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Noi omofobi? Sono le lobby gay a negare la realtà e la libertà

aprile 3, 2012 Benedetta Frigerio

Lo psicanalista dell’Università Lateranense, Mario Binasco, spiega i termini di una lotta in cui chi cerca di superare le barriere ideologiche è criminalizzato.

«Omofobia, questo è il termine più pericoloso. Che fa da grimaldello a una lotta politica in stile nazista e totalitario. E che criminalizza tutti coloro che si permettono di dire qualcosa di contrario al mainstream gender». Intervista a Mario Binasco, psicanalista professore del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su Matrimonio e Famiglia, presso la Pontificia Università Lateranense.

Che cosa significa omofobo?
Chiediamolo a chi usa questa espressione. Vediamo che risponde. Perché prima di essere criminalizzato come tale, vorrei che me lo spiegassero. Questo, infatti, è un termine che nasce da un presupposto e non dalla realtà. 

Un presupposto. In che senso?
Nel senso che viene da una percezione delle cose ma non da “cose” che esistono realmente. L’omosessuale vive un conflitto e non si sente a posto. Non trova un luogo in grado di accoglierlo e si affida a chi gli dice che è colpa della società che non lo accetta. Questo modo di categorizzare e di dividere in identità, in generi, in eterosessuali omofobi e gay, è strumentale alla battaglia politica intrapresa dalle lobby Lgbt, che creano appositamente gli stessi steccati che dicono di voler combattere.

Lei è convinto che la battaglia omosessuale sia politica, giocata sulla contrapposizione e la ricerca del nemico. Come bisognerebbe affrontare la questione?
Il dramma è che questa battaglia tratta i legami umani solo come strumenti di uno scontro, senza che si possano conoscere davvero. Ed è vietata la discussione, completamente bandita dall’arena pubblica. Non esiste la possibilità di confrontarsi. Non si accetta di capire cosa avviene in questa realtà umana. Questa lotta è l’ultimo strascico del Sessantotto. La piazza, che si riempie con manifestazioni, è il luogo di un’identificazione in cui per definizione chi sta dentro è “amico” e chi è fuori è “nemico”. Ma la realtà delle persone è un’altra: quando si esce dalla piazza, infatti, si trovano i problemi. Se è vero per qualsiasi legame, non le pare almeno strano che quelli omosessuali appaiano come perfetti e privi di scontri? Queste unioni vengono mistificate nel bene e nel male: si parla di tali legami facendoli passare o come di quelli delle famiglie del Mulino Bianco o come quelli di persone atrocemente perseguitate. Nella loro vita reale, invece, non c’è nulla di tutto ciò. Vede una persecuzione in atto? Vede qualcuno che li mette a tacere? Io vedo il contrario.

Il nostro giornale ha ospitato la lettera di un omosessuale.
Che ha cercato di attaccare un tentativo di capire. Infatti, anche ammesso che quella lettera sia reale, di una persona che davvero vi legge, che va in chiesa e che solo ora scopre che siete un giornale “omofobo”, mi colpisce lo stile, identico a quello della battaglia Lgbt che riporta tutta la discussione sempre su di un piano meramente politico.

Chi prova a uscire dal coro, come hanno fatto alcuni gay inglesi, è bersagliato dalle lobby omosessuali.
Esattamente. Chi di loro prova ad esprimere un disagio viene a sua volta criminalizzato. Per questo arrivano da me, psicanalista. “Fuori” non possono parlare. Mentre la psicanalisi è un luogo in cui, al contrario di quello politico, si permette loro di esprimere le problematiche che sentono e che hanno l’esigenza di affrontare con qualcuno. Il punto è che se già questo luogo è odiato dalle lobby gay, perché sdogana il tabù portando a galla ciò che farebbe fallire anni di lotta strategica, se ci spingiamo più in là (educazione gender nelle scuole, legislazioni contro l’omofobia etc) chi desidera avvicinarsi a un terapeuta per essere aiutato non potrà più farlo definitivamente. E questo è totalitario perché nega a un essere umano la libertà di farsi aiutare e di esprimersi.

La psicanalisi è attaccata ferocemente dagli attivisti gay. 
Gli attivisti gay hanno attaccato la confessione cattolica e la psicanalisi, additandole come repressive. Quando, al contrario, in questi ambiti l’uomo si libera e viene aiutato. Si gioca sul fatto che l’uomo sia tentato di non voler riconoscere il dramma che esiste nella realtà. Quello a cui richiama la Chiesa che, come dice Eliot, «ricorda loro la vita e la morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare». Esattamente al contrario del potere totalitario che vuole far credere alle persone che va tutto bene, così da tenerle sotto controllo.

Si sente dire il contrario: la società tramite la rieducazione cattolica e l’aiuto psicologico toglie agli omosessuali la libertà.
Io voglio solo capire i problemi che mi vengono posti da alcuni di loro e offrire un aiuto a chi lo vuole. È da criminali invece dire, come fanno alcuni: “Guarda, non hai nessun problema”. È come dire a un depresso che non si deve sentire in colpa. Chi le pare totalitario? Io o chi nega la realtà? Io o chi vuole rieducare gli “omofobi”, mettendoli a tacere e criminalizzandoli, affinché si possa fare tutto senza limiti, anche a discapito dei più deboli, come i bambini a cui si vuole insegnare questa visione univoca? Posso, poi, da medico impedire a uno che mi chiede di guarire di aiutarlo? No. E, per questo, mi cuciranno la nuova stella di Davide sul petto? Gli “omofobi” sono i nuovi nemici del pensiero totalitario. I movimenti gay stanno collaborando all’istituzione di questo potere: distruggono gli avversari urlando di essere perseguitati. E così denigrano chi non la pensa come loro. Compresi quegli omosessuali che non vogliono vivere la loro condizione come un’identità politica. Infatti chiunque abbia una visione libertina della vita, dove si deve poter fare quel che si vuole senza limiti, parla di omofobia e difende a tutti i costi questo stile di vita. Il libertinismo non accetta nessuna norma, anzi, la vuole sovvertire perché si fonda su un sogno ben preciso. Prodotto, tra l’altro, dal consumismo: quello di godere senza soffrire, quello di eliminare qualsiasi contraddizione che, però, è intrinseca ad ogni legame. Non esiste nell’esperienza reale alcuna gioia priva di sofferenza. Cercare di negarlo è utopico e quindi violento. Ecco l’attacco alla psicanalisi che parla di castrazione e di dispiacere.

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15 Commenti

  1. Nessuno says:

    Andate nei bagni della fiera durante i giorni del vostro bel Meeting ad agosto; osservate bene cosa accade. Poi potrete parlare.

  2. Mela says:

    straquoto Mirella, Gmtubini, Viccrep e Giesse! Tant’è, non c’è più sordo di chi non vuol sentire…

  3. Enri says:

    Appoggio totalmente il pensiero della signora mirella, e aggiungo che questi gruppi non si battono solo per diritti che in realtà sono privilegi, ma vorrebbero anche poter etichettare come omofobo chiunque non la pensi come loro… È il caso di fare molta attenzione secondo me……

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