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L’arma di Pechino per mettere in ginocchio l’economia mondiale si chiama “terre rare”

gennaio 15, 2011 Rodolfo Casadei

Sono 17 elementi chimici che servono per costruire dai riflettori notturni degli stadi alle batterie delle automobili. La Cina vanta il 95% della produzione mondiale e ha deciso di tagliare le sue esportazioni: nel 2010 sono state il 40% in meno rispetto al 2009. Ecco come la dittatura comunista vuole determinare un’impennata mondiale dei prezzi per favorire le proprie imprese e rallentare la produzione dei concorrenti

I riflettori notturni degli stadi, i laser militari, le batterie delle automobili, gli schermi a cristalli liquidi, i proiettori, le lenti correttive, i radar, i sistemi di guida dei missili, le fibre ottiche, gli acciai inossidabili, le marmitte catalitiche, il motore ibrido della Toyota Prius e tutti i congegni che hanno bisogno di magneti ad alta resistenza. Tutti questi strumenti e altri ancora cesserebbero di esistere se non fossero più disponibili le “terre rare” indispensabili alla loro produzione: 17 elementi chimici dalle proprietà formidabili, che portano nomi fantasiosi come scandio, lutezio, neodimio, terbio, lantanio, cerio, gadolinio, ecc.

Ebbene, l’incubo di un mondo che improvvisamente non riesce più a produrre le sue tecnologie di punta potrebbe nel giro di pochi anni diventare realtà: se la Cina, monopolista attuale del mercato delle terre rare, proseguirà la sua politica di brutale contingentamento delle esportazioni, prepariamoci a rinunciare a gran parte dei prodotti sopra elencati o a comprarli da Pechino.

Questi i fatti: la Cina, grande produttore di terre rare per uso industriale nel mondo,
ha deciso negli ultimi due anni di mettere un tetto alle sue esportazioni: nel 2010 ha esportato il 40 per cento in meno rispetto al 2009, e quest’anno la quota è fissata a un 35 per cento in meno rispetto a quella del 2010. Il problema è che i cinesi da soli rappresentano il 95 per cento della produzione mondiale. La politica delle quote ha portato a un’esplosione dei prezzi (con un indice del prezzo medio fissato a 100 nel gennaio 2002, oggi le terre rare costano 1.200) e ad una penuria che minaccia le produzioni di migliaia di imprese nel mondo.

Il monopolio cinese ha visto gettare le sue basi negli anni Settanta del XX secolo e si è pienamente affermato nell’ultimo decennio.
Prima di allora le terre rare provenivano soprattutto dagli Stati Uniti, dalla Russia e dall’Australia. Con una politica fatta di sovvenzioni statali, bassissimo costo della manodopera e indifferenza alle problematiche ecologiche, la Cina ha rapidamente conquistato il mercato mondiale, rendendo antieconomico lo sfruttamento delle miniere americane e del resto del mondo. Che infatti hanno chiuso una dopo l’altra i battenti. Così negli anni si è creato il monopolio cinese del mercato.

Oggi Pechino adduce motivazioni ecologiche al rallentamento della produzione per l’esportazione, ma pochi ci credono: più facile immaginare la volontà di determinare un’impennata mondiale dei prezzi di cui la Cina beneficerebbe grandemente, di rallentare la produzione di manufatti da parte dei concorrenti e di favorire le proprie imprese che utilizzano le terre rare. Naturalmente i cinesi mettono in conto la reazione dei paesi importatori, che stanno riaprendo le proprie miniere (le terre rare non sono veramente tali come dice il nome, bensì relativamente abbondanti) e sviluppando tecnologie che possono fare a meno del contributo dei famosi 17 elementi. Però sanno anche che la strada non è tanto breve: negli Stati Uniti calcolano che per riavviare la produzione mineraria serviranno dai due ai tre anni, ma ben 15 per ricostituire l’intera filiera nazionale, dall’estrazione alla trasformazione. Nel frattempo Pechino farà il bello e il cattivo tempo.

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