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La buona scuola proposta dal governo Renzi. Prime valutazioni (non sfugga una perla preziosa)

settembre 4, 2014 Anna Monia Alfieri

La Buona Scuola: tout court. C’è una sola e unica scuola, pubblica, cioè per tutti, che deve diventare buona attraverso il patto tra istituzioni e famiglia che deve scegliere

buona-scuolaEffettivamente, un po’ ci siamo stupiti: la promessa è stata mantenuta. Uno stupore non tanto per l’impegno ad assumere i quasi 150.000 precari delle Gae (Graduatorie Ad Esaurimento… nervoso) all’1 settembre 2015: i poveretti aspettano – alcuni con i capelli bianchi – da qualche decennio; non solamente per la dichiarazione che occorre premiare i docenti meritevoli: basta chiedere ai nostri figli se il merito esiste o no; neppure è stata motivo di stupore l’affermazione – in estrema sintesi – che troppa tecnologia, troppa burocrazia sono indigeste, e che anch’esse devono essere non faraoniche ma gestibili e gestite.

Lo stupore sta nei dettagli, più che nei contenuti. A partire dal linguaggio: tutto è chiaro come se fossimo seduti in poltrona nel salotto buono, ad ascoltare un racconto che dosa dramma e speranza, senso del peccato (le migliaia di leggi colpevolmente stratificate) e squarci di luce (la rinascita di un corpus di poche decine)… Singolare e accattivante l’immagine del “patto formativo”:  «Vi propongo una cosa diversa: un patto formativo, non l’ennesima riforma». Ci vuole coraggio: un patto implica una reciprocità. Il Governo fa il primo passo: squaderna la situazione in modo chiaro; al cittadino il compito di rispondere con un impegno di riflessione. Con un pizzico di poesia: «Costruire una occasione di bellezza educativa per i nostri figli e per le famiglie che spesso vedono nella scuola non un posto dove stare sicuri ma di preoccupazione», per non dire di disperazione. Evidentemente l’Italia ha bisogno di spiegare a se stessa, all’Europa e al mondo come mai dal 1948 ad oggi due diritti sanciti dalla Costituzione, la libertà di scelta educativa della famiglia in un pluralismo educativo e la libertà di insegnamento, non trovano garanzia.

Dunque il premier invita a leggere e commentare. Volentieri. «Metteremo più soldi, ma facendo comunque tanta spending review: perché educare non è mai un costo, ma gli sprechi sono inaccettabili soprattutto nei settori chiave». Inaccettabili perché sono sprecati i soldi dei cittadini, ad esempio per pagare lo stipendio a chi legge il giornale in classe, oppure a chi si defila per malattia virtuale, o anche per costruire aule “con la cresta” (per gli amministratori di turno?), i cui muri si sfondano alla prima cartellata dei pargoli…
Non solo gli sprechi di pubblico denaro sono inaccettabili. Anche lo spreco dell’intelligenza dei ragazzi è da evitare: occorre ripensare ciò che si impara a scuola. Neppure il tablet è sufficiente per imparare. L’alternanza Scuola-Lavoro è proposta come obbligatoria negli ultimi tre anni degli Istituti tecnici e professionali per almeno 200 ore l’anno insieme al potenziamento delle esperienze di apprendistato sperimentale. Testa mani cuore: da non sprecare. Anche questo attiene alla “garanzia di diritti riconosciuti”.

La Buona Scuola: tout court. C’è una sola e unica scuola, pubblica, cioè per tutti, che deve diventare buona attraverso il patto tra Istituzioni e Famiglia che deve scegliere. Al Capitolo 3, sull’Autonomia, a pag. 65 si legge col gusto di una speranza di giustizia: (si propone) «un modello di valutazione che renda giustizia al percorso che ciascuna scuola intraprende per migliorarsi e allo stesso tempo costituisce un buono strumento di lettura a chi è esterno alla scuola. Il Sistema Nazionale di Valutazione sarà reso operativo dal prossimo anno scolastico per tutte le scuole pubbliche, statali e paritarie». In una virgola e tre aggettivi stanno le speranze di giustizia per chi sa di dover esercitare un diritto di scelta, consapevole e incontrovertibile. E basato su risultanze concretissime, terra terra, fatte di numeri. Non deve sfuggire una perla preziosa, nascosta nel riquadro azzurrino a pag. 67, che riguarda l’attenzione dovuta al bilancio, da parte del cittadino intelligente: il bilancio di previsione e conto consuntivo deve riportare la descrizione analitica dell’impiego delle risorse provenienti da Stato, Enti locali, famiglie e privati… il tutto in rapporto al risultato finale, cioè l’alunno, il figlio come la famiglia lo sogna. Si dovrà riflettere, e molto, sui numeri e sul lavoro svolto. Il cittadino non deve mollare, anche per accertarsi che si verifichi la condizione vitale di certezza di risorse e procedure semplificate – e forse non solo in rapporto alle scuole pubbliche paritarie, a cui il patto del Governo fa esplicito riferimento. Di burocrazia amministrativa, infatti, muore anche la scuola pubblica statale.

L’antidoto? Fatta salva la documentata solidità di salute fisica e mentale di migliaia di dirigenti scolastici italiani, a loro spettano maggiori poteri decisionali e gestionali, competenze appropriate che non possono non avere per contribuire alla “buona scuola” che il cittadino si aspetta. Statale o paritaria non importa: a entrambe toccano i conti della serva, come le glorie della cultura, in una libertà di insegnamento che solo un preside gestore, o un preside unitamente al gestore, può garantire.

Il ruolo dello Stato: controllare, con ispettori competenti, integerrimi e non ideologici. I tempi sono passati, anche se forse la tenia dell’ideologia è dura a morire.

Infine:

1) la valorizzazione dei docenti e riconoscimento del merito sono risorsa insostituibile per la scuola e la società;

2) una buona, sana e necessaria concorrenza fra le scuole sotto lo sguardo garante dello Stato è l’humus della libertà di scelta educativa;

3) l’abbassamento dei costi e la destinazione di ciò che era sprecato ad altri scopi rende giustizia al cittadino nelle sue fatiche e pene economiche;

4) l’innalzamento del livello di qualità del sistema scolastico italiano con la naturale fine delle scuole non adeguate condurrà ad un Sistema Nazionale di Istruzione d’eccellenza;

5) la dignità restituita ai genitori di esercitare la propria responsabilità educativa sui figli sarà un ruolo ritrovato in una libertà ritrovata.

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6 Commenti

  1. Giorgio Cavalli scrive:

    Ecco una lettura di speranza sull’azione governativa. Temi condivisibili.
    Alcune domande restano però aperte sulle modalità attraverso cui si vorranno realizzare tante promesse, e sulla effettiva maturità di una cultura dell’autonomia in un mondo scolastico statale che da anni ne parla (poco e male) ma non la pratica. Forse quando la mia generazione dei quota 96 e dintorni, la più presente quantitativamente nella scuola italiana, sarà in pensione (a proposito, quando?), forse allora porrà vedere che qualcosa “eppur si muove”. Quando dopo l’ondata nel 2015/2016 della grande sanatoria dei precari storici, molti anch’essi ormai canuti, finalmente vedremo nel triennio 2016-2019 l’ingresso nella scuola di una giovane generazione di docenti senza più vincoli ideologici sindacal-statalisti… O forse è solo il sogno di un pomeriggio di fine estate indotto da un giocoso folletto della politica? La speranza, diceva Peguy, è la più piccola delle virtù. Per gli insegnanti e per gli studenti è ormai da troppo tempo ridotta a un lumicino. Se il boy scout ne riattiva il fuoco, deve sapere che lo sta facendo in un bosco ormai rinsecchito e inaridito . Non può permettersi di sbagliare!

    • Anna Monia Alfieri scrive:

      Il Guaio è che spesso le nostre puntualizzazioni sono del “meglio nemico del bene possibile ora”

  2. Chiara scrive:

    Questo articolo non mi piace, mi ritengo offesa…
    Sono precaria e e non ho l’esaurimento nervoso. Ho vissuto tutti gli anni lavorando con dedizione e passione.
    Ho dovuto lasciare la scuola paritaria con grande dolore, perchè credevo in quello che facevo ed entrare nello stato perchè lo stipendio era di 840.euro al mese. Le colleghe rimaste hanno mariti facoltosi( vogliamo dirlo).
    Stimo grandemente le colleghe che scelgono di rimanere nella scuola paritaria a lottare e dedicarsi con passione ai bambini, e se potessi tornerei a lavorare in quella scuola.
    Certo che ho i capelli bianchi ma non me ne vergogno e mi faccio la tinta. Non mi piace la parola “poveretti” nei nostri riguardi che caduti in un meccanismo ideato e portato avanti dallo Stato ha fatto lavorare soprattutto gente del Sud italia dove il lavoro non c’è non c’era e non ci sarà.
    Vi chiedo di rettificare e scusarvi di quello che avete scritto non è rispettoso di chi lavora e si impegna; siamo molti ed in mezzo ci sono anche quelli che si sono messi in graduatoria solo per avere un posto, senza alcuna passione per l’insegnamento.
    Ho fatto una supplenza in una paritaria e sono dovuta scappare via dalla disperazione e dall’invidia delle colleghe che non gradivano la mia preparazione: C’è paritaria e paritaria non mitizziamo e ci sono molti statali e precari che danno la vita per i loro bambini e o ragazzi.
    Cortesi saluti, attendo una risposta
    Grazie
    Chiara

    • Anna Monia Alfieri scrive:

      Gent.ma,
      faccio fatica a capire cosa La offenda. La mia è una lettura accorata della realtà cercando di dare un contributo costruttivo che riconosca e custodisca i diritti delle persone senza alcuna discriminazione. Si denunciano situazioni ingiuste quali il precariato di docenti che avevano il diritto di insegnare e non giungere magari a 58 anni per poter avere una cattedra. Oppure pensiamo che sia corretto e normale ciò?
      Non amo le contrapposizioni dei diritti poiché se sono tali non si escludono mai.
      Non ho mai contrapposto scuole statali e paritarie nè lo farò ora poichè Non ha alcun senso e non corrisponde alla realtà; mi ritrovo solo sulle posizioni di diritto e ritengo che l’Italia quale Stato di diritto e così ciascuno di noi non possiamo che augurarci altro che si GARANTISCANO i DIRITTI RICONOSCIUTI. Sul resto sinceramente non comprendo cosa mi domanda. Mi consideri a Sua disposizione in tal senso. Con i più cari saluti

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