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«Avevo già scelto la bara». Malato terminale esce dal coma grazie all’intercessione del beato Popieluszko

settembre 18, 2014 Milena Kindziuk

«Padre Jerzy, oggi è il tuo compleanno. Se puoi fare qualcosa, fallo oggi. Aiutaci!». In seguito alla guarigione miracolosa, il 20 settembre, a Parigi, inizierà il processo di canonizzazione del “cappellano di Solidarnosc”

Tratto da Zenit.org – Era in fin di vita François, 56enne francese affetto da una forma estremamente maligna di leucemia. Durante l’agonia, la moglie stava già scegliendo il modello di bara e organizzando i funerali, invece è accaduto un miracolo: l’uomo è improvvisamente guarito per intercessione del martire Jerzy Popiełuszko. Proprio grazie a questa miracolosa guarigione, il 20 settembre, a Créteil vicino Parigi, inizierà il processo di canonizzazione del beato polacco, meglio conosciuto come il “cappellano di Solidarnosc”.

Il prof. Jozef Naumowicz dell’Università Cattolica di Varsavia, notaio nel processo di canonizzazione, ha annunciato che ascolterà in Francia i testimoni: “Questo – ha spiegato – significa che l’intero processo si svolgerà nella diocesi francese e successivamente, se la Congregazione vaticana per le Cause dei Santi dopo ulteriore attenta indagine confermerà il miracolo, il martire polacco sarà proclamato Santo”.

François si ammalò nel 2001. I medici gli diagnosticarono la “leucemia mieloide cronica in forma atipica” e fin dall’inizio gli avevano dato poche possibilità di guarigione. La diagnosi fu uno shock per lui che, ancora molto giovane, aveva un buon lavoro, una moglie amorevole e tre figlie adolescenti.

François voleva vivere, perciò si curò dai migliori ematologi e da professori di fama mondiale. I lunghi ricoveri negli ospedali frenarono un po’ l’espandersi della malattia, ma nonostante la chemioterapia e l’abbondante uso di medicine l’uomo non guariva.

Dopo dieci anni di cure sempre più pesanti il suo corpo si arrese completamente: François cadde in coma. Lo trasportarono all’unità palliativa dove erano ricoverati i pazienti terminali. I medici non avevano più speranze, tutti i trattamenti erano stati provati e la malattia tuttavia non era stata fermata.

La moglie vegliava il marito in coma. Fece in modo che François ricevesse il sacramento dell’unzione degli infermi (entrambi sono credenti, formati spiritualmente nella comunità Chemin Neuf). I medici dissero alla donna che il marito era in fin di vita e le suggerirono di provvedere al più presto alle formalità riguardanti la funzione funebre.

“Avevo scelto una bara di rovere – ha raccontato la moglie – perché a François piacevano le querce. A casa ho iniziato a riordinare le sue cose, ho strappato a pezzettini tutte le lettere che una volta gli avevo scritto. Pensavo: ‘Tanto non avrà più la possibilità di leggerli’. Nello stesso tempo sentivo dentro di me una pace. Non ho pianto, né mi sono fatta prendere dal panico”.

Fino a questo punto si tratta di una storia abbastanza comune anche se tragica. Ogni giorno molte persone in diverse parti del mondo muoiono per delle malattie. Ma per François ci fu una svolta e avvenne grazie alla suora polacca Rozalia Michalitka, della Congregazione di san Michele Arcangelo, attiva nell’ospedale di Créteil nella pastorale per i malati. Fu la religiosa a portare alla moglie di François la comunione.

In questa storia si inserisce poi il prete francese Bernard, 65 anni, sacerdote da pochi mesi visto che per 40 anni non aveva frequentato la Chiesa. Nel corso della sua vita Bernard si era sposato e aveva divorziato due volte. Dopo una conversione profonda nel 2003, era poi entrato in seminario per essere ordinato sacerdote nell’aprile 2012.

A luglio dello stesso anno, il prete si recò in Polonia e lì visitò la tomba di Jerzy Popieluszko a Varsavia. Rimase profondamente affascinato dalla testimonianza di questo sacerdote martire polacco. Sulla sua tomba scoprì che Popiełuszko era nato il suo stesso giorno, mese e anno: 14 settembre 1947. Da allora portò sempre con sé le immaginette e reliquie del Beato.

Sia suor Rozalia che padre Bernard ricordano bene quel venerdì del 14 settembre 2012: “Come se fosse oggi!”, dicono. Secondo le previsioni dei medici, quel giorno doveva essere l’ultimo per François.

Suor Rozalia disse alla moglie di chiamare un sacerdote, ma la donna spiegò che suo marito aveva già ricevuto i sacramenti, quando era ancora cosciente, quindi era pronto per morire. “Nonostante ciò – ha raccontato la suora  – interiormente ho sentito che un sacerdote doveva venire”.

Il caso volle che nella stanza accanto dello stesso reparto ospedaliero, era morta una paziente e la famiglia aveva chiamato un prete per l’unzione degli infermi. Suor Rozalia ricorda la sequenza degli eventi: “Sono tornata dalla moglie di François dicendole che presto sarebbe un sacerdote nella stanza. Lei ha acconsentito di pregare insieme!”.
Erano quasi le tre di pomeriggio, quando vicino al letto del morente François apparve padre Bernard. I tre cominciarono a pregare per il malato. Il sacerdote poi aprì un libro di preghiere e vi trovò una foto di padre Jerzy.

In quel momento si rese conto che era il 14 settembre, cioè l’anniversario della nascita del Beato, allora mise la sua immagine con le reliquie sul letto dove giaceva il moribondo e disse: “Padre Jerzy, oggi è il tuo compleanno. Se puoi fare qualcosa, fallo oggi. Aiutaci!”

Proseguì una preghiera formulata sul momento a parole proprie, il cui testo è stato dato adesso per il processo di canonizzazione di p. Jerzy. Ricorda ancora padre Bernard: “È accaduto tutto in modo spontaneo perché non avevo preparato niente in anticipo, soltanto ero vicino al malato mentre cercavo la preghiera adatta, mi sono reso conto dell’anniversario della nascita di p. Jerzy e quindi ho cominciato a chiedere la sua intercessione”.

Non appena il prete e la suora se ne andarono,  la coppia  rimase sola e avvenne accaduto  di inaspettato: François aprì gli occhi e chiese alla consorte: “Dove sono?”. Poi si alzò come se niente fosse, dicendo di voler andare da solo in bagno. La moglie lo guardava incredula. Pensava fosse un miglioramento temporaneo, prima della fine.

Il giorno successivo, suor Rozalia pensò di portare la comunione nella stanza di François. “Non so perché – ha narrato – ma sapevo che François era in uno stato di incoscienza, che la moglie non sarebbe stata  in camera la mattina perché  doveva sbrigare le faccende legate al funerale, e anch’io avevo un sacco di impegni, ma qualcosa mi spingeva ad andare”.

Arrivata in ospedale, la suora entrò nella cappella, prese il Santissimo Sacramento e si diresse verso la stanza dove giaceva il malato che credeva quasi morto. Aprendo la porta, la suora vide il letto vuoto! Pensò che subito l’uomo fosse stato portato in obitorio, ma ad un certo punto sentì dal bagno l’acqua scorrere dal rubinetto. “François, sei tu?”, chiese. “Sì, sorella, per favore torni fra venti minuti, quando finisco a farmi la barba e lavarmi potrò fare la comunione”.

La suora non credette alle sue orecchie. Sorpresa e spaventata, uscì di corsa dalla stanza e cominciò a chiedere se François fosse veramente vivo. Dopo venti minuti tornò nella stanza e lo trovò vestito, con la barba rasata. Pregarono insieme e lui fece la comunione. “In questa storia – dice oggi la suora con un sorriso sul volto – si può vedere come non agiamo soltanto noi, ma anche Dio fa la sua parte. Interviene per intercessione dei suoi santi”.

Gli accertamenti medici successivi evidenziarono che nel corpo di François non c’era nessuna traccia di leucemia. “Remissione completa della malattia” si legge sul referto. E questo grazie alla preghiera di p. Bernard per chieder l’intercessione del Beato Popiełuszko alle 15 di quel venerdì 14 settembre 2012, quando cadeva il compleanno del  martire.

La guarigione improvvisa e completa di François verrà accuratamente esaminata nel processo di canonizzazione del  sacerdote polacco. Il diritto canonico esige infatti che per proclamare Santo un beato bisogna accertare un miracolo attraverso la sua intercessione, avvenuto già dopo la sua beatificazione.

*

L’Articolo è tratto dal settimanale polacco “Niedziela” (“La Domenica”), n.38 del 21 settembre 2014.

Milena Kindziuk è una giornalista polacca, redattrice di “Niedziela”, autrice dei numerosi libri, tra cui due volumi su padre Jerzy Popiełuszko.

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15 Commenti

  1. Emanuele Bacci scrive:

    Scusate ma, con tutto il rispetto, ….. il 21 settembre dege ancora arrivare. Oggi è il 19!

  2. Alberto scrive:

    E’ un anticipo, un’anteprima di quanto verra’ pubblicato tra 2 giorni

  3. angela scrive:

    Prego perche’ le persone si convertano la fede infatti cambia la vita non c’ e’ situazione condizione che no ne tragga giovamento

  4. giuliano scrive:

    il malato è stato fortunato di essere polacco, perchè se fosse stato italiano e in punto di morte invece del prete avrebbero chiamato qualche volenteroso pro eutanasia

  5. Valentina scrive:

    Non credo nei miracoli. Tutto ciò che accade nel mondo ha una spiegazione nel mondo. I miracoli non esistono, esistono solo fenomeni che devono essere ancora capiti e spiegati.

    • Antonella Albano scrive:

      Forse non avresti creduto nemmeno se fossi stata lì.Hai un blocco che ti impedisce di intravedere le tracce del mistero fra le trame del reale, però ti perdi non poco di quel che succede.

      • Valentina scrive:

        Signora Antonella Albano, le assicuro che io non ho proprio nessun “blocco” e che non mi “perdo” proprio un bel niente. Ho semplicemente una diversa concezione della realtà e penso che tutto ciò che accade nel mondo ha una spiegazione nel mondo. Non credo che questo basti al primo che capita, fosse pure uno psicologo esperto, per diagnosticare “blocchi” a persone mai viste e mai conosciute.

    • Sebastiano scrive:

      Comoda posizione: se avviene una cosa che non riusciamo a spiegare e che viola gli stessi principi scientifici, anziché ammettere che esistono fatti inspiegabili, si decide che i fatti non esistono. Ma i fatti sono lì, bendarsi gli occhi non serve a farli sparire.

      • Valentina scrive:

        Signor Sebastiano, guardi che io ammetto senza alcun problema che esistono fatti inspiegabili: sono inspiegabili perché la scienza non è ancora arrivata a capirli e a spiegarli. Non si tratta né di una “comoda posizione” né di “bendarsi gli occhi” (e in entrambi i casi… non è il mio caso): si tratta, molto più semplicemente e razionalmente, di “sospensione del giudizio” in attesa che tali fatti possano essere capiti e spiegati. Anche in passato si verificavano fenomeni che per le conoscenze di allora erano inspiegabili e che poi la scienza ha correttamente spiegato. Così accadrà anche in futuro, quando la scienza avrà gli strumenti per spiegare ciò che oggi resta ancora inspiegabile. In attesa che ciò avvenga, l’atteggiamento corretto è la “sospensione del giudizio”, cioè non catalogare questi fatti in alcun modo e ammettere senza alcun problema che attualmente non ne sappiamo nulla. Senza alcun problema.

  6. Filomena scrive:

    Scusate ma io sono molto più realista. Voi avete mai conosciuto qualcuno che ha dei parenti i quali prima ancora di essere morto gli organizzano il funerale con tanto di bara? E quand’è il medico che con un anticipo di un giorno stabilisce la data di morte e chiede alla moglie del quasi defunto di andare a scegliere la bara? Tra l’altro quanto meno mi sembrerebbe di cattivo gusto.
    E poi dopo il coma in fase terminale questo signore si sveglia e cosa fa? Si rade e si veste di tutto punto senza dire nulla nessuno. Forse voleva ad altro l’insorgenza di…”vestirsi a morto” su suggerimento della moglie che nel frattempo ordinava la bara?

    • Sebastiano scrive:

      Non capisco dove stia la tua perplessità. Quando i medici si accorgono che un malato sta per morire, a volte consigliano, se la famiglia lo richiede, di riportarlo a casa perché possa morire fra le proprie mura. Cosa ci trovi di strano? Ma forse volevi sostenere che si tratta della “solita bufala clericale”. Sbaglio?

      • Filomena scrive:

        No, non ho elementi per dire che sia una bufala. Semplicemente constatato che usanze a parte, un conto è riportare a casa il congiunto in fase terminale, altra cosa è dire vada a scegliere la bara e organizzi il funerale prima ancora che sia morto. Questa cosa non l’ho mai vista fare e lavoro in sanità da 30 anni. Io quando ho letto l’articolo non ci ho pensato ma adesso che me l’hai fatto notare capisco che questa usanza di riportare a casa le persone anche già defunto è una caratteristica del Sud e non fa parte della cultura delle mie parti. Ammetti però che se uno si risveglia improvvisamente dal coma non credo che la prima cosa che fa è vestirsi di tutto punto è rendersi non credi?

  7. Filomena scrive:

    Errore: Forse voleva togliere l’incombenza ad altri di…..

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