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È necessario trasmettere entusiasmo per Cristo. Come fecero i profeti Giussani e Lubich

febbraio 18, 2012 Redazione

Julien Ries: «Per riscoprire la Chiesa è necessario trasmettere un entusiasmo per Cristo, che la nostra generazione ha quasi perso. Ma ai giovani è possibile. Si tratta di ritrovarlo nel Vangelo: ci vogliono profeti per la nostra epoca. Ce ne sono stati di recente, come don Giussani, Chiara Lubich e altri».

Pubblichiamo l’intervista a Julien Ries a cura di Armando Torno, apparsa sul Corriere della Sera del 4 febbraio 2012.

Julien Ries, professore emerito a Louvain La Neuve di Storia delle religioni, è cappellano presso la Famiglia spirituale l’Oeuvre a Villers Saint Amand (nel Belgio vallone). La Cattolica di Milano, alla quale ha lasciato biblioteca e archivio, gli ha conferito la laurea honoris causa nel 2010. La nomina a cardinale è giunta per i suoi lavori scientifici e culturali. Riceverà la berretta il 18 febbraio. Le sue opere complete stanno uscendo da Jaca Book, casa editrice con cui collabora da un quarto di secolo. Lo abbiamo intervistato.

La porpora a 92 anni. Cosa dice il suo cuore?
«È stata una grande sorpresa, ero totalmente meravigliato. Non me l’aspettavo. Nella vita capita quello che succede nell’evoluzione: un imprevisto permette un salto in avanti. Ho riflettuto sulle ragioni e ho pensato che prima di me c’era stato Franz König, di Vienna…».
Che giocò un importante ruolo nel Concilio…
«…come storico delle religioni. Era un grande conoscitore dell’Iran e aveva, tra i molti lavori, comparato l’escatologia di Zoroastro con l’Antico Testamento. Ma, al di là di tutto, credo che siano i miei studi di storia delle religioni e anzitutto quelli sull’antropologia religiosa che hanno giocato nella nomina».

Continuerà la sua opera o la porpora è troppo pesante?
«No, non lo è; anzi è una leva che permette di avere una visione migliore della missione intrapresa e un’idea più entusiasta del lavoro ancora da compiere. La mia giornata di studio e di raccoglimento continuerà. Comincio alle 5 di mattina: preghiera e meditazione, poi celebro la messa a cui vengono le suore dell'”Oeuvre”. Tengo una omelia tutti i giorni, nella quale ricordo santi e avvenimenti della Chiesa per orientare il nostro lavoro. Traggo ispirazione da Ambrogio, che influenzò anche Agostino. Dalle 9 fino alle 12 mi dedico allo studio e alla scrittura. Lo stesso faccio dalle 3 di pomeriggio alle 6 di sera. Poi la cena. E il riposo».

Cosa manca oggi alla cultura?
«Primariamente la coscienza della storia, della storia dell’umanità. È una disciplina quasi dimenticata. E la storia della cultura ha bisogno di essere conosciuta per sapere dove mettere i piedi. Il Concilio Vaticano II nella costituzione Gaudium et spes, che parla della relazione Chiesa-mondo, ha posto un capitolo importante sulla cultura, che andrebbe riletto oggi. Per la Chiesa è stato un impegno serio e il lavoro di figure quali il cardinale Ravasi ne è la prova».

Cosa va scoperto e valorizzato nella cultura di oggi?
«La cultura attuale ama la superficie e ha perso il senso: smarrirlo equivale a non trovare più la ragione della vita. In Europa, per esempio, manca la coscienza della storia cristiana. C’è dunque un lavoro in profondità da fare e occorre, tra l’altro, attivare il dialogo con i non credenti. Non si deve inoltre avere alcuna paura per l’immigrazione, ma non si possono trasformare le periferie in luoghi di parcheggio che ricordano la colonizzazione, quando i nativi erano posti in “campi” e gli europei  vivevano per proprio conto. Io seguito a utilizzare il termine acculturazione per esprimere l’accoglienza simpatetica di altri popoli. Uso poi il vocabolo inculturazione per esprimere come l’annuncio del Vangelo debba tener conto di rivolgersi a culture diverse».

Riscoprire la Chiesa. È possibile ancora?
«Per riscoprire la Chiesa è necessario trasmettere un entusiasmo per Cristo, che la nostra generazione ha quasi perso. Ma ai giovani è possibile. Si tratta di ritrovarlo nel Vangelo: ci vogliono profeti per la nostra epoca. Ce ne sono stati di recente, come don Giussani, Chiara Lubich e altri».

Lei è considerato il più grande antropologo religioso del nostro tempo. Un giudizio sull’antropologia «non» religiosa…
«L’antropologia “non” religiosa è una scienza orizzontale, guarda l’uomo nelle sue dimensioni sociali e, a volte, con occhi che fanno fatica a vedere, come quella strutturale di Lévi-Strauss. In noi c’è un’altra dimensione. Sant’Ireneo diceva che l’uomo che sta ritto in piedi è la gloria di Dio. Occorre vedere assieme alla dimensione orizzontale quella verticale: l’uomo è piantato verso il cielo. Dunque all’antropologia non deve mancare la trascendenza e l’antropologia religiosa è marcata dalla trascendenza. Da qui l’importanza dell’homo religiosus».

Teilhard de Chardin. Questo gesuita turba ancora la Chiesa?
«Sta tornando! Le ricerche attuali sull’evoluzione mostrano la visione chiara e lungimirante che aveva Teilhard. È stato De Lubac a indicare per primo il vero volto di Teilhard. Oggi la Chiesa riconosce che commise un errore nel metterlo da parte».

Il mondo sta cambiando. È solo crisi economica?
«La crisi economica profonda ha le sue radici nel neoliberismo. Si è puntato su ricchezza e beni materiali e non si è capito che sono campi da regolare. Siamo in un contesto di materialismo liberale. Accanto ad esso, c’è una crisi dello spirito per la perdita di veri punti di riferimento culturali. La mondializzazione è un monogambismo, ma per camminare occorrono due gambe. Occorre rileggersi le encicliche che denunciavano le società con una sola gamba».

I fondamentalismi religiosi?
«Hanno toccato molte fedi, e ne hanno fatto delle ideologie. Nell’Islamismo si mischia politica e religione, ma è il progetto politico che prevale e si vuole fare di esso la costituzione del mondo. Il fondamentalismo indù sta ripetendo un errore simile al nazismo, considerando necessaria, indispensabile ed unica per l’India appunto l’identità indù. Perderebbe in tal modo la grande visione dell’uomo e del mondo. Nel cristianesimo osserviamo lo stesso fenomeno con l’integrismo che seleziona i testi e trasforma la religione in ideologia. Lo abbiamo visto nella guerra del Golfo. L’ideologia fondamentalista sovverte l’uomo religioso, diviene intolleranza ideologica e rende il dialogo impossibile».

Molti suoi lavori si rifanno alla Preistoria. Perché?
«Ho trovato in essa le nostre radici. Con la Preistoria noi vediamo che in partenza l’uomo è marcato dal simbolismo ed è homo religiosus; e questo lo caratterizza. Da oltre due milioni di anni osserviamo la crescita di ciò che chiamiamo ominizzazione e seguiamo il percorso dell’umanità sino al Paleolitico superiore alle grandi grotte dipinte: segno, con la già precedente sepoltura dei morti, di un grande senso della trascendenza. C’è una crescita della coscienza nella storia dell’umanità che porta alla nascita delle grandi culture e religioni, ma noi notiamo che dal suo apparire l’uomo è simbolico e religioso. Questa consapevolezza è importante per il nostro tempo, per tale motivo mi sono interessato di Preistoria. Oggi abbiamo bisogno delle costanti del sacro: simboli, miti, riti. Oggi sappiamo che la Preistoria, un tempo considerata separata dalla storia per la mancanza della scrittura, è già storia. Non c’è alcuna rottura da quando appare l’uomo».

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