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Perché la presenza “popolare” di Cl disturba Melloni e il suo cattolicesimo sacerdotale

gennaio 8, 2018 Mauro Grimoldi

Ma quale “egemonia” di Cl in Cattolica. Ecco la vera differenza tra l’impostazione di Melloni e quella di Giovanni Paolo II e don Giussani

Pubblichiamo la lettera inviata a Repubblica da Mauro Grimoldi, insegnante di lettere al liceo Don Carlo Gnocchi di Carate Brianza, in risposta all’articolo di Alberto Melloni “La (ex) meglio gioventù dell’Università cattolica”, apparso nel quotidiano giovedì 4 gennaio e incentrato sulla presunta «egemonia di Cl» all’interno dell’ateneo milanese «decisa» secondo lo storico della Chiesa da san Giovanni Paolo II negli anni Ottanta e proseguita fino a oggi.

Quando Giovanni Paolo II, durante la visita a Milano del maggio 1983, l’annus horribilis indicato da Melloni nel suo articolo del 4 gennaio su Repubblica, si rivolse ai docenti dell’Università cattolica, verso la fine del suo intervento si espresse in questo modo: «Sarà grazie all’impegno generoso di tutte le forze operanti nell’Università, in costante dialogo con quelle diffuse nel Paese, che si giungerà ad elaborare una vigorosa cultura cattolica e popolare, in cui liberamente si riconosca sempre più la nazione italiana nella sua tradizione rinnovata e nei suoi valori più autentici».

Lo ricordo bene, dal momento che in quegli anni ero studente in Cattolica e, con altri amici, condividevo la responsabilità della locale comunità di CL.

In fondo credo che la vera differenza tra l’impostazione di Melloni e quella di Giovanni Paolo II e Cl si comprenda a partire da questa citazione.

Per Melloni, come del resto per il prof. Raponi, autore degli studi che compongono il testo da lui presentato, il compito di un ateneo cattolico, espressione quanto mai significativa della vocazione cristiana all’educazione e alla cultura, dovrebbe essere quello di formare personalità di spicco, che rappresentino il cattolicesimo nelle istituzioni del paese attraverso il rigore intellettuale e morale necessario a servire con fedeltà lo Stato e le sue ramificazioni più significative. È il «pregiato e ristretto nucleo di giuristi, economisti, filosofi, storici» e, aggiungerei, politici, di cui si dice nell’articolo.

Quella che viene presentata come «egemonia» di Cl frutto della decisione del Papa polacco (per la verità la presenza di Cl in Cattolica è iniziata nel 1969, quasi dieci anni prima dell’elezione di Giovanni Paolo II) è in realtà la proposta di una «vigorosa cultura cattolica e popolare», la cui elaborazione definisce lo scopo, secondo il testo papale, a cui tutte le componenti dell’Università, in dialogo con le forze operanti nel paese, dovrebbero tendere. Bisogna peraltro osservare che molti tra i docenti, i dirigenti e gli studenti della Cattolica, in quell’occasione e anche negli anni successivi, non hanno affatto dimostrato simpatia e accordo con il modo di intendere del Pontefice.

Al netto di ogni polemica, la differenza tra la posizione di Melloni e quella da lui indicata come propria di Giovanni Paolo II e Cl è qui: da una parte una visione elitaria (verrebbe da dire sacerdotale) della cultura e dell’educazione, dall’altra una visione popolare (laica) delle stesse.

In effetti, la nascita e lo sviluppo del movimento di Cl, e non solo, ha rappresentato un fenomeno “popolare” di grande rilievo: diverse generazioni di giovani, per cui il cristianesimo era finito, lo hanno riscoperto quanto mai vivo, capace di ridare significato e vigore alle loro esistenze, tanto da volerlo proporre a tutti in ogni ambiente della società e ad ogni livello di responsabilità fossero impegnati.

Non uno scelto manipolo di professionisti preparati, ma una “presenza” comunitaria e comunionale, non solo nelle parrocchie, ma in ogni ambiente di vita e di lavoro, che non ha generato uomini “delle” istituzioni, “dei” partiti, “di” cultura (le mitiche figure di «riserva» per dirla con Melloni), ma cattolici riconoscibili come tali (quelli “di” CL si è sempre detto), impegnati in piena e totale responsabilità personale, nelle istituzioni, nei partiti, nella cultura e via dicendo.

Così in anni in cui gli ambiti consueti di educazione cattolica si erano spopolati da un pezzo (ricordiamo ancora piazza San Pietro semideserta nella domenica delle Palme del 1975, quando i giovani cattolici convocati da Paolo VI erano in grande maggioranza i ragazzi di Cl), nelle scuole, nelle fabbriche, nelle università, negli uffici, nelle periferie e nei diversi palazzi del paese riprendeva vita una vivace, ingombrante e fastidiosa per molti, presenza di cristiani, decisi a dar ragione della loro presenza, tanto negli anni duri del terrorismo (e forse si deve a loro, insieme ai giovani del Pci, aver impedito che i gruppi armati arrivassero a giocare un ruolo, quello sì egemone, nelle scuole e nelle università) quanto in tempi solipsistici, rancorosi, come si dice, e non meno violenti come quelli che stiamo vivendo oggi.

Foto Ansa

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