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“Libera la domenica”. Perché alla Lombardia non piace la liberalizzazione del governo Monti

settembre 29, 2014 Elisabetta Longo

Intervista a Mauro Parolini, assessore regionale al Commercio, Turismo e Terziario. «Questa liberalizzazione del mercato ha solo fatto perdere posti di lavoro. Occorre creare i “distretti dell’attrattività”»

Era il 2012, e il Governo Monti introduceva la liberalizzazioni di molte attività, tra cui taxi, farmacie e negozi. Questi ultimi avrebbero potuto effettuare orari diversi dal resto della concorrenza, aperture straordinarie e sconti fuori dal periodo stagionale dei saldi. Ora, a distanza di due anni dall’introduzione della liberalizzazione del commercio, la scontentezza della categoria degli esercenti è tanta. Tanta da aver chiesto a gran voce alle Regioni di intervenire, e bloccare questo sistema. Stando alle cifre che riporta Confesercenti, infatti, questa logica di libero mercato non avrebbe favorito nessuno, anzi. Se le tasche degli italiani sono sempre più vuote non sarà quella domenica pomeriggio di negozi aperti che invoglierà lo shopping. Spiega perché serva fare un passo indietro Mauro Parolini, assessore lombardo al Commercio, al Turismo e al Terziario.

Parolini, Confesercenti ha da tempo avviato una raccolta firme tra i cittadini chiamata “Libera la domenica”, per chiedere l’istituzione di un referendum abrogativo della legge Monti. Anche la Lombardia lo sostiene?
Siamo stati a nostra volta sollecitati da due Regioni che si sono già esposte in tal senso, Veneto e Abruzzo. Come sappiamo, serve il parere unanime di cinque giunte regionali o la raccolta delle firme di 500 mila cittadini per chiedere al Governo l’abrogazione di una legge. Speriamo quindi che altre due Regioni si uniscano alla nostra voce, o che si raggiunga il numero di firme. Questa liberalizzazione del mercato ha solo fatto perdere posti di lavoro.

Perché dice così? L’idea di poter andare a fare spese quando si vuole piace a molti.
Non è del tutto sbagliato, ma non può valere allo stesso modo in tutte le aree. Immaginiamo una domenica qualsiasi, in centro a Milano, e poi in un’area periferica della Lombardia: non è certamente la stessa cosa. Ci sono aree d’Italia dove è auspicabile l’apertura dei negozi, altre aree invece in cui è inutile, e anzi, costringe le famiglie che gestiscono quei negozi a privarsi della vita loro privata, per stare al passo con la concorrenza. Noi puntiamo ad abrogare la liberalizzazione del Governo Monti così com’è pensata adesso.

A cosa si riferisce?
L’Europa da tempo chiede anche all’Italia la liberalizzazione del commercio, e il Governo Monti ha deciso di rispondere a questa chiamata. Ma l’ha fatto in un modo estremo. Tenere aperto tutta la notte, per esempio, non fa aumentare il giro dei clienti, più che altro costringe chi vi lavora a turni massacranti, e fa aumentare i costi, visto che il negozio necessiterà di energia elettrica continuata. I consumi sono contratti da quasi sette anni, è un dato di fatto che non si può ignorare. Nei primi otto mesi del 2014, a fronte di 58 nuove aperture di attività, altre 120 chiudono.

Cosa chiedete al Governo?
Come dicevo prima, non possiamo tirarci indietro di fronte a quello che ci chiede l’Unione Europea. Ma vogliamo chiedere che sia di competenza delle Regioni scegliere dove attuare le liberalizzazioni. L’unico settore in continua crescita è il turismo, quindi il commercio deve andare a braccetto con questo. Non possiamo ignorare l’importanza di una simile sinergia. Laddove ci sono mete turistiche servono negozi, serve ampliare l’offerta ricettiva. Se il turista non riesce a portarsi a casa un ricordino, torna a casa insoddisfatto. Servono negozi e aperture speciali là dove vi sono turisti. Quindi sicuramente nel centro di Milano, ma meno nell’hinterland. Il nostro Paese è fatto di tante aree, tutte diverse, ignorare questa diversità è controproducente, ed è quello che ha fatto il Governo Monti. Noi vorremmo dare nuova vita al concetto di liberalizzazione. Allo stesso tempo ci rendiamo conto che i grandi soggetti del commercio, come le catene internazionali, hanno più possibilità di effettuare aperture straordinarie, rispetto ai piccoli esercenti. Vorremmo cercare di tutelare entrambi con nuove idee di aperture.

Diceva che bisogna puntare sul turismo.
Qualche giorno prima di votare in Giunta l’idea del referendum abrogativo, con 61 favorevoli e 4 contrari, avevo lanciato l’idea dei Dat, abbreviazione di “distretti dell’attrattività”, cioè aree di grande interesse turistico, nel quale tutti i settori del commercio e del terziario collaborino, di modo da fornire la migliore offerta possibile a chi si recherà in quella zona, dal punto di vista ricettivo e di intrattenimento. Sono tanti i progetti che sono arrivati, per tutti i capoluoghi lombardi. Abbiamo per esempio “La città di Manzoni dei Promessi Sposi tra lago e monti: nuovi orizzonti per Lecco”, abbiamo “Varese Smart City, tra lago e Sacro Monte”, abbiamo ancora “Como, nel cuore dell’Europa”. Abbiamo tanto da valorizzare, per cercare di far girare di nuovo l’economia. Non basterà un pomeriggio di negozi aperti in più, occorre mettere tutti insieme le nostre esperienze.

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2 Commenti

  1. Filomena scrive:

    A fronte di un’insolita alleanza tra negozianti e preti preoccupati dalla desertificazione delle chiese nei giorni festivi,
    quello che non cambia è la mentalità provinciale di un’Italia che non vuole crescere e che non si rende conto che il mondo è già oltre queste questioni.
    In tutto il mondo avanzato, i negozi sono aperti 7 giorni su 7 e quando c’è festa sono aperti ancora di più, arrivando fino alle 11 di sera. Può infatti capitare di fare la spesa al supermercato alle 2 di notte a Londra o di comprare un libro alle 4 del mattino a Toronto, o di comprare un computer a Francoforte alle 11 di sera.
    La logica persistente in italia, invece, (figlia di un retaggio tradizionale della famiglia) è quella che i negozi debbano chiudere quando si esce dal lavoro o si va in pausa pranzo in quanto la spesa è un compito che, nell’immaginario di una parte conservatrice, dovrebbe continuare ad essere appannaggio delle casalinghe svincolate dagli orari di lavoro. In alternativa alla spesa quotidiana delle casalinghe o ad integrazione, il sabato le famiglie dovrebbero potersi mettersi tutte in fila a migliaia alle casse dei centri commerciali. E questo perché in ogni caso la domenica è sacra e tutti dovrebbero stare buoni a casa a vedere Domenica In, il calcio e andare in Chiesa con il vestito buono..…
    In realtà credo che sia necessario un ripensamento di tutto il nostro sistema, favorendo l’inserimento di giovani che temporaneamente possano essere impiegati dai negozianti per permettere ai titolari di riposare nei festivi, mentre il negozio resta aperto seguito dai commessi. Come succede ovunque in Europa dove gli studenti si pagano gli studi anche lavorando part time nei week ends e la sera nei negozi. E questo a costi accessibili e con tassazione più bassa.
    Una risorsa enorme e che farebbe da volano all’economia. Vedasi i conti degli ultimi mesi, dove chi è restato aperto la domenica ha avuto un incremento del 20% del fatturato rispetto l’anno precedente. Chi dice che la gente non esce la domenica è in mala fede, dato che se si crea l’offerta si genera subito la domanda che risponde molto volentieri.
    Non basta quindi dire “liberi tutti!”, ma è anche necessario creare gli strumenti di legge adatti in modo che i negozianti possano assumere giovani ed anche pensionati a costi ragionevoli di chi è alla ricerca di arrotondare o di sostenersi agli studi e così per non affolare solo i centri commerciali, ma rendere più vivi anche i centri storici e le strade dei nostri paesi.
    Come sempre la verità sta nel mezzo, ma quello che non accetto è che nel XXI secolo si cerchi ancora di condizionare la vita della gente con motivazioni religiose, mentre non ci si rende conto che lo stare assieme per una famiglia lo si può essere anche andando a zonzo in una libreria aperta la domenica mattina, oppure mangiando un gelato in un centro commerciale dopo un bel film.

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