solo nello spirito, ma nella vita concreta, delle persone e dei popoli.

So bene che espressa così è cosa misera, perché si tratta dell’essenza del cristianesimo per “ogni” cristiano. Ma che cosa volete che vi dica? Io vengo da un mondo e da una formazione e una cultura laica e anzi laicissima. Il tegumento della ragione anteposta a tutto, autoeziologica e onnicomprensiva, si apre nel mio caso meglio e solo con alcune parole e alcuni toni, piuttosto che con altri che invece mi lasciano più freddo, meno compartecipe. Meno “rivoluzionato”, per tornare a un termine che usiamo consunto di significati miseramente politici, quando ha a che fare invece con l’escatologia, la teodicea e l’antropologia.

Come la cananea nel Vangelo di Matteo
Scola ha saputo e voluto sempre parlare ai laici, è uno dei fili rossi più tenaci della sua missione culturale e pastorale. E io di questo gli sono infinitamente grato non perché abbia titolo per parlare a nome di chiunque altro. Ma solo perché mi ha tanto scaldato il cuore, frizionato la testa, sommosso le viscere, gonfiato i polmoni. Non sono buono a tessere commenti sugli equilibri veri o presunti, immaginati o fantasticati, all’interno della Chiesa italiana e nei suoi rapporti con il Pontefice e la curia romana. Mi fermo alle ragioni del cuore. E alla felicità per la facoltà, d’ora in poi, di abbeverarmi direttamente andando in Duomo, non più solo leggendo.

Evangelicamente, prendetemi per un cananeo. Come la donna che nel racconto di Matteo chiede a Gesù di curare la sua figlia malata, e all’inizio il Maestro sembra respingerla perché la sua missione era riservata ai figli perduti ma della sola casa d’Israele. Quando Gesù le risponde all’inizio che non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini, la donna gli replica che eppure i cagnolini si cibano, eccome, delle briciole che cadono dalla mensa dei padroni. E il Maestro sorride. E fa come lei ha chiesto. Ecco, mi sento abbastanza cananeo e cagnolino anch’io. Sarà anche per questo, che sono fe-li-ce perché Angelo Scola oggi siede sulla cattedra ambrosiana.

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