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La dipendenza che ti salva

novembre 15, 2015 Benedetta Frigerio

La ricetta antidroga della cooperativa Pars: «Regole, lavoro, vita di comunità. E un cuore che non cerca compromessi». Il racconto del responsabile Berdini

pars

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti).

Se Gianfranco si è salvato dalla droga «è stato grazie alle loro rigidità, perché ti fanno capire quello che è giusto e quello che è sbagliato». È così che la comunità terapeutica Pars di Civitanova Marche ha salvato tanti giovani dalle dipendenze, perché qui «i mille compromessi dell’arte del galleggiamento nel mondo sociale, semplicemente non esistono». Per questo motivo, José Berdini e gli altri responsabili della comunità hanno deciso di pubblicare Il miele e la neve. Il ritorno di chi si era perso, l’avventura della Pars e di dare la propria disponibilità a presentare il libro ovunque: «Racconta la nostra esperienza, speriamo possa ripetersi», spiega Berdini a Tempi.

Nel libro emerge che il problema delle dipendenze è molto diffuso tra chi ha vissuto squilibri familiari. E scrivete: «Se c’è vero recupero questo deve avvenire con tutto, in primo luogo con i propri genitori. È il recupero del prestigio del padre a costituire uno degli obiettivi centrali del percorso di riabilitazione».
È un dato di fatto che conferma che uomo e donna sono creati per completarsi e vivere una certa dipendenza, affinché possa generarsi un ambiente capace di crescere ed educare persone forti. Se uno dei due o entrambi i genitori, anche solo per un periodo di tempo in un’età fondamentale per la crescita del figlio, non svolgono il proprio compito, accade che, a quella mancanza di dipendenza, i figli suppliscano cercandone un’altra, che magari è nociva. Così il fenomeno della droga dilaga in mezzo a queste fragilità. Il mercato offre queste sostanze come soluzione sostitutiva e ingannevole, come paradiso artificiale all’assenza di significato. Significato raggiungibile solo nel legame con qualcuno.

Come vi ponete di fronte alla mancanza denunciata da tanti giovani?
Di certo non giustificandola o esaltandola come fosse un valore in sé. O come qualcuno ha fatto parlando del suicidio di Amy Winehouse. Serve responsabilizzare le persone, insegnando loro l’impegno con la realtà, che va riempita e manipolata a partire da una presenza positiva. Altrimenti si avalla un pietismo giustificativo che fa rimanere piegati su di sé e non aiuta nessuno.

Prima della Pars è nata la fraternità san Michele. Come mai dal desiderio di una vita in comune è sorta una comunità terapeutica?
Io per primo sono uscito dal mondo della droga, ma anche gli altri membri della fraternità hanno storie di conversione forti. Insieme volevamo e vogliamo cambiare il mondo: l’incontro con don Pierino Gelmini e don Luigi Giussani ci ha fatto capire che le nostre esperienze avevano generato perché condivise. Intuimmo così che se i singoli non si legano, anche l’esistenza più talentuosa o il cambiamento più radicale non danno frutti duraturi. In una società in cui il bene e il male sono confusi e dove gli individui sono isolati, noi desideravamo e desideriamo ospitare ogni aspetto della realtà. Quando don Gelmini ci chiese di accompagnare le persone uscite dalla sua comunità terapeutica e don Giussani ci appoggiò, fu la conferma di ciò che già presentivamo.

Cosa vi differenzia dalle altre realtà?
Oggi molte delle grandi comunità storiche, incentrate sul carisma del fondatore, sono in crisi. Perché? Come spieghiamo ai ragazzi, la comunità non è per i malati, ma è una dimensione necessaria a tutti, noi compresi. Altrimenti, una volta venuto meno il carisma, si fatica a procedere. La solidarietà nei confronti di chi si accoglie deve essere per se stessi innanzitutto: più governi una grossa realtà più hai bisogno di richiami e consigli. Senza meriti abbiamo ricevuto una grande grazia, una comunione stringente, che salva noi, le famiglie che sosteniamo e l’opera dalla tentazione dell’autoreferenzialità.

Spesso i genitori, per paura di perdere i figli, preferiscono assecondarli. Voi siete convinti che la disciplina e le regole siano un bene per la persona, anche quando non sono comprese. Non è un’imposizione contraria alla libertà?
Le regole sono necessarie non solo qui, ma ovunque. Sono l’argine al caos, affinché il desiderio umano possa compiersi e non disperdersi. Bisogna proporre una strada, una vita ordinata è condizione necessaria alla guarigione. Spesso arrivano genitori a cui gli psicologi hanno detto che per uscire dalla droga occorre prima curare la depressione: è falso! Di fronte alla gente devastata, il primo passo è mettere a tema la dipendenza e cambiare stile di vita. Per lo stesso motivo, ripeto ciò che ha detto papa Francesco: «La droga non si vince con la droga, le droghe sostitutive sono un modo velato di arrendersi al problema». L’approccio della riduzione del danno è sbagliata. Questa idea per cui i farmaci sostituiscono la droga, è deleteria. Il problema non si combatte solo col farmaco ma anche con le regole, il lavoro e la vita di comunità.

Qual è la funzione della comunità?
Costringe la persona a svegliarsi dal torpore che per anni l’ha contraddistinta. Noi chiediamo tanto, per raccogliere quel poco che nel tempo può diventare molto. E ciò che chiediamo a loro, lo viviamo anche noi. Spesso i genitori domandano poco perché non sono disposti a condividere tanto. L’esperienza della comunità, invece, mette tutti di fronte a un impeto ideale vissuto insieme. Non che non ci siano rischi: questa mattina, ad esempio, in uno dei nostri centri in cui i membri sono più obbedienti, una ragazza con un passato di violenze ha confessato a un educatore che vorrebbe avere esperienze sessuali con tutti. Significa che sta vivendo la comunità formalmente. Le regole sono necessarie ma non bastano, serve un cuore che non si accontenti, un cuore vivo e impegnato a ricercare la felicità. Anche per questo andiamo contro corrente, vietando i rapporti affettivi di coppia. Due ragazzi passati di qui si sposeranno a breve: abbiamo lasciato che educassero il loro amore nella comunione con le persone e nei compiti lavorativi richiesti loro. Non sono follie da cattolici integralisti, come dice qualcuno, ma di chi sa che anche l’amore per crescere forte ha bisogno di argini, di avere come orizzonte il servizio al mondo.

Nel libro raccontate la vicenda di una donna, prima incapace di affrontare i problemi, a cui avete insegnato «che basta un tetto sulla testa e dell’acqua per vivere». Cosa dice questo al mondo?
Al mondo vogliamo dire che è possibile che una alcolizzata, irosa e devastata, arrivi a condurre un’attività in proprio. Questa donna, prima di arrivare alla Pars, era passata da uno dei tanti centri dove si fanno ore di psicoterapia, senza alcun tipo di proposte educative e lavorative. Ecco perché descrive la Pars come un luogo che l’ha colpita, l’ha fatta soffrire, ma l’ha fatta rinascere. Questa storia è un incitamento al mondo intero, alla Chiesa, ai giornalisti. Non è possibile misurarsi con queste vicende e lasciare immutate le politiche sulla droga. Non si può pensare a chi vive la dipendenza come a un malato cronico senza commettere un delitto. E poi: mantenere i malati anziché curarli è antieconomico.

Oltre alle regole e al lavoro, vivete momenti di festa. Nel villaggio della fraternità san Michele c’è addirittura una casa di sacerdoti. Come mai?
Non siamo una comunità chiusa. Vogliamo conoscere il mondo per incidere su di esso. L’idea di pubblicare questo libro nasce dal desiderio di incontrare nuove persone, che possano rimanere colpite come noi dalla forza della vita di comunione. Ecco perché abbiamo un sito (pars.it) e siamo disposti a girare l’Italia per la presentazione del libro: affinché questa esperienza si moltiplichi e la comunità possa essere vissuta come una rinascita continua.

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