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Lo scandalo di Firenze coinvolge tutti noi, non solo i Carabinieri

settembre 17, 2017 Alfredo Mantovano

O si affrontano criticamente i dogmi trionfanti dall’epoca della “contestazione”, o il rammarico per quella notte brava resta retorico e senza prospettiva

carabinieri ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Lasciamo l’accertamento dell’eventuale responsabilità penale a chi è chiamato a svolgerlo. Non è mai facile. Per i reati di violenza sessuale è ancora più complicato, in sé e per la carica di pressioni esterne. L’esito di quell’accertamento, qualunque sarà, costituirà peraltro fonte di ulteriori controversie e polemiche. Vi è però un dato obiettivo, sul quale non dovrebbe esservi motivo di divisione: due carabinieri in servizio, adoperando l’auto di servizio, compiono un atto che il giudice stabilirà se costituisce o meno reato, ma che, al di là della qualificazione penale, si pone in radicale contrasto con l’immagine che ogni italiano, e non solo ogni italiano, ha del carabiniere. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti lo ha ricordato: la condotta sciagurata di due appartenenti all’Arma non offusca il sacrificio quotidiano degli oltre 100 mila carabinieri sparsi nelle migliaia di stazioni in Italia e nelle missioni all’estero. È vero, il danno di un episodio come quello di Firenze sta pure nella ricaduta negativa sull’affidabilità di una divisa che finora è stata unanime.

Non dubito che quanto accaduto indurrà nel Corpo a una seria riflessione interna sugli strumenti per prevenire, per quanto si può, episodi del genere. Ma l’esame di coscienza non è confinabile nell’Arma. Il tema è il seguente: se una istituzione che in oltre due secoli di vita ha raccolto stima e consenso; che per le persone oneste è l’emblema di una sicurezza accompagnata da senso di umanità; che ha saputo sempre affinare e cogliere, al di là della retorica, le nuove forme di aggressione alla vita quotidiana; che oltre confine dà lezione, materialmente e con l’esempio, ai corpi di polizia che vengono formati o ricostituiti in contesti complicati; che ha una sua intima solidarietà, che fa sentire ogni carabiniere non un semplice dipendente; se una istituzione che può vantare questo e altro manifesta delle crepe – la vicenda di Firenze è l’ultima in ordine di tempo –, non è questione che interessa solo l’Arma. E non per i riflessi che ne derivano quanto alla funzionalità quotidiana, di cui la fiducia della popolazione è componente essenziale.

Ma perché, al netto di moralismi, dovremo laicamente domandarci qual è lo stato di una nazione nella quale perfino nelle sue articolazioni di eccellenza ci sono cedimenti non da poco; e questo nonostante, a differenza di altre realtà istituzionali, l’Arma curi con continuità nella formazione e nell’attività quotidiana il profilo deontologico: il tratto e lo stile non vengono lasciati all’improvvisazione.

Quando arriverà l’89?
Ma – è il punto – i Carabinieri non sono un corpo estraneo e separato dal resto del corpo sociale: le cure e le cautele per la formazione fanno i conti con i condizionamenti di un tessuto sociale il cui degrado è pur esso un dato oggettivo. Iniziano i “festeggiamenti” per il cinquantenario di quell’impazzimento collettivo per l’Occidente, e quindi per l’Italia, che è stato il Sessantotto. La ricorrenza dovrebbe indurre a un esame di coscienza collettivo più che a celebrare feste o festini: se grazie al mutamento antropologico esito del “maggio francese”, e di quel che ne è seguito fino a oggi, perfino quel che appariva fino a poco tempo fa incontestabilmente affidabile come la divisa di un carabiniere non è più rassicurante, non è che vi è qualcosa in radice nella “cultura” sessantottina e postsessantottina che va individuato ed estirpato?

Per evitare equivoci: o si mette in discussione la piena disponibilità del corpo proprio e altrui senza rispetto per la natura e per il fine delle condotte che lo interessano; o si contesta la libertà di autodistruggersi con quella “canna” che è stata una delle componenti della vergogna di Firenze; o si affrontano criticamente i dogmi trionfanti dalla fine degli anni Sessanta; oppure il rammarico per la notte brava fiorentina suona retorico, e comunque senza prospettiva. Il ’68 ha bisogno del suo 1989, e di ciò che quest’ultimo ha rappresentato per il comunismo. È il regalo più utile per il suo 50esimo anniversario.

Foto Ansa

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