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Perché occorre tornare a Messe dove i preti parlino meno e celebrino di più

agosto 26, 2017 Valerio Pece

Lo smarrimento dei linguaggi del corpo, dei segni e dei simboli ha reso il rito più rassicurante e quindi noioso. Intervista a Luigi Martinelli sul suo libro “Missa in scena”

Pope Benedict XVI celebrates the Holy Mass in St. Peter's

«Il sentimenti del timore e del sacro sono i sentimenti che palpiterebbero in noi, e con forte intensità, se avessimo la visione della Maestà di Dio. Nella misura in cui ci rendiamo conto della presenza di Dio, dobbiamo avvertirli. Se non li avvertiamo, è perché non percepiamo che egli è presente». Così il beato cardinale John Henry Newman mette il cattolico medio di fronte ad una difficoltà inconfessabile: la (malcelata) distrazione che lo avvolge durante il rito della Messa. Con il suo secondo saggio sulla performance del rito romano, Luigi Martinelli rimanda il lettore a ciò che il rito liturgico per sua essenza dovrebbe essere («mysterium tremendum, shock, vertigine, pericolo») se solo coloro che concordano sulla diagnosi di una liturgia cattolica impoverita da una pesante logomachia non dissentissero sulle terapie da approntare. Il merito di Martinelli è anche questo, aver squadernato, padroneggiando la più qualificata letteratura scientifica, un fatto notorio ma silenziato: l’attuazione della riforma non ha dato gli effetti sperati. Non è riuscita a far passare lo “spirito della liturgia”, o lo ha fatto solo in minima parte. Non ha educato al senso religioso. Dopo Le forme del sacro (con entusiastica prefazione di monsignor Nicola Bux) lo studioso di teatro Luigi Martinelli torna dunque ad affrontare il tema dell’efficacia del rito liturgico. Lo fa con un saggio in uscita in questi giorni, Missa in scena (Cavinato Editore, 2017, 359 pagine) titolo che, giocando con le parole, accosta rito e teatro per raccogliere suggestioni e possibili sviluppi pastorali dall’osmosi dei due mondi. Tempi.it lo ha incontrato.

Copertina libro L.MartinelliMartinelli, ai mali della liturgia riformata lei non propone il rimedio di un ritorno all’antico, ma insiste sulla presa di coscienza della vera essenza dell’atto di culto, che concepito non adeguatamente rischia di perdere la sua efficacia. È così?
Certo. Non sarà la sostituzione del Vetus Ordo al Novus Ordo la soluzione che riporterà la performatività rituale, la centralità del sacrificio e la “pericolosità” del rito nella liturgia cattolica postconciliare. Credo però che il Novus Ordo debba riformarsi ulteriormente se vuole tornare ad essere un evento incisivo e determinante nella vita spirituale dei fedeli cattolici, attingendo maggiormente agli elementi rituali tradizionali della liturgia cattolica. Deve riscoprire la centralità del corpo, la forza dei simboli, l’efficacia della lingua sacra, l’importanza di una musica e di un canto adatti, ma soprattutto deve ritrovare il primato della forma sul contenuto, riscoprendo l’importanza della ri-presentazione performativa sacrificale. Urge attivare seri procedimenti di riflessione sull’efficacia dell’ars celebrandi.

Anche se non auspica un semplice ritorno al passato, è però vero che lei rileva alcune criticità performative nella Messa celebrata secondo la forma ordinaria del rito romano. Quali esattamente?
La riforma liturgica degli anni Sessanta ha riformato il rito riferendosi quasi esclusivamente al legòmenon, cioè alle parole, ai testi, alle traduzioni, alle semplificazioni linguistiche e comunicative. Tuttavia il ripiegamento sull’unica categoria del “comprensibile a tutti” non ha reso le liturgie davvero più comprensibili, ma solo più povere. L’attuale rito è caratterizzato da un certo razionalismo, che si traduce nell’eccessivo verbalismo, nella sovraesposizione fonetica. In esso hanno sempre più importanza le parole, i discorsi, le esortazioni, i ragionamenti mentre le azioni i gesti e i movimenti sono ridimensionati. Penso alle genuflessioni, agli inchini, alle prostrazioni, all’innalzamento degli occhi e delle braccia, ai segni di croce, ai baci; a tutto ciò che il Servo di Dio don Eugenio Bernardi definiva come attività che «agiscono sulle facoltà interiori aumentandone le potenzialità». Il rito liturgico postconciliare non è più vissuto come esperienza ma come conoscenza, è divenuto un fatto cognitivo più che un fatto performativo.

E la famosa “actuosa partecipatio” alla liturgia, quella “partecipazione attiva” che deve coinvolgere i fedeli e con cui nel postconcilio sono cresciuti i sacerdoti di tutto il mondo?
È, appunto, soltanto un mito. La cosiddetta “partecipazione attiva” coinvolge i fedeli solo a livello razionale, e ciò fa sì che sia la preghiera a soffrirne, perché richiede più sforzo mentale (da qui la distrazione e quindi la noia). Su questo dato, che è empiricamente sperimentabile, sono d’accordo praticamente tutti. Potrei citare gli studi dei più stimati liturgisti contemporanei, da Roberto Tagliaferri ad Aldo Natale Terrin, da Loris dalla Pietra a Jakob Baumgartner, come quelli di illustri esponenti del clero cosiddetto progressista. Valutando gli esiti della riforma, per esempio, perfino il primate belga Godfried Danneels ha lamentato una liturgia «esclusivamente orientata verso l’intelletto», in cui «bisogna ammettere che la lingua e gli orecchi sono i soli organi utilizzati nella liturgia».

In effetti nella prospettiva del suo saggio appaiono molto interessanti le parole del cardinal Dannels, soprattutto se si pensa che sono pronunciate da chi che ha parlato pubblicamente e con una certa soddisfazione della “mafia di San Gallo”.
Decisamente. Sbaglierebbe chi pensasse che solo Benedetto XVI indicasse e si addolorasse per i gravi problemi liturgici attuali. D’altronde è ancora il cardinale Dannels a riconoscere che – sono ancora parole sue – «la liturgia non è né il luogo e né il momento adatto per la catechesi». Ripeto: il rito è stato usato come un contenitore di dottrine e di verità ortodosse a dispetto della sua specifica vocazione di produrre esperienza religiosa. La riforma liturgica sembra aver promosso una liquefazione dei riti per elargire i contenuti. Per comunicare utilizza quasi esclusivamente la parola. È un rito verbale in cui vi è strutturalmente una mortificazione e un impoverimento del rituale, la sproporzione tra la durata della liturgia della parola e quella della liturgia eucaristica, del resto, è lì a dimostrarlo. Non viene lasciato tempo sufficiente all’immaginazione, all’elemento affettivo, all’emozione, alla bellezza, al mistero.

Nel suo saggio lei riporta riflessioni sul postconcilio del cardinal Martini che potrebbero interrogare molti. Ad esempio questa: «Tutto doveva essere chiaro, intellegibile, le preghiere dovevano essere intese dalla gente, tutto doveva essere regolato dalle leggi della comunicazione sociale, ma l’uomo ha una dimensione misteriosa, ci sono delle esplosioni interne della fede che nella liturgia precedente, attraverso il mistero, erano tutte meglio presenti». Se sono tutti d’accordo sulla diagnosi, se cioè tutte le diverse sensibilità ecclesiali indicano gli stessi problemi di fondo, come mai il rito cattolico oggi conosce la sorte da lei descritta?
Perché il postconcilio, nel suo mood anarchico di fondo, non è stato all’altezza del Concilio. In altre parole perché i sostenitori della riforma liturgica se da una parte ne riconoscono i limiti dall’altra continuano a sbagliare la terapia. Per risolvere i problemi vorrebbero andare ulteriormente oltre la riforma del Vatinano II, con esiti e proposte incerte, multiformi, differenziate, sincretiste, iper-creative, postmoderne. Non è un caso che si vociferi sull’esistenza di una commissione mista di cattolici, luterani e anglicani intenta a mettere a punto una messa a cui far partecipare i fedeli di tutte e tre le confessioni. Come scrive Roberto Tagliaferri, docente di antropologia e liturgia presso l’Istituto di Liturgia Pastorale di S.Giustina a Padova, a oltre 50 anni dal Concilio Vaticano II «la questione della forma rituale in quanto performance rimane un problema ecclesiale assolutamente disatteso». Occorrerebbe una decisa presa di posizione, ma nella giusta direzione.

Si è chiesto da dove venga quell’eccesso di verbalismo che la sua analisi descrive come “soffocante” il rito cattolico?
Viene – lo dico con dolore – da una sfiducia nel rito. È questo il motivo per cui si tende a spiegare, legittimare e persino “scusare” il rito con l’ausilio delle parole: non si crede più nell’efficacia dell’azione rituale in quanto tale. Perfino nella splendida liturgia della veglia pasquale il sacerdote spiega a profusione l’autoevidente significato dell’accensione e spegnimento delle candele. Il cardinal Kasper, che non è esattamente un lefebvriano, scriveva che «abbiamo preti che parlano troppo ma celebrano poco». L’ossessione di dare significato ai riti distrugge l’azione liturgica nella sua essenza pragmatica, e soprattutto ne limita il potenziale mistagogico di introdurre i fedeli in una nuova esperienza religiosa. Per Francois Cassingena-Trevedy, monaco benedettino e liturgista, i sacramenti, e di conseguenza la liturgia, non dipendono dalla sfera dell’intellettuale ma coinvolgono l’ambito fisico. Operano cioè un’assunzione integrale del sensibile, perché – molto semplicemente – si inseriscono nell’“economia dell’incarnazione”.

Lei sostiene che col sostegno epistemologico del razionalismo, una certa teologia abbia spezzato il legame tra rito ed evento così come ce l’ha insegnato la Bibbia e la tradizione mistagogica. Quale sarebbe allora la vera funzione del rito?
Rispondo con una domanda: come fare a trasmettere quel senso di gravità, di pericolosità, di vertigine tipiche di un rito sacrificale (come dovrebbe essere la messa) solo attraverso le parole? Il rito è e deve tornare ad essere “pericoloso”, perché è trasformativo della realtà e delle persone, perché ribalta la vita normale trasportandola in un’altra dimensione. Lo smarrimento dei linguaggi del corpo, dei segni e dei simboli all’interno della liturgia ha reso il rito più rassicurante, tranquillizzante, lo ha ammorbidito. Ma un rito che non sia, appunto, pericoloso, abitato da vertigine e mistero, non solo diventa noioso, ma rinuncia totalmente alla sua prerogativa di innovazione del mondo. È dalla natura “traumatica” che deriva il fascino del rito, un gioco d’azzardo in cui scommettere tutto per ritrovare un mondo diverso, un “io” diverso.

In Missa in scena cita spesso antropologi come Victor Turner, massmediologi come McLuhan. Un ruolo di riguardo però lo riserva al grande commediografo Antonin Artaud. Qual è il ruolo specifico del teatro nel suo studio sulla liturgia?
Anche il teatro occidentale per un certo periodo della sua storia, prevalentemente dall’umanesimo fino al teatro borghese ottocentesco, aveva ripiegato sul razionalismo, ma nel Novecento, grazie a maestri come Artaud, Copeau, Mejerchol’d, Grotowski, Barba e molti altri, ha riscoperto le sue origini rituali valorizzando il ruolo del corpo, dei simboli, degli attori. Si è riscoperto come evento tridimensionale, in cui parola, corpo e azione si amalgamano tra loro per permettere agli spettatori di vivere un’esperienza irripetibile nell’hic et nunc. La liturgia, proprio come ha fatto il teatro, dovrebbe dunque tornare a mettere in primo piano la dimensione scenica rituale. L’operazione è possibile solo se si restituisce al rito il suo linguaggio proprio, che è “pragmatico”. Ha ragione Tagliaferri a proporre alla liturgia il Teatro della Crudeltà di Artaud come esempio per rinnovarsi, per emanciparsi da una deriva che ha reso il rito sempre più predica, parenesi, didascalia, lettura biblica. Un ripetuto invito all’edificazione e niente più.

Nel precedente saggio aveva analizzato la ritualità cattolica comparando sinotticamente la celebrazione della Messa secondo le due forme del rito romano (ordinaria e straordinaria). Il punto di vista era quella di un regista teatrale, il quale, dal banco di una chiesa invece che dal più usuale golfo mistico, assistendo alle due forme del rito, esamina criticamente ciò che vede e che vive. Il risultato vedeva il rito antico vittorioso. È ancora di questo parere?
Ne sono sempre più convinto, pur restando uno strenuo sostenitore del biformalismo liturgico. Un grande esempio di come la liturgia può essere in grado di generare trascendenza attraverso i linguaggi del simbolo e della gestualità rituale ci viene dato dalla Messa celebrata secondo la forma straordinaria del rito romano. Forma riportata in auge dal Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. In essa, grazie all’utilizzo della lingua sacra, la parola viene liberata dall’urgenza di significare; i corpi del celebrante e dei fedeli mettono in atto una gamma notevole di gesti; il simbolo ha un grande spazio; il canto gregoriano, che la Costituzione liturgica del Vaticano II raccomandava, favorisce la contemplazione e l’apertura al trascendente; il silenzio – indispensabile per l’ascolto del linguaggio divino come non smette di ricordarci il prefetto della congregazione per il Culto divino cardinal Sarah – è “attivo”, svolgendosi infatti nei momenti del rito in cui l’azione liturgica si dispiega in tutta la sua pregnanza di significante e di significato. Tutto questo genera l’esperienza del sacro, un’esperienza che l’uomo contemporaneo ricerca disperatamente, e che se non trova nel rito cattolico cercherà altrove, anche in un altrove antitetico al cristianesimo.

Foto Ansa

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