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L’orco di Mirandola

aprile 21, 1999 Micalessin Gian

Non è una fiaba e accade nella profonda Emilia,
regno di tribunali per minorenni e di operatori sociali per i quali (come fu già per Pol Pot) i bambini appartengono allo Stato.
C’era una volta la famiglia….

l dottor Marcello Burgoni responsabile dei servizi sociali della cittadina Emiliana di Mirandola ha le idee chiare sulle cose che vanno cambiate nella società. Esporle non lo imbarazza neppure un po’. “Vede – ti spiega con fare scandalizzato – qui da noi (in Italia, ndr) c’è ancora forte nella gente il senso di proprietà del figlio: il figlio è una proprietà e nessuno me lo può toccare”. Magari lo pensavate anche voi. Beh, vi sbagliavate. Burgoni, codici alla mano, ve lo dimostra. “La nostra costituzione e la legislazione che è venuta avanti ha cambiato questa cultura – ti spiega – il bambino è un portatore di diritti e quindi va tutelato. La gente dice: ‘il figlio è mio e quindi decido io’, ma sbaglia”.

E quando si sbaglia si paga. Nell’allegra Emilia operatori sociali e magistrati hanno lanciato una solenne crociata per cambiare questo snaturato modo di pensare. Qualcuno pensa che le cose in una famiglia non vadano bene. Beh, non c’è problema: il Tribunale dei Minorenni firma un documento e la patria potestà viene cancellata. I bambini vengono portati via con le macchine della polizia e affidati ai servizi sociali. Poco importa che le accuse siano provate. “Il dubbio è fondamentale, ma in questi casi – ti spiega Burgoni – bisogna innanzitutto agire”. Come è capitato con i quattro figli di una famigliola di Massa Finale. I servizi sociali sospettano che abbiano potuto subire violenze a casa di parenti all’insaputa dei genitori. Il tribunale dei Minori di Bologna non ha dubbi su cosa si debba fare. Sottrarre i bambini ai genitori, non farglieli più vedere per quattro mesi e poi cercare di capire se le accuse siano vere. Poco importa che nessuna accusa venga rivolta ai genitori. Poco importa che nessun magistrato si prenda neppure la briga di sentirli. Poco importa che tutti in quel paesino dipingano quella famiglia come un esempio di correttezza. Depongono a favore dei genitori i rapporti dei carabinieri, i racconti degli insegnanti, le testimonianze dei paesi. Niente. Sulla base di un racconto abbastanza fantasioso di un’altra bambina, che dice di esser stata violentata assieme ai figli dei due genitori innocenti e parla di ancor più fantasiose messe nere, i due genitori si ritrovano senza figli. I quattro bambinetti, sottratti ai genitori sulla base di una deposizione resa da una cuginetta affetta da problemi psicologici e mentali, non vengono mai ascoltati dal magistrato. Non viene mai chiesto loro di confermare la versione dei fatti fornita da Maria. Da novembre non hanno più avuto il diritto di vederli né di sapere dove siano. L’unica accusa che pende sul loro capo è di non aver saputo vigilare. Peccato che nessuno si sia neppure preso la briga di provare che le accuse siano vere. Peccato che neppure il medico di famiglia dei bambini abbia mai riscontrato qualcosa di grave. Comunque i genitori non vengono neppure messi al corrente di quello che è successo ai loro figli. Non hanno sospettato di nulla e quindi sono colpevoli. Nel dubbio vanno puniti. Monsignor Ettore Rovatti, parroco di Finale Emilia, quella famiglia la conosce bene. “La madre – dice – fa l’insegnante nell’asilo parrocchiale, il padre fa l’operaio e nel tempo libero si dedica al volontariato. Sono persone rispettabilissime. Ma il problema non sono loro. È la cultura, caro figliolo. La cultura di queste parti. Qui il concetto è che i bambini non appartengono più alla famiglia, ma allo Stato. Allo Stato si vorrebbe delegare l’educazione e l’insegnamento. Lei forse non se lo ricorda ma successe anche da un’altra parte. Si chiamava Cambogia e qualcuno ebbe la bella idea di sottrarre i bambini alle famiglie per educarli con i principi dello stato socialista. Lo stesso vorrebbero fare qui da noi. Si chiama “costruire una società nuova”. Peccato che là in Cambogia non sembra esser andata troppo bene”.

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