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Quando Bergoglio presentò “Il senso religioso” di Giussani: «L’unica risposta è l’incontro»

marzo 15, 2013 Redazione

Il futuro papa Francesco, allora arcivescovo di Buenos Aires, presentò nel 1999 il libro più celebre del fondatore di Comunione e Liberazione. Ecco cosa disse

Vi avevamo già raccontato della presentazione dell’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio del libro di don Luigi Giussani, L’attrattiva Gesù. Ma già due anni prima, nel 1999, l’arcivescovo aveva presentato un altro volume del fondatore di Comunione e Liberazione, Il senso religioso. Ecco di seguito le sue parole, riportate sotto forma di appunti non rivisti dall’autore, che apparvero sulla rivista ufficiale del movimento, Tracce.

(…) Nel presentare il libro di monsignor Luigi Giussani Il senso religioso non compio un gesto di protocollo formale, e neppure ciò che potrebbe apparire come una semplice curiosità scientifica davanti a una messa a fuoco dell’esposizione della nostra fede. Innanzitutto compio un doveroso atto di gratitudine. Da molti anni gli scritti di monsignor Giussani hanno ispirato la mia riflessione, mi hanno aiutato a pregare e per questo oggi vengo a dare questa testimonianza. Mi hanno insegnato a essere un cristiano migliore.
Monsignor Giussani è uno di quei doni imprevedibili che il Signore ha regalato alla nostra Chiesa dopo il Concilio, facendo nascere, al di là di tutte le strutture e le programmazioni pastorali, una fioritura di persone e movimenti che stanno offrendo miracoli di vita nuova all’interno della Chiesa.
Il 30 maggio scorso, in piazza San Pietro, il Papa volle incontrarsi pubblicamente con le nuove comunità e con i nuovi movimenti ecclesiali. Fu un avvenimento oggettivamente trascendente. In special modo egli chiese a quattro fondatori di altrettanti movimenti di dare la loro testimonianza. Tra essi c’era monsignor Giussani, il quale nel 1954, anno in cui iniziò ad insegnare religione in una scuola statale di Milano, diede vita al movimento di Comunione e Liberazione, presente oggi in più di sessanta Paesi del mondo e molto amato dal Papa.
Il senso religioso non è un libro ad uso esclusivo di coloro che fanno parte del movimento; neppure è solo per i cristiani o per i credenti. È un libro per tutti gli uomini che prendono sul serio la propria umanità. Oso dire che oggi la questione che dobbiamo maggiormente affrontare non è tanto il problema di Dio, l’esistenza di Dio, la conoscenza di Dio, ma il problema dell’uomo, la conoscenza dell’uomo e il trovare nell’uomo stesso l’impronta che Dio vi ha lasciato per incontrarsi con lui.

Fides et ratio
È una felice coincidenza il fatto che questa presentazione abbia luogo il giorno dopo la pubblicazione dell’Enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II. Nelle prime pagine di essa è condensato questo pensiero: «Un semplice sguardo alla storia antica, d’altronde, mostra con chiarezza come in diverse parti della terra, segnate da culture differenti, sorgano nello stesso tempo le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita? Questi interrogativi sono presenti negli scritti sacri di Israele, ma compaiono anche nei Veda non meno che negli Avesta; li troviamo negli scritti di Confucio e Lao-Tze come pure nella predicazione dei Tirthankara e di Buddha; sono ancora essi ad affiorare nei poemi di Omero e nelle tragedie di Euripide e Sofocle come pure nei trattati filosofici di Platone e Aristotele. Sono domande che hanno la loro comune scaturigine nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell’uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l’orientamento da imprimere all’esistenza» (Fides et ratio, par. 1). Per tale motivo, questo è un libro che è in linea con la predetta Enciclica: è per tutti gli uomini che prendono seriamente la propria umanità, che prendono sul serio i propri interrogativi.
Paradossalmente ne Il senso religioso si parla poco di Dio e molto dell’uomo. Si parla molto dei suoi “perché”, molto delle sue esigenze ultime. Citando il teologo protestante Niebuhr, lo stesso Giussani spiega: non esiste niente di più incomprensibile della risposta a una domanda che non si pone. E uno dei problemi della nostra cultura da supermercato, di offerte alla portata di tutti che tranquillizzano il cuore, è il dare voce alle domande. Questa è la sfida. Di fronte al torpore della vita, a una tranquillità a poco prezzo, pur sommamente varia, la sfida consiste nel rivolgere a noi stessi i veri interrogativi riguardo al significato dell’uomo, alla sua esistenza, e nel dare risposta a queste domande. Ma se vogliamo rispondere a domande che non osiamo, non sappiamo o non possiamo esplicitare, cadiamo in un assurdo. Per un uomo che abbia dimenticato o censurato i suoi “perché” fondamentali e l’anelito del suo cuore, il fatto di parlargli di Dio risulta un discorso astratto, esoterico o una spinta a una devozione senza nessuna incidenza sulla vita. Non si può iniziare un discorso su Dio, se prima non vengono soffiate via le ceneri che soffocano la brace ardente dei “perché” fondamentali. Il primo passo è creare il senso di tali domande che sono nascoste, sotterrate, forse sofferenti, ma che esistono.

L’inquietudine del cuore
Il dramma del mondo d’oggi non è solamente l’assenza di Dio, ma anche, e soprattutto, l’assenza dell’uomo, la perdita della sua fisionomia, del suo destino, della sua identità, una certa incapacità nello spiegare le esigenze fondamentali che si annidano nel suo cuore. La mentalità comune, e deplorevolmente quella di molti cristiani, suppone che tra ragione e fede esista una contrapposizione insanabile. Invece, e qui c’è un altro paradosso, Il senso religioso sottolinea il fatto che parlare seriamente di Dio significa esaltare e difendere la ragione e scoprirne il valore e il metodo corretto. Non una ragione intesa come misura prestabilita della realtà, ma una ragione aperta alla realtà nella totalità dei suoi fattori e che parte dall’esperienza, che parte da questo fondamento ontologico che suscita l’inquietudine del cuore. Non si può sollevare il problema di Dio a cuore quieto, tranquillamente, perché si tratterebbe di una risposta senza domanda. La ragione che riflette sull’esperienza è una ragione che ha come criterio di giudizio il mettere tutto a confronto con il cuore, ma con il cuore nel senso biblico, cioè come quell’insieme di esigenze originali che ogni uomo possiede: bisogno di amore, di felicità, di verità e di giustizia. Il cuore è il nocciolo del trascendente interno, dove gettano le loro radici la verità, la bellezza, la bontà, l’unità che dà armonia a tutto l’essere. In questo senso definiamo la ragione umana; non il razionalismo, quel razionalismo di laboratorio, l’idealismo o il nominalismo (quest’ultimo così di moda), che tutto possono, che pretendono di possedere la realtà possedendo il numero, l’idea o la razionalizzazione delle cose. O, se vogliamo andare ancora più in là, possedere la realtà dominando in maniera assoluta una tecnica che ci supera nel momento stesso dell’uso, cadendo così in quella civiltà che Guardini amava chiamare «la seconda forma di incultura». Noi, invece, parliamo di una ragione che non si riduce, né si esaurisce nel metodo matematico, scientifico o filosofico. Ogni metodo, infatti, è adeguato al suo proprio ambito e rispetto al suo oggetto specifico.

Certezza esistenziale
Riguardo alle relazioni personali, l’unico metodo adeguato per arrivare ad una vera conoscenza è vivere e convivere, una compagnia vivace che, attraverso esperienze multiple e molteplici segni, permette di arrivare a quello che Giussani chiama «la certezza morale» o, ancor più bello, «la certezza esistenziale». Perché la certezza non sta nella testa, ma nell’armonia di tutte le facoltà dell’uomo e ha tutte le condizioni per essere una certezza reale e razionale al contempo. A sua volta la fede è, precisamente, una applicazione particolare del metodo della certezza morale o esistenziale, un caso particolare di fiducia nell’altro, nei segni, negli indizi, nelle convergenze, nella testimonianza di altri. Nonostante ciò, la fede non è contraria alla ragione. Come tutti gli atti tipicamente umani, la fede è ragionevole, cosa che non implica che possa ridursi a un mero raziocinio. È ragionevole – forziamo l’espressione -, non raziocinante.
Perché esiste il dolore, perché esiste la morte, il male? Perché vale la pena di vivere? Qual è il significato ultimo della realtà, dell’esistenza? Che senso ha lavorare, amare, impegnarsi nel mondo? Chi sono io? Da dove vengo? Dove vado?
Questi sono i grandi ed elementari interrogativi che si pone un giovane, e anche un uomo adulto; e non solo un credente, ma qualsiasi uomo, per ateo o agnostico che sia.
Presto o tardi, specialmente nelle situazioni-limite dell’esistenza, di fronte a un grande dolore o a un grande amore, nell’esperienza dell’educare i figli o nell’esercizio di un lavoro in apparenza senza senso, tali interrogativi vengono inevitabilmente a galla. Sono domande che non possono essere estirpate. Ho detto che sono interrogativi che si pone anche un agnostico. Voglio menzionare qui, rendendogli omaggio, un grande poeta porteño (= di Buenos Aires), agnostico, Horacio Armani. Chi legge i suoi poemi incontra una saggia esposizione di domande aperte a una risposta.

Risposta totale
L’uomo non può accontentarsi di risposte ridotte o parziali, obbligandosi a censurare o a dimenticare qualche aspetto della realtà. Di fatto lo facciamo: e questo è un fuggire da se stessi. L’uomo ha bisogno di una risposta totale che comprenda e salvi tutto l’orizzonte del suo “io” e della sua esistenza. Dentro di sé egli possiede un anelito di infinito, una tristezza infinita, una nostalgia – il nostos algos di Odisco – che si appaga solo con una risposta ugualmente infinita. Il cuore dell’uomo risulta essere segno di un Mistero, cioè di qualcosa o di qualcuno che sia una risposta infinita. Al di fuori del Mistero le esigenze di felicità, di amore, di giustizia non incontrano mai una risposta che soddisfi fino al fondo il cuore dell’uomo. La vita sarebbe un desiderio assurdo, se questa risposta non esistesse. Non solo il cuore dell’uomo si presenta come un segno, ma anche l’intera realtà. Il segno è qualcosa di concreto, è indice di una direzione, di qualcosa che si vede, che rivela un significato, che si esperimenta, ma che rimanda ad un’altra realtà che non si vede. In caso contrario il segno non avrebbe significato.
D’altra parte, per interrogarsi di fronte ai segni è necessaria una capacità estremamente umana, la prima che abbiamo come uomini e donne: lo stupore, la capacità di stupirsi, come la chiama Giussani, in ultima istanza un cuore di bambini. Solo lo stupore conosce. Notate che la degradazione morale e culturale inizia a sorgere quando questa capacità di stupore si indebolisce, si annulla o muore.
L’oppio culturale tende ad annullare, indebolire o uccidere tale capacità di stupore. Il principio di qualsiasi filosofia è lo stupore. C’è una frase di papa Luciani che dice che il dramma del cristianesimo contemporaneo risiede nel fatto di mettere categorie e norme al posto dello stupore. Lo stupore vien prima di tutte le categorie, è ciò che mi porta a cercare, ad aprirmi; è ciò che mi rende possibile la risposta, che non è né una risposta verbale, né concettuale. Perché se lo stupore mi apre come domanda, l’unica risposta è l’incontro: e solo nell’incontro si placa la sete. In niente di più.

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3 Commenti

  1. david says:

    Continuano artiloli di Tempi della serie: “il Papa è nostro amico”.
    Ringrazio Dio che non hanno eletto Scola perchè tutti i ciellini avrebbero manifestato ancora di più il loro antiecumenismo fra associazioni e movimenti nella Chiesa.
    E aspetto di leggere cosa pensano i redattori di Tempi e i ciellini sul concetto di povertà a cui ci richiama Francesco I. Non è per fortuna il concetto ciellino che interpreta SOLO la povertà spirituale!!!!!!

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