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Per uscire dalla crisi non serve più Stato, ma più libertà

giugno 27, 2012 Saba Zecchi

La prospettiva chiara dell’Acton Institute sull’Europa dall’“Acton University” tenuta a Grand Rapids. Idee, proposte e analisi per risollevare il Vecchio Continente

Lo scorso 12-15 giugno, come negli anni passati, ha avuto luogo a Grand Rapids la “Acton University”, un intenso seminario internazionale di tre giorni e mezzo organizzato dall’Acton Insitute rivolto a chiunque desideri approfondire i cardini su cui si fonda una società libera e virtuosa. Attraendo centinaia di leader economici, politici, educativi e religiosi da oltre 70 paesi, vi si studiano i temi centrali del libero mercato e della libertà religiosa senza trascurare quelli affini come la famiglia, la sussidiarietà, la cultura, la leadership, le politiche pubbliche, la teologia o il magistero.

L’Acton Intitute è il noto centro studi e think tank americano dedicato a integrare le verità giudaico-cristiane con i principi del libero mercato e a diffondere i principi di una società libera e virtuosa sia nell’ambito politico e imprenditoriale, che in campo religioso rivolgendosi ai leader di diverse confessioni.

Si sostiene, in sintesi, che il libero mercato, regolato dalla responsabilità individuale, espressione vocazionale, e con il sostengo giuridico-politico, ma non falsato dall’eccessivo intervento governativo, è campo privilegiato per l’esercizio delle virtù e raggiungimento del bene comune, come è vero che solo nella libertà si ha la costituzione dell’uomo come essere morale.

È sufficiente scorrere i numerosi corsi e i nomi dei docenti, da Michael Novak ad Arthur Brooks e Alejandro Chafuen dell’Atlas Foundation, per percepire la ricchezza del seminario. E nei riferimenti storici – a partire dalla varie scuole medievali scolastiche alle diverse manifestazioni dell’Illuminismo europeo, gli economisti austriaci e grandi pensatori inglese come Lord Acton e Edmund Burke – si individua la matrice del pensiero politico.

Se è difficile riassumere il contenuto dell’Acton University in poche righe, è però molto utile coglierne la prospettiva sull’attuale situazione europea.

Arthur Brooks, presidente dell’American Enterprise Institute, ha messo a fuoco la questione morale all’origine della crisi attuale e sollecitato dalle domande degli europei presenti ha chiarito quanto sia grave, dal suo punto di vista di cattolico, il problema morale in Europa.

Un quadro più dettagliato si è avuto con il seminario di Samuel Gregg, the European Social Market, scaricabile dal sito dell’Istituto: troppo Stato centrale che interviene nel mercato; troppe corporazioni e burocrazia, ma poca libera impresa, troppo welfare pubblico e poca natalità. Basti pensare che sullo scarso valore dato in Europa alla libera impresa ha portato come esempio il famoso Articolo 41 della Costituzione Italiana. In sintesi, in Europa abbiamo barattato la libertà con una forma di sicurezza secolare e inutile davanti alla crisi, e viene riconfermato che la crisi europea, già grave, diventa irrimediabile se non viene còlta come opportunità per spiegarne le vere cause e provare a ribaltare i paradigmi del Big Government a favore del libero mercato.

Può essere significativo che degli 850 partecipanti al seminario, i paesi non statunitensi maggiormente rappresentati erano quelli sudamericani e, a eccezione della Polonia, erano pochissimi gli europei, e chi scrive era l’unico partecipante italiano.

L’Europa è vista ormai come terra secolarizzata, senza Dio, e per questo incapace di credere nella persona e nelle sue capacità, e quindi nel mercato libero, regolato da leggi giuste e dal senso morale, quale luogo preferenziale in cui realizzare relazioni piene e ottima leva per ripartire.

Eppure si fatica ancora a spiegare la crisi nella sua reale dimensione, la si imputa all’eccessivo liberismo – che però in Europa non c’è, c’è semmai un libero corporativismo -, alla “finanza sfrenata” – che però è regolamentata dalla politica – e si trova la soluzione in sempre maggiore centralismo. Raramente si trova un’analisi così chiara sul divario tra establishment europeo politico, finanziario, corporativo, e popolazione di tax-producer e imprenditori schiacciati da una concorrenza sleale del Big Government, come quella sentita all’Acton University.

Se l’analisi è sconfortante, non mancano affatto elementi di speranza, ma affondano solo nella consapevolezza della reale situazione in cui siamo, e nella forza delle idee motivate dal senso morale di ciascuno, per usare le parole di Arthur Brooks.

Infine, è importante segnalarvi che all’Acton Univesity è stato presentato “Defending the Free Market: The Moral Case for a Free Economy” (Regnery Publishing, inc.), ultima pubblicazione del presidente e cofondatore dell’Acton Insititute, Rev. Robert Sirico. Il suo libro illuminante chiarisce molto efficacemente gli elementi per affrontare la questione morale del capitalismo, mettendo a fuoco il fondamento della natura umana che è anche di ordine morale e quindi non riconducibile alla sola sfera economica. Talvolta nei nostri dibattiti sfugge il nodo centrale da cui si articola un simile discorso, che quindi diventa ideologico o religiosamente fanatico.

Sfugge cioè che il lavoro, anche il lavoro imprenditoriale, per il cristiano è un mezzo privilegiato per cooperare alla Creazione, per mettere a frutto i talenti ed esercitare le virtù, per creare relazioni piene anche nell’ambito degli affari.

È una questione essenzialmente antropologica.

L’autrice di questo articolo è cofondatrice del Tea Party Italia

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