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aprile 15, 2011 Redazione

n. 46 – 2010

Questo speciale dedicato all’impresa italiana è un atto d’amore per la piccola impresa e un grido di dolore per la consapevolezza che continua a mancare. Tutti sappiamo che solo lo 0,5 per cento dei 4,6 milioni di imprese italiane supera la soglia dei 50 dipendenti, e che sotto quella soglia c’è il 70 per cento dell’occupazione e il 52 per cento del fatturato nazionale. Sappiamo anche che il più della crescita aggiuntiva a breve del Pil italiano viene soprattutto dalle 10 mila medie e grandi manifatturiere che esportano, che esportavano eccezionalmente bene prima della crisi dopo la ristrutturazione severa seguita all’ingresso nell’euro, e che hanno fatto il miracolo anche nei 20 mesi più terribili seguiti al crollo del commercio mondiale: il loro export italiano era cresciuto tra 2004 e 2007 del 42 per cento, secondo solo alla Germania ma molto più di quello francese, britannico, giapponese e spagnolo; mentre nella crisi 2009-2010 sempre loro hanno difeso la posizione italiana di quinta potenza manifatturiera al mondo, aumentando anche dal 4,7 al 4,9 per cento il valore dell’export manifatturiero italiano sul totale del commercio mondiale. Ma sono le piccole, quelle sulle quali concentrare ogni sforzo possibile per far salire la crescita potenziale italiana a breve.

Altrimenti, la crescita italiana resta asfittica, figlia com’è del paradosso “70-30”: e cioè del fatto che il 30 per cento del Pil nazionale cioè la manifattura contribuisce per il 70 per cento alla crescita potenziale a breve del paese, mentre il 70 per cento del Pil cioè la PA e i servizi contribuiscono solo per il 30 per cento. Le piccole anch’esse prima della crisi avevano potentemente cominciato a organizzarsi su filiere, nella manifattura, di fornitura e subfornitura di grandi e medie internazionalizzate, e questo spiega perché la performance di aumento dell’export pre-crisi fosse comunque di un apprezzabilissimo più 26 per cento, superiore cioè al complessivo aumento dell’export di molti grandi paesi citati.

Ma la crisi ha colpito le piccole assai più duramente delle medie e grandi, assai più patrimonializzate in proporzione. Di conseguenza, la classica letteratura sulla tipicità dello sviluppo dell’impresa italiana – dalle ricerche di Becattini e della sua scuola sui distretti a quelle del Censis sul policentrismo italiano, a quelle della Fondazione Edison sulle specializzazioni italiane del professor Marco Fortis – deve rapidamente aggiornarsi, contribuendo alla messa a fuoco dei problemi oggi più urgenti. Quel che vogliamo dire è che sono ben noti i tradizionali obiettivi per accompagnare le piccole imprese alla crescita dimensionale: accrescerne la patrimonializzazione, azione vieppiù difficoltosa in un mercato contraddistinto dall’insufficienza di soggetti istituzionali non bancari specializzati nel capitale di rischio e mentre le banche devono ripatrimonializzarsi e vedono sofferenze e incagli salire rapidamente; consentire l’accesso a reti e innovazioni tecnologiche, di processo e di prodotto, per accrescerne la produttività e il rendimento del capitale investito; avviarle a meccanismi di successione proprietaria, di generazione in generazione, aperte a fusioni e competenze manageriali esterne invece che chiuse su se stesse. Tuttavia, queste sono azioni di lunga lena e di medio termine.

Nessuna di queste potrà avere successo, se intanto nell’immediato il paese non concentra la sua attenzione sulla necessità di uno scatto di reni nel breve termine. Volto a consentire criteri di sopravvivenza – non dico sopravvivenza certa, ma almeno criteri di sopravvivenza – a quelle che ancora rischiano di essere travolte dalla coda lunga della crisi. Sono almeno duecentomila, le imprese italiane che hanno fatto ricorso alla moratoria bancaria decisa nel 2009. La moratoria si avvia a scadenza, dopo un anno. Gli impieghi in ballo del sistema bancario superano i 60 miliardi di euro, e arrivano quasi a 18 miliardi le quote di capitale che intanto non sono state restituite agli istituti di credito. Capisco che la politica italiana abbia altro a cui pensare. E su questo, qui taccio. Capisco soprattutto che le risorse a disposizione siano limitatissime, e su questo sto con Tremonti che continua ad avere colleghi di governo che non la capiscono proprio, la lezione che la spesa pubblica deve semmai diminuire e non aumentare, e che non è più tempo per finanziare a spese del contribuente teatri e film quando le priorità sono ben altre.

Ma intanto, visto che le banche esitano giustamente per parte loro a confermare la moratoria, con la qualità del credito che continua a deteriorarsi, ecco che nel breve l’emergenza di decine e decine di migliaia di piccole imprese può tradurre la fine della moratoria nell’inizio di una morìa di massa. Non ce lo possiamo permettere. Per questo abbiamo dedicato questo numero a tutti gli attori protagonisti o interlocutori della piccola impresa italiana, dal credito alle assicurazioni alle diverse associazioni, dall’artigianato al commercio a Confindustria, in maniera che abbiate una radiografia completa di tutto ciò che si propone nel cuore profondo dell’Italia produttiva. Molti dei gap ostili alla crescita di lungo periodo delle piccole sono esternalità negative che avrebbero bisogno di un approccio specifico e continuativo nel tempo, e di riforme ad hoc come quello Statuto delle imprese a cui ha lavorato in maniera bipartisan Raffaello Vignali.

Ma, ripeto, l’abbattimento dei fattori di ostilità che all’impresa italiana vengono da un fisco persecutorio e da un ambiente giuridico amministrativo accidentato e pervasivo, dai sovraccosti energetici, infrastrutturali e logistici, dagli spread aggiuntivi sul credito come assicurativi a parità di capitale impiegato rispetto alle pariclasse europee, tutto questo fa parte di una rivoluzione dell’ordinarietà da porre al centro del nostro vivere civile e del nostro ordinamento. Prima di questa rivoluzione ordinaria, ce n’è una straordinaria ancor più urgente, da compiere. Altrimenti, tra qualche anno saremo ancora fermi a contare i disoccupati in più e guardare l’impoverimento dell’attività economica: gli effetti della scomparsa di migliaia di microunità produttive. E sarà stato l’eccesso di spesa pubblica dissipatrice ad averlo determinato: perché in tutti i maggiori paesi europei, invece, i sostegni nella crisi sono stati ben maggiori e diversi, in ragione del fatto che la politica aveva accumulato debiti pubblici assai meno considerevoli del nostro.

 

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