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Non lavorano, non studiano… Ma cosa fanno i “Neet”. Chi sono? E soprattutto, esistono davvero? Non esattamente

novembre 1, 2014 Elisabetta Longo

Il sociologo Dario Nicoli prova a tracciare l’identikit di una categoria che “ingloba” il 32 per cento dei giovani italiani ma che di fatto è indefinibile (non sono i “bamboccioni”)

Si chiamano “Neet” e si aggirano tra noi. Neet è l’acronimo di “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, cioè nullafacente, sia dal punto di vista dello studio che del lavoro. Il fenomeno riguarda secondo le statistiche soprattutto questi ultimi anni, ed è localizzato principalmente nella fascia di popolazione di età compresa tra i 20 e i 30 anni, con alcune eccezioni. Il rapporto 2014 dell’EU Social Justice Index 2014 – un progetto del think tank tedesco Bertelsmann Stiftung che mette a confronto 28 paesi europei in termini di giustizia sociale (prevenzione della povertà, diritto allo studio, accesso al mercato del lavoro, coesione sociale, sanità, giustizia intergenerazionale) – ha decretato che in Italia i Neet sono il 32 per cento dei giovani, la più alta percentuale in Europa. Nel nostro paese, insomma, un ragazzo su tre attualmente non sta studiando né sta cercando lavoro. Ma è davvero così radicata questa “tendenza” tra i giovani italiani? Tempi.it lo ha chiesto a Dario Nicoli, professore di sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Professor Nicoli, il dato del Social Justice Index le sembra rispecchiare la realtà?
Più che commentare la percentuale del 32 per cento, vorrei innanzitutto domandarmi, e domandarlo a chi stila questo tipo di rapporti, come si possa pretendere di calcolare esattamente quanti siano i cosiddetti Neet. Per calcolare questa percentuale di popolazione, si deve partire da una negazione. Chi non ha comunicato allo Stato di essere impegnato in studi universitari o impiegato in un lavoro viene quantificato come Neet. Ma non è detto che queste persone siano necessariamente nullafacenti. Magari lavorano in nero, o sono sottopagati, per questo sono invisibili agli occhi della società.

Quindi i Neet soffrono di esclusione sociale?
Non è detto. Nel mondo della comunicazione, per esempio, ci sono tantissimi cosiddetti Neet. Prendiamo il caso di un giornalista musicale, uno che scriva tutti i mesi su una rivista prestigiosa del settore, che vada ai concerti, che compri i dischi per recensirli. Certo, uno così non si sente socialmente escluso, anzi, si sente riconosciuto, viene lodato per il suo lavoro. Ma in quanto a compensi magari ottiene poco, viene pagato saltuariamente e in nero, e dunque per lo Stato non esiste. È un Neet, ma di fatto non lo è.

I Neet, di dice, hanno di solito alle spalle una famiglia che li sostiene. Subito il pensiero va al termine “bamboccione”.
La famiglia diventa il proprio datore di lavoro, nel senso che provvede al mantenimento in caso di disoccupazione o di retribuzione insoddisfacente. Quello che i genitori si concedono è un lusso rischioso. Non voglio dire che invece dovrebbero disinteressare dei figli, per carità, solo che il ragazzo che si trova in questa condizione di limbo potrebbe adagiarsi. E non darsi più da fare, alla lunga, crea una spirale negativa.

È possibile cercare di dare un’immagine dei Neet?
Il dato di fatto iniziale è che i Neet sono un’insieme di storie, ognuna delle quali è un caso a sé. È difficile dare un’immagine unica. Potremmo cominciare col dire che sono ragazzi che hanno sbagliato il percorso di studio, che dopo la triennale hanno fatto la biennale, e poi ancora un master, un altro master, hanno cercato di entrare nel mondo della ricerca universitaria ma non ci sono riusciti. Anno dopo anno sono arrivati a compierne 35, inseguendo qualcosa che non è mai stato troppo concreto. Poi ci sono i ragazzi meridionali, intesi come residenti al Sud, dove non c’è domanda e non c’è offerta di lavoro, tutto è immobile e nessuno riesce a trovare un impiego. Lì non si può parlare di crisi, la situazione economica è stabile da decenni, e talvolta i genitori, per riuscire a mantenere tutti i figli a carico, sono costretti a trasferirsi dalla città alla casa in campagna del nonno. Poi ancora ci sono gli studenti “persi”. Quelli che non si sono mai impegnati realmente, che si lambiccano nella propria pigrizia con la scusa che “c’è la crisi”. Li riconosco subito, questi Neet, tra i ragazzi ai quali insegno.

Lei insegna a studenti universitari, cosa cerca di spiegare loro riguardo al futuro?
Alcuni fin dalla prima lezione mi chiedono: “Prof, saremo disoccupati?”. E io rispondo, molto tranquillamente: “Ragazzi, voi dovete ancora entrare nel mondo del lavoro, per essere un disoccupato bisogna prima aver avuto un’occupazione e averla persa”. Quest’ansia della crisi che c’è al di fuori dei chiostri universitari talvolta diventa un alibi. Credo comunque che alla base per gli aspiranti lavoratori di domani debba cambiare il tipo di percorso formativo, cosa che per altro sta già avvenendo in parte.

Lei che soluzione propone?
A mio avviso, ci sarebbe bisogno di nuove figure di riferimento che facciano da “tramite” con i ragazzi, per evitare che si smarriscano. Chi sceglie giurisprudenza oggi sa già che purtroppo il settore degli avvocati è del tutto saturo. Al contrario, se un’impresa cerca operai specializzati, gli annunci rimangono senza risposta. Quando viene il momento di scegliere l’istruzione superiore, è un errore non valutare cosa chiede il mercato: non si può solo inseguire i propri sogni, bisogna che i sogni siano attaccati alla realtà. Serve un filo diretto con le imprese, per indicare ai ragazzi quali sono i mestieri più richiesti del momento. Così forse avremo meno Neet in Italia.

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2 Commenti

  1. Filomena scrive:

    La condizione di Neet è molto spesso legata alla modesta mobilità
    sociale e in particolare dalla scarsa possibilità dei giovani
    provenienti da famiglie con bassi livelli d’istruzione di
    percorrere, grazie al merito e alle pari opportunità, tutto il
    percorso di studio fino alla laurea: solo il 7,5% dei giova-
    ni con genitori che hanno conseguito al massimo la licen-
    za media si laurea, mentre se i genitori sono laureati più
    della metà dei figli acquisisce lo stesso titolo di studio
    (58,6%). L’influenza del livello di studio dei genitori si
    attenua invece per le giovani donne che riescono sempre, a parità
    di condizione sociale, a conseguire titoli di studio più ele-
    vati rispetto ai maschi.In Italia la differenza di genere fra i Neet dei giovani tra 15 e 24 anni d’età è minima, mentre è fra le più alte d’Europa nei giovani adulti (25-29 anni), soprattutto nel
    Mezzogiorno dove prevale un modello familiare con unico stipendio in famiglia e il ruolo sociale della donna è ancora confinato tra le mura domestiche. Anche la persistenza della condizione di Neet in Italia è molto elevata nella popolazione femminile dal momento che, a 5 anni dalla fine degli studi, il Neet rate delle ragazze inattive si riduce di soli 4 punti percentuali, mentre quello dei ragazzi di 25 punti. Si registra, invece, una bassa percen-
    tuale di giovani celibi e nubili che vivono soli. Del resto
    nell’Unione europea si osserva che gli Stati membri con
    un alto Neet rate sono i paesi dove i giovani restano più a
    lungo a casa con i genitori. In Italia tale percentuale è
    molto più alta della media europea: nel nostro paese il
    91,8% dei ragazzi tra 15 e 24 anni e l’82,8% delle ragazze
    vive ancora in famiglia con i genitori, in Danimarca il
    40% degli uomini e solo il 27% delle donne. L’anomalia
    è ancora più significativa per i giovani adulti tra 25 e 29
    anni: nel nostro paese vivono ancora a casa dei genitori il
    48% dei maschi e il 30,6% delle femmine, in Danimarca
    il 2,8% degli uomini e lo 0,5% delle donne.

  2. Jadexxx scrive:

    Boh, non so se sia vero che questi benedetti neet non esistono, però io ho una sorella d 37 anni laureata ma senza titolo professionale né abilitazioni che non è capace di tenersi un lavoro né una casa e vive con mio papà vedovo che la mantiene. questi come si chiamano???

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