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Repubblica attacca le scuole paritarie, Colosio: «Pregiudizio statalista, ci fanno risparmiare»

luglio 5, 2012 Carlo Candiani

Repubblica durissima contro le scuole non statali. L’alto dirigente dello Stato Giuseppe Colosio: «Con 120 milioni alle paritarie lombarde, lo Stato risparmia oltre un miliardo».

Su Repubblica Nadia Urbinati, parlando di «umiliazione dell’Istruzione pubblica», spara a zero contro le paritarie, millantando che le scuole non statali sarebbero le beneficiarie del taglio all’università proposto dal Governo Monti in sede di spending review. La realtà è ben diversa, con i tagli è la sopravvivenza delle paritarie ad essere davvero in pericolo e Giuseppe Colosio (nella foto), alto dirigente dello Stato e direttore dell’Ufficio scolastico per la Lombardia, conferma a tempi.it che Repubblica sbaglia tutto.

Direttore, lei dichiara spesso che le scuole paritarie, oltre che garantire un’offerta culturale pluralistica, fanno risparmiare lo Stato. È vero?
Confermo tutto. Mi auguro che non si taglino ulteriormente i fondi già decisi per le scuole paritarie, che fanno parte a tutti gli effetti del sistema pubblico dell’istruzione. La vita di queste scuole consente una pluralità di interventi e un risparmio considerevole all’amministrazione statale. Il Comune di Milano, per motivi economici, rischia di arretrare nella gestione delle scuole dell’infanzia. Milano è il più grande gestore di scuole private d’Italia, d’infanzia e secondarie. Davanti alle difficoltà dell’amministrazione, noi, come Stato, siamo interessati a sostenere tutti gli attori del sistema dell’istruzione e della formazione, perché ci permettono di abbassare la spesa e mantenere la qualità dell’offerta.

Secondo Repubblica le scuole paritarie affamano quelle pubbliche e sono la causa del dissesto della scuola statale.
Ma figuriamoci. Con 120 milioni di euro, che Roma fino al 2011 faceva pervenire alle scuole paritarie in Lombardia, lo Stato risparmiava un miliardo e trecento milioni. Se i trecentomila studenti che frequentano la scuola paritaria avessero, invece, frequentato la statale, ciò avrebbe comportato un aggravio di spesa pubblica di un miliardo e quattrocento milioni. Questi sono i costi dell’amministrazione statale, molto più rigida e farraginosa. Quando parlo di paritarie, non parlo solo di quelle gestite da enti religiosi, le scuole professionali regionali contano 45 mila studenti. Per non parlare di quelle gestite dai grandi comuni, specie al Nord.

Perché allora Repubblica, insieme a una consistente fetta della società, prova tanto livore verso le paritarie?
Quelli che sono libertari su tutta una serie di questioni, sono incredibilmente aggrappati a un pregiudizio novecentesco di statalismo che non ci allinea all’Europa quando si parla di scuola.

In Italia, la scuola non statale è sinonimo di scuola cattolica.
Ma non è questa la realtà. Senz’altro c’è una forte componente di scuole cattoliche che però rappresentano un arricchimento per gli orizzonti educativi. La modalità di reclutamento degli insegnanti, poi, è molto più ampia e valida rispetto a quella dissennata dello Stato, che recluta gli insegnanti come stringhe informatiche, senza guardarli in faccia.

Lei è direttore dell’Ufficio scolastico in Lombardia, la cui amministrazione regionale ha in funzione un collaudato sistema di voucher scolastici, aperto a tutti i tipi di scuola pubblica, ma criticato da Repubblica.
È un sistema che dovrebbe essere ampliato. Qui ne va della libertà della scuola: la libertà non si garantisce con un unico modello, ma con una pluralità di offerte educative.

Come pensa che andrà a finire il contenzioso che lo Stato ha con regione Lombardia, per quanto riguarda la norma sull’esperimento del reclutamento diretto dei supplenti annuali?
Questa norma di Regione Lombardia è la madre di tutte le riforme, è qui che si toccano i gangli più delicati e più sensibili, compreso il potere dei sindacati, l’uso politico della scuola. Anzi, bisognava sostenerla in maniera più energica, per una ragione molto semplice: la legge Bassanini prevede che lo Stato abbia competenza per il personale di ruolo. Di conseguenza, ipso facto, il personale non di ruolo dovrebbe essere già lasciato alla competenza delle istituzioni scolastiche o di altri livelli dell’amministrazione. Bisogna reclamare l’attuazione di questa legge. In Italia capita che chi non rispetta le leggi è il Governo in carica, qualunque sia. Quindi non c’è pericolo di un giudizio di incostituzionalità da parte della Corte.

È sicuro?
La richiesta del Governo alla Corte è un riflesso condizionato della macchina burocratica centralistica, che è inguaribile quando vede compromesso il suo potere. La legge Bassanini prevedeva che il ministero dell’Istruzione esistesse soltanto a livello regionale: gli uffici regionali scolatici dovevano essere centri primari di amministrazione. Dal 2001 questo processo ha fatto il percorso del gambero. Il rischio adesso è che questa “devolution” di competenze avvenga per la disperazione e la mancanza di risorse: siccome non c’è più “ciccia”, si arrangino le Regioni. È il modo peggiore.

E intanto lo Stato taglia sugli enti locali.
Questo passaggio doveva avvenire di pari passo con il federalismo fiscale, adottando un principio di responsabilità e trasparenza. La sussidiarietà ha subìto una retromarcia e l’autonomia è stata praticamente scippata alle scuole: ormai non è più che una piccola serie di interventi di carattere organizzativo, senza importanza dal punto di vista didattico, tantomeno da quello della ricerca e dello sviluppo.

Tornando al confronto tra scuole statali e paritarie, se si chiedesse la riforma del “famigerato” articolo 33 della Costituzione?
Quello del “senza oneri per lo Stato”? Andrebbe quanto meno riformulato, così com’è dice tutto e il contrario di tutto. Ero appena nato, nel 1946, quando è stato scritto questo articolo: ebbene, oggi siamo di fronte a modalità di produzione e trasmissione del sapere che stanno drammaticamente scardinando tutta la struttura statale, la cui rigidità non reggerà alla velocità con cui gli apprendimenti si realizzano, ecco perché abbiamo bisogno come l’aria di una pluralità di esperienze, anche a livello scolastico.

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2 Commenti

  1. PAOLO DELFINI scrive:

    GLI ATTACCHI DI REPUBBLICA ALLA SCUOLA PARITARIA SONO STRUMENTALI, MA ANCHE I SOSTENITORI DELLA PARITARIA DEVONO ACCETTARE IL FATTO CHE TANTI GENITORI NON POSSONO O NON VOGLIONO MANDARE I LORO FIGLI PRESSO SCUOLE NON STATALI, ALTRIMENTI SI FA LO STESSO ERRORE DI REPUBBLICA

    • SERGIO scrive:

      OK LA PRIMA PARTE. LA SECONDA E’ COME CONFONDERE LE PERE CON LE MELE. QUI TAGLIANO PURE LA PIANTA DELLE MELE/PERE PERCHE’ GLI PIACCIONO I FICHI. ROBA DA MATTI.
      COMUNQUE HO UNA FIGLIA IN II MEDIA PUBBLICA PARITARIA E UN FIGLIO IN I ELEMENTARE PUBBLICA STATALE E UNA FIGLIA ASILO PARITARIO CON FINANZ. COMUNALE PERCHE’ C’E’ DA 150 ANNI E PRIMA NON C’ERA NEANCHE LO STATO.

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