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Anche la Russia di Putin apre allo shale e al fracking. Ma il vero sogno del Cremlino sono i giacimenti al Polo Nord

maggio 30, 2014 Matteo Rigamonti

Intervista a Luigi De Biase, esperto del Foglio per il mercato energetico russo: «Mosca vuole rimanere leader nel mercato mondiale degli idrocarburi. Lo shale gas americano non preoccupa Putin»

Dopo la Polonia, anche la Russia studia il fracking. Come riportato dall’agenzia Reuters, British Petroleum e Rosneft, l’azienda petrolifera di proprietà del governo russo, hanno siglato un accordo per esplorare la presenza ed eventualmente estrarre lo shale oil nel bacino di Bazhenov, una regione della Siberia occidentale grande come la Francia. «Il nostro Paese non deve solo rafforzare e accrescere la sua posizione come fornitore di energia – ha dichiarato Vladimir Putin alla firma dell’accordo – ma deve aspirare a diventare un vero e proprio leader nell’imminente processo di trasformazione energetica globale».
Il giornalista Luigi De Biase, che per il Foglio segue il mercato energetico russo e mondiale, spiega a tempi.it perché Mosca ha deciso proprio ora di accendere i riflettori sullo shale gas e lo shale oil.

De Biase, dopo gli Stati Uniti anche la Russia scommette sullo shale. Come mai?
Sono due casi molto diversi. Per gli Stati Uniti lo shale gas è una priorità nazionale. Per la Russia può diventare in futuro una risorsa d’emergenza per rafforzare ulteriormente la posizione sui mercati e indebolire i concorrenti. Come sappiamo la Russia possiede le riserve convenzionali di idrocarburi più grandi al mondo, ma ha il primato anche sulle riserve shale, che sono concentrate nella sezione artica del Paese. Per questo già negli anni Sessanta i tecnici russi hanno sperimentato metodi di estrazione abbastanza simili a quello che noi oggi chiamiamo fracking, la cosiddetta fratturazione idraulica.

Poi cosa è successo?
È molto semplice: era una tecnica molto costosa. Per un paese ricco di riserve convenzionali come la Russia era insensato puntare sullo shale. In parte si può dire che sia insensato ancora oggi, almeno dal punto di vista economico. E nell’Artico c’è una difficoltà in più, una difficoltà geopolitica, perché la giurisdizione non è certa e molte nazioni si contendono quelle riserve. Il Cremlino cerca ormai da anni di ottenere il controllo completo sulla zona. Proprio per raggiungere l’obiettivo, il ministro dell’Ambiente Sergey Donskoy presenterà molto presto alle Nazioni Unite un rapporto nel quale si cerca di dimostrare che il suolo artico appartiene alla stessa faglia geografica e continentale della Russia.

Perché Mosca si è interessata ai giacimenti del Polo Nord?
L’interesse non è nuovo. Nell’artico non ci sono soltanto riserve shale, ma anche giacimenti convenzionali che sono sfruttati da tempo e hanno un grosso peso sull’industria nazionale degli idrocarburi. Certamente l’accesso al resto dell’Artico garantirebbe alla Russia la sua posizione di leader nel mercato energetico mondiale ancora per molto tempo.

La rivoluzione dello shale gas negli Stati Uniti, dunque, non costituisce una seria minaccia per l’egemonia russa?
Per il momento non lo è. Il gas convenzionale russo è meno caro dello shale americano sia in Europa, sia in Asia. Questo perché la Russia è più vicina geograficamente al mercato europeo rispetto agli Stati Uniti, e già possiede le infrastrutture per trasportare il suo gas. Per quel che riguarda l’Asia, basti ricordare il grande accordo appena firmato con la Cina. Il Cremlino potrebbe cominciare ad avere qualche problema di concorrenza se – e quando – l’Europa, la Cina e i paesi del Sudest asiatico dovessero portare a termine progetti seri di estrazione sul loro territorio.

Quella dello shale americano è una bolla destinata a scoppiare?
Non è una bolla che raggiungerà l’Europa. Lo shale gas è un prodotto da consumare “fresco”. Negli Stati Uniti l’abbondanza di combustibile a basso costo sul territorio nazionale ha fornito un grandissimo impulso all’economia nazionale, ha permesso una nuova fase di industrializzazione, ma oggi come oggi i costi per il trasporto in Europa farebbero triplicare o quadruplicare i costi finali, cancellando il vantaggio competitivo della risorsa. Per questo, sul piano della concorrenza, lo shale americano non rappresenta ancora un grosso problema per la Russia. A meno che gli Stati Uniti non decidano di rifornire l’Europa a prezzi di favore. Ma questa sarebbe tutta un’altra storia.

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3 Commenti

  1. massimomarchini says:

    Gli USA sono al delirio totale
    Il sabato prima delle europee, a microfoni chiusi, sono pesantemente interbenuti negli affari interni Italiani dichiarando che il voto dovrà avere conseguenze politiche.
    Loro avevano “scommesso” come sempre sul caos e sul disordine, per poi intervenire ed insegnare la democrazia, magari dimenticandosi di chiedere al popolo se sia d’accordo.
    L’egittificazione dell’Italia non gli è riuscita ed il Grillo Berciante si è presa la sua scarpata che lo ha spalmato sulla parete.

  2. massimomarchini says:

    Adesso lo shale gas.
    Sono convinti di averlo solo loro e sognano flotte di navi cisterna che lo distribuiscono in tutto il mondo
    Intanto la Russia ha concluso con la Cina un contratto per fornitura di gas da $400 miliardi, con in più la costruzione di un gasodotto che glielo porta fino a casa
    Da notare che anche negli anni della fame, gli anni 90, la Russia aveva sempre rifiutato il “generoso aiuto” cinese per il gasodotto, che costruisce adesso a sue spese. Più lungo della Grande Muraglia.
    E per 30 anni l’asse Mosca-Pechino è garantito. Grazie USA!!

    Nel frattempo sta nascendo una Zona di libero scambio che comprende Russia, Kazakhstan e Bielorussia, entro tre mesi si allarga all’Armenia ed entro l’anno al Kirghizstan.
    L’area del BRICS (Brazile, Russia, Cina, India e Sudafrica) ha una pressione verso il caos (v.s.) in Brasile, ma a parte distrurbare il Campionato non avrà effetti economici: il Brasile sa da che parte stare, come Vebezuela ed altri Stati Cebtroamericani (Secondo canale, ecc)
    La coppia Rice-Bush2 ha destabilizzato il mondo (guerre, 11/9, ecc) per cercare di nascondere ed arrestare la crisi creata dalla ENRON (proprietà Bush) ed Obama si è scelto un Segretario di Stato robottizzato per evitare che gli rubi la scena (Rice) ed al quale dare la colpa degli errori.
    E noi paghiamo i conti (F35, Nato in Libia, ecc)

    Matteo che fa?

  3. massimomarchini says:

    ERRATA CORRIGE

    “che gli rubi la scena (Rice)”
    LEGGASI
    “che gli rubi la scena (Clinton)

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