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Niente buonismi né lezioncine, questa è l’accademia Quarto Oggiaro

ottobre 8, 2012 Chiara Sirianni

Un gruppo di amici vuole «trasformare la rabbia dei “randagi” in energia creativa». Così una “scuola di strada” sta riscattando il quartiere più malfamato di Milano

C’è una scritta coloratissima, sul muro grigio che accompagna via Mambretti, periferia nord-ovest di Milano: “Welcome to Quarto”. È un murale senza pretese che hanno fatto quest’estate quindici ragazzini tra i dieci e i tredici anni, trascinati dalle piazzette a «fare qualcosa di bello, di un po’ diverso». Aaron Paradiso, ventotto anni e un bel sorriso onesto, è il presidente dell’associazione Unisono, un gruppo di ragazzi che a volto scoperto organizza, coinvolge e aiuta i ragazzi del quartiere cercando di fornire ai “randa” dei cortili gli strumenti che servono a trovare la propria strada. Superando tutta quella retorica da periferia delinquenziale «che spesso e volentieri diventa una scusa».

Quarto Oggiaro nasce nel 1961 come quartiere dormitorio, per accogliere gli immigrati del Sud venuti a lavorare allo stabilimento dell’Alfa Romeo di Arese. È collegato al resto della città da un ponte, e i casermoni da edilizia popolare (in cui vive ancora il 70 per cento della popolazione) uniti all’insediamento delle organizzazioni mafiose gli hanno fatto guadagnare la fama di quartiere malfamato per eccellenza. «Ma non siamo il Bronx, anche se i media ci dipingono così». Da sette anni ci sono una ventina di ragazzi tra i venti e i trentacinque anni e una palazzina immersa nel bellissimo parco di villa Scheibler a fare da centro aggregativo. Attorno al tavolo, sotto il portico dello Spazio Baluardo (comprensivo di saletta con divani, bar, dischi e libreria), si discute sul film da guardare al cineforum del martedì. A fianco alle birre fresche c’è un bicchiere di plastica pieno di fragoline di bosco: le ha appena raccolte nell’orto Anna Toraldo, cinquant’anni e l’aria di chi si muove nel giardino di casa sua. Dietro al Baluardo c’è infatti un orto con frutta e verdura, gestito da alcuni membri del Quarto-gas, il gruppo di acquisto solidale del quartiere, che compra la merce direttamente dai produttori. «I fondatori provengono da esperienze comuni come utenti nell’ex Centro Giovani di via Val Trompia, altri da esperienze in parrocchia o in centri aggregativi simili», spiega Aaron. «Ma la maggior parte dei nostri soci proviene dai cortili e dalle strade del nostro quartiere».
Una seconda casa
Concerti, mostre d’arte, corsi di musica e danze a prezzi popolari, aiuto scolastico, e anche i murales come occasione di fare due chiacchiere, per trovare un linguaggio comune. E i ragazzi finiscono per eleggere “il Baluardo” come loro seconda casa: tra una partita a freccette, una sigaretta e i computer a disposizione, iniziano a fidarsi, si interessano, fanno domande. «Tentiamo di scavare in cerca di stimoli, perché nessuno resti indietro. Nell’apatia ottusa che ti dà un pomeriggio passato a fumare al parchetto. Senza figure di riferimento, in mezzo alla strada, mastichi asfalto e rabbia per anni». Così, dopo trent’anni di abbandono, tra eroina e criminalità, Quarto Oggiaro inizia a vivere una fase nuova. Fa impressione pensare che questa palazzina colorata e piena di attività negli anni Ottanta era il punto di ritrovo dei tossici del quartiere. «Nei bagni si spacciava, spesso e volentieri la regalavano. Qui l’eroina ha spazzato via un’intera generazione. Lo abbiamo scoperto a nostre spese, perché qualcuno faceva parte delle nostre famiglie. Quando abbiamo fatto bonificare il terreno, dopo trent’anni di abbandono, hanno raccolto due sacchi dell’immondizia pieni di siringhe. Gli operatori hanno detto di non aver mai visto niente del genere».

Aaron ha la naturalezza di chi nel quartiere ci è cresciuto: dai balconi lo salutano tutti, il cellulare squilla in continuazione. Sono genitori che gli chiedono di affittare la sala per una festa di compleanno, o qualche dritta su come trattare il figlio, che non è mai a casa. Sembra una figura a metà tra un boss con la testa rasata e un prete con la felpa. «Ma no ma no, è che alla gente piace riconoscersi in una dimensione da paese». Di sicuro è un interlocutore fidato. «Siamo stufi di essere guardati male solo perché viviamo qui», si sfogano due sorelle sedute in piazza, coi passeggini. «Per la stragrande maggioranza si tratta di persone oneste, che la mattina si alzano e vanno a lavorare. Certo, se i figli stanno in cortile e non li segui, uno su tre finisce in brutti giri».

Dai compagni ai camerati
Togliere i ragazzi dalla strada per il responsabile del Baluardo è un’espressione vaga e abusata. «Al contrario, la dimensione della strada è quella giusta: basta camminarci a testa alta, ti insegna un sacco di cose. A un certo punto impari che i veri uomini non sono i bulli, ma quelli che non hanno nessun interesse a mostrarti chi è il più forte, e aiutano gli altri. Certo, abbiamo dovuto destreggiarci tra le criticità oggettive di un quartiere come questo. Non basta creare uno spazio culturale e aspettare che gli altri si siedano in cerchio pronti a fare una bella riunione. All’inizio abbiamo anche dovuto fare i conti con l’arroganza di chi voleva imporsi, convinto che questo spazio potesse diventare il suo bar. Sono stati anni difficili e intensi, con tanti cambi di direttivo». Questa identità a metà tra il presidio di quartiere e la casa del popolo consente di stringere rapporti con chiunque. «Non ci sono iniziative partitiche. Anche perché il nostro gruppo va dall’ex militante di Rifondazione comunista, che magari vuole buttarsi nel sociale, al ragazzo di destra, che arriva qui con le sue idee e dopo due partite di calcetto finisce a insegnare l’italiano agli stranieri». Il collante è dei più semplici: senso pratico, unito alla voglia di restituire un’esperienza positiva. «Sono stato un ragazzo dei cortili anch’io, cresciuto con mia nonna, avevo lasciato la scuola». Chi studia tende ad avere una compagnia fuori dal quartiere, gli altri stanno nei bar. E al bar incontrano il prototipo del balordo: quello che spaccia, che non fa niente tutto il giorno, che è appena uscito di galera e non sa dove andare. Sedici anni e niente da fare, la compagnia della via con cui «si rubava, facevamo i delinquenti: prima la barretta di cioccolato, poi il motorino, il negozio, fino ad arrivare agli scippi. Cercavo qualcosa da fare che mi tenesse lontano da quelli che in fin dei conti erano i miei amici. E l’ho trovato in un centro giovanile: gli operatori lavoravano in équipe da anni sul territorio, sapevano tutto di noi, capivano il nostro atteggiamento un po’ tribale. E ci insegnavano a dotarci di parole e significati che nutrivano quella parte di noi, intima e profonda, che ci avrebbe portato a emularli».

L’importanza di avere un esempio
Quando il centro chiude, nel 2001, i ragazzi si riversano in strada. «Io avevo diciassette anni, un giorno ho letto sul giornale che il Comune aveva intenzione di assegnare uno spazio, e sono andato in giro fra gli amici con un blocco per appunti a raccogliere idee. Alcuni di noi hanno preso la vita in mano. I più piccoli no, e in pochi anni li ho ritrovati cresciuti in fretta, agli angoli delle strade a vendere cocaina, a parlare come i grandi, a vivere nel falso mito della delinquenza». Nel frattempo il bando viene consegnato e il gruppo vince la gara. Dopo due anni di ristrutturazione, nel 2005 nasce Spazio Baluardo, assieme alla sfida «di trasformarci in quello che era stato per noi il centro giovani, anche se non ne avevamo le professionalità né le risorse». Ma poco importa. A due isolati di distanza c’è l’istituto tecnico Greppi, dove il preside vuole mettere in piedi un doposcuola obbligatorio, perché la situazione in classe è insostenibile. «Ci ha chiesto di creare una palestra popolare, per insegnare ai ragazzi la boxe. Non perché vadano in strada a fare i bulli, ma per imparare le regole e il rispetto dell’avversario».

Come si trasmette una certa sensibilità senza forzature? «Con naturalezza, con umiltà ma anche con autorevolezza. Con l’esempio, credo. Penso che nessuno sia in grado di insegnare cos’è il bene e cos’è il male, al massimo si può ragionare su cosa è giusto e cosa è sbagliato, la vita ti darà le risposte e l’esperienza che farai ti metterà in fila, una dietro l’altra, le domande giuste da porti per capire che senso ha vivere e stare in gruppo, in una società. Ai ragazzini piace stare in gruppo, in “batteria”: anche in questo si gioca un po’ al fascino criminale. Bisogna costruirlo in maniera alternativa. Senza buonismo, perché poi tornano a casa e hanno a che fare con i redditi e i problemi della loro famiglia. Quando escono vogliono solo sfogare la rabbia, e se riesci a incanalare quelle energie in un altro percorso, diventa qualcosa di straordinario».

Ma quale “piccolo Vallanzasca”
Ci sono i casi limite, come quello di “Pulce”, il ragazzino di quattordici anni balzato alle cronache milanesi per aver guidato, il 20 settembre scorso, una rivolta di detenuti nel carcere minorile Beccaria. Qualche giorno dopo ha colpito violentemente un agente sul volto con un bastone, provocandogli una profonda ferita allo zigomo. I giornali l’hanno battezzato “il piccolo Vallanzasca” per la sfrontatezza con cui rifiuta qualsiasi autorità, e per la sua abilità di fuga. «Quando l’ho conosciuto aveva 7 anni, lo trovai mentre armeggiava con un motorino. Il rumore del pedalino che dava a vuoto mi aveva spinto a guardare sul retro di Spazio Baluardo per imbattermi in un bambino che rubava il suo primo cavallo. Mi disse: “È tuo?”, con i toni ingenui dei monelli che fanno una marachella e vogliono sembrare innocenti». Quando qualche anno dopo viene allontanato da un locale dalle forze dell’ordine perché roteava un mazza da baseball, agli agenti dice cone le lacrime agli occhi che si fida «solo di Aaron». Perché? «Non aveva amici. Era aggressivo, violento, un bambino che girava con una pistola giocattolo e derubava i passanti. Ma non ha mai visto altro. Uno che a quattordici anni salta da un balcone all’altro, che impenna una moto che è dieci volte più grande di lui, sarebbe in grado di fare grandi cose».

Tanti ragazzi di Quarto sono stati dei “pulce”. Come Mattia, ora break dancer a livello europeo, o Daniele Doria, che oggi è uno dei più grandi campioni mondiali di parkour. «Da piccolo era tremendo», ricorda Aaron. «A sette anni suo padre lo mandava in giro con la cresta e il chiodo. Un minipunk». Ha imparato a destreggiarsi scappando dai guai in cui si metteva. Nel frattempo ha scoperto la sua predisposizione per quello che è uno sport nato nelle periferie francesi negli anni Ottanta, in cui si sfidano i propri limiti in un continuo esercizio di stile: si pensa a un percorso, nell’arredo urbano, e lo si raggiunge saltando gli ostacoli nel modo più rapido e fluido possibile. Prima scappava da tutto, ora è uno degli atleti più bravi del mondo. È il mito dei ragazzi che al pomeriggio si ritrovano al parco e la sera passano da Baluardo. Vanno alle medie. «Quando prendo il treno per tornare da scuola – dice uno di loro – c’è una voce metallica che annuncia le fermate: Milano Cadorna, Milano Bovisa Politecnico, Milano Lancetti. Quarto Oggiaro, senza Milano davanti. Ogni giorno mi innervosisco. Siamo un quartiere, non un mondo a parte».

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