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La Cina comunista vuole scaricare la Corea del Nord

dicembre 31, 2010 Rodolfo Casadei

Pechino vuole sbarazzarsi di Pyongyang e sogna una sua evoluzione “cinese”, cioè uno sviluppo dell’economia di mercato sotto il controllo del governo

La Cina non sa più che pesci pigliare con la Corea del Nord. La convinzione, già diffusa da qualche anno fra gli analisti di politica internazionale, si è rafforzata all’indomani delle rivelazioni veicolate da Wikileaks. Mentre impedisce qualunque iniziativa del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e in tutte le crisi prende le difese di Pyongyang, anche quando ha torto marcio – clamoroso il caso dell’affondamento di una nave sudcoreana da parte di un sommergibile nordcoreano nel marzo scorso, confermato da un’inchiesta dell’Onu, che Pechino ha respinto – la Cina in realtà non vedrebbe l’ora di poter fare a meno del regime di Kim Jong-Il e di poter avere come partner una compagine di governo nordcoreana meno sclerotica e più aperta ai cambiamenti.

Lo confermerebbero le parole dell’ambasciatore cinese in Kazakistan riportate dall’ambasciatore americano (il programma nucleare di Pyongyang sarebbe «molto preoccupante» e la Cina auspicherebbe una riunificazione pacifica delle due Coree, pur restando convinta che nel breve termine i due paesi resteranno separati) e quelle di un ex viceministro degli Esteri sudcoreano che si dice certo che la generazione più giovane di leader cinesi «non considera più la Corea del Nord un alleato affidabile o utile» e accetterebbe una Corea riunificata sotto l’egida del Sud, purchè non ostile.

A queste dichiarazioni si vengono ad aggiungere quelle, contenute in una “contro-inchiesta internazionale” (così viene presentata) di Le Monde, con cui un professore di strategia internazionale alla Scuola centrale del Partito comunista cinese esprime frustrazione per le politiche di Pyongyang: «Ciò che motiva le decisioni dei dirigenti nordcoreani è legato agli interessi del regime. Paradossalmente, più l’economia si sviluppa e più il regime avrà timori per la sua stabilità: quando le persone hanno abbastanza da mangiare pensano a cose come l’uguaglianza e la libertà».

I sudcoreani però sono scettici. Dichiara un analista dell’istituto Sejong di Seoul: «Ci sono divergenze fra i cinesi circa la Corea del Nord, ma non fra quelli che alla fine prendono le decisioni». E la decisione alla fine è sempre quella di appoggiare il regime nordcoreano. Per una ragione molto semplice. L’ideale, per Pechino, sarebbe un’evoluzione “cinese” della Corea del Nord, cioè uno sviluppo dell’economia di mercato sotto il controllo del governo. Ciò renderebbe superflue le minacce atomiche e le altre provocazioni militari a cui il regime nordcoreano periodicamente ricorre per consolidare il fronte interno e scroccare aiuti internazionali. In mancanza di tale evoluzione, la Corea del Nord pare destinata ad affondare, e allora l’unificazione col Sud si farebbe negli stessi temini in cui ebbe luogo quella fra Germania Ovest e Germania Est dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989. A quel punto, sarebbe scongiurato il pericolo di una nuova guerra di Corea e di conseguenza di un riarmo giapponese e di una rinnovata escalation militare statunitense nella regione. Ma si creerebbe il precedente di paese comunista asiatico che passa al sistema liberaldemocratico col permesso di Pechino. Chi spiegherebbe poi ai cittadini cinesi che per loro l’autoritarismo del partito unico al potere continuerebbe ad essere la cosa migliore? Per questo Pechino continua a sostenere i dinosauri di Pyongayang, ma con angoscia crescente.

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