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La fede misericordiosa di Carlo Urbani, il medico che dieci anni fa sconfisse la Sars

marzo 23, 2013 Emmanuele Michela

Il libro di Lucia Bellaspiga racconta l’uomo che si sacrificò in Vietnam per fermare un virus a rischio pandemia. Partendo da un aspetto unico della sua vita: il rapporto con Dio.

Moriva a Bangkok ormai dieci anni fa. Era il 29 di marzo del 2003, erano i giorni della paura della Sars, del rischio pandemia, del terrore che un piccolo virus potesse mettere in ginocchio tutto il mondo. Divenne famoso così il nome di Carlo Urbani, l’unica vittima italiana lasciata da questa polmonite atipica. Era stato il primo ad individuare e classificare l’infezione: coordinatore delle politiche sanitarie del sud-est asiatico per l’Oms, smise le sue vesti da dirigente per vestire il camice da medico e impegnarsi, da solo, nell’ospedale francese ad Hanoi dove era ricoverato il primo paziente, di fatto organizzando di persona tutte le difese per fermare la pandemia.

UN VERO SANTO. A lui è dedicato Medico senza frontiere, il libro dell’inviata di Avvenire Lucia Bellaspiga, appena uscito per i tipi di Ancora, aggiornando ed estendendo una prima versione uscita appena dopo la morte del dottore. «Le casse con tutte le lettere e gli averi di famiglia all’epoca erano ancora in Vietnam, da dove la famiglia era dovuta scappare», spiega la giornalista a tempi.it. «Quando poi sono stati recuperati si è capita ancora di più la grandezza di quest’uomo, che ho tentato di raccontare con nuovi documenti e testimonianze». C’è un aspetto di quest’uomo che ha sempre colpito l’autrice, da lei usato per leggere e comprenderne tutta la forza: «La sua fede, era un vero santo. E non per le dinamiche della sua morte, ma per tutto ciò che aveva fatto nei suoi 47 anni di vita: viveva quella santità richiesta ad ogni cristiano, ossia la coerenza al sì ripetuto in ogni azione del quotidiano».

FEDE E RAGIONE MAI DIVISI. Raro trovare un medico che vivesse così intensamente il proprio rapporto con Dio, specie una figura di tale spessore come lui, ai vertici della Oms e presidente di “Medici senza frontiere”: per lui quella professione era disciplina da intendersi secondo il rapporto ratzingeriano di fede e ragione. «Conosceva alla perfezione le meraviglie della scienza e, innamorato di tutto ciò, ci vedeva Dio. Un suo amico non credente raccontava delle discussioni che spesso tenevano sul loro lavoro, tra scienza e fede. Urbani aveva trovato la soluzione: era per lui una scienza, che si conduce però per fede».

LA DIAGNOSI CHE SERVE AL MALATO. Il libro indaga Carlo Urbani uomo e credente, per capire cosa lo portò a compiere quella scelta estrema. L’attenzione ai pazienti, il rapporto coi colleghi, il legame con la moglie e i tre figli: «È straordinario leggere nei suoi scritti come trattava i malati», continua Bellaspiga. «Diceva che a chi soffre non serve solo una diagnosi, ma vuole essere guardato e ascoltato: “Prima che i medicinali, un medico deve prescrivere se stesso”. Era il modo in cui lui intendeva la misericordia: buttare il proprio cuore nella miseria altrui». Un messaggio che suona ancor più familiare adesso, una settimana dopo l’elezione di un Papa che della misericordia ha fatto la sua bandiera: «A ogni cosa che dice Francesco sorrido: ci trovo tanta vicinanza con Urbani», azzarda l’autrice. «Quando giorni fa Bergoglio parlava della tenerezza e del prendersi cura degli altri, mi sono tornati in mente alcuni episodi della vita di questo medico».

DELTAPLANO, MOTO, SAX. Come quando lo chiamò l’ambasciatore italiano in Vietnam, per segnalargli una turista connazionale colpita da una crisi di schizzofrenia. Andava riportata in Italia: il medico si offrì di salire sull’aereo con lei, tenendola tranquilla fino all’arrivo dai parenti a Venezia. O come quando, anni prima, ancora medico della mutua nelle Marche, si trovò a curare un paziente reduce da un trapianto di rene eseguito in Francia: soffriva per un rigetto. Lo caricò sull’ambulanza e lo accompagnò fino a Lione. Fino al gesto estremo compiuto ad Hanoi, quando si buttò lui stesso in trincea contro quel virus, raccomandando ai medici appena prima di morire di conservare tessuti dei suoi polmoni per sviluppare il vaccino. «Ma al tempo stesso non era il cristiano bigotto e rigido. Mi ha incuriosito di lui il fatto che non si risparmiava mai nulla dei piaceri della vita: correva in moto, suonava il sax, volava col deltaplano, viaggiava il mondo… Ci sono alcuni suoi amici che hanno raccontato di quando organizzava vacanze nell’Africa profonda, dove nessuno era mai stato. Lo zaino pieno di medicinali, accompagnava comitive di colleghi: e in villaggi dove nessuno aveva mai visto un medico, lui ne portava 15». Tanti piccoli gesti raccontati da testimoni vicini a Urbani, dove traspare la marcia in più di questo uomo: «Tutto ciò che faceva da medico era pervaso della misericordia del cristiano, nel tentativo di rendere vita quotidiana la parola di Cristo. In lui si vede la differenza che ha marcato papa Francesco, parlando della Chiesa appena eletto: “Se non confessiamo Gesù, diventeremo una Ong assistenziale”».

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