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L’opera d’arte del trapianto

marzo 15, 2016 Benedetta Frigerio

Sapere di non sapere. Questa massima del suo prof e l’amicizia con don Giussani hanno aiutato Giuliana Ruggeri a capire cosa vuol dire donare qualcosa di sé. Che sia un organo oppure la propria vita

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Due braccia forti e un cuore tenero, imponente nell’impeto ma accogliente nello sguardo, forte ma bisognosa, certa ma inquieta. È questa l’immagine fissatasi nella mente in un incontro fugace con una dei chirurghi che il 22 febbraio scorso insieme alla Chirurgia dei trapianti di rene dell’ospedale di Siena, al reparto di Terapia intensiva e rianimazione, al Coordinamento donazione organi e al Coordinamento trapianti di rene, ha festeggiato l’ottocentesimo trapianto effettuato dopo quindici anni di operato nel campo.

Giuliana Ruggeri, medico di origine pesarese formatosi alla scuola di chirurgia di Siena, racconta a Tempi che «abbiamo festeggiato l’evento, ma per me non è stato un traguardo, piuttosto una tappa che conferma la bontà del cammino intrapreso fin da quando ero adolescente». Quella di Giuliana è la storia di una persona la cui realizzazione non può prescindere dal suo essere donna, moglie, madre e medico, ma soprattutto figlia. «Fin da piccola avevo il desiderio istintivo, e anche un po’ sentimentale, di aiutare gli altri. Ma quello che permise di dargli consistenza fu l’incontro con i miei maestri, fra i più importanti don Luigi Giussani e il professore Alfonso Carli». Giuliana comincia a seguire il movimento di Comunione e Liberazione, nato dall’esperienza del sacerdote brianzolo, perché «senza paura pregavano insieme a scuola, davanti a tutti». Quando poi «incontrai Carli fui attratta dalla somiglianza di metodo: la comunione e la povertà di spirito necessaria per conoscere e giudicare tutto».

Giuliana cresce nell’ateneo toscano interessandosi non solo al suo studio, ma a quello che avviene in università, in città e nel mondo e, colpita dal fatto che il suo professore guarda con attenzione l’esperienza degli universitari ciellini, si incuriosisce: «La sua stima per noi era tale che ci chiedeva che cosa pensavamo di quello che accadeva e perché agivamo in un certo modo. Ci versava persino l’obolo. Quando poi divenne mio professore rimasi affascinata dal suo approccio anche in campo clinico». Carli insegna a Giuliana che per crescere bisogna “sapere di non sapere” tutto e che «non si può diventare grandi al di fuori di un rapporto». La prima volta che fa la guardia di notte la ragazza gli confessa la sua paura: «Mi rassicurò dicendomi che se avessi avuto bisogno, quella come ogni altra volta, sarebbe corso ad aiutarmi. Non lo fece mai perché quando lo chiamavo di notte bastava una sua parola per aiutarmi ad affrontare la situazione che avevo di fronte. Ho imparato a non scappare davanti a nulla, non concependomi mai da sola ma dipendendo letteralmente da un altro». Quando chiedi a Giuliana cosa hanno nel cuore uomini di questa statura, risponde senza esitazioni: «Cristo e la certezza che Lui passa dentro i volti e la realtà concreta della vita. È questo che mi entusiasma della vita cristiana e che mi ha reso il medico che sono: chiamata a conoscere ogni dettaglio per conoscere Lui e collaborare alla Sua opera».

Farsi carico del dolore altrui
La seconda svolta che detta la posizione con cui Giuliana affronta la sua vita, dal lavoro alla famiglia e ogni altro aspetto della sua esistenza, è l’incontro con il primo dei suoi maestri, don Giussani: «Era il 1985, intervenne nell’aula magna dell’Università di Siena sulla “Coscienza dell’uomo moderno”. Finita la conferenza salì in macchina, mentre mi parlava di una cosa importante dal finestrino abbassato. Gli risposi: “È vero don Gius, dobbiamo imparare queste cose e dobbiamo obbedire”. E lui, con l’impeto che lo caratterizzava, aprì la portiera e scese per dirmi: “Guarda Giuliana che uno ha bisogno di obbedire cercando di sapere e capire tutte le ragioni, perché è solo questa obbedienza da uomini adulti che io voglio». Questo, insieme alle parole del professor Carli prima di morire rendono ragione dell’instancabilità con cui Giuliana opera ogni giorno, spesso anche la notte, spostandosi nelle città vicine per gli espianti.

Cosa le disse il chirurgo sul letto di morte? «Vedi Giuliana, il nostro lavoro è davvero quello dell’artista. Anche noi abbiamo la possibilità di cogliere e tentare di penetrare nell’esperienza dell’uomo e soprattutto nel momento più delicato, quello della malattia, della sofferenza e della morte». Queste parole si fanno carne per Giuliana, che decide di entrare nella sofferenza e nel dolore dei pazienti per farsene carico come fossero propri: «È solo mettendoci tutto il cuore che vai fino in fondo anche con l’intelligenza, che diventi competente, domandi, studi, finché sei in grado di diagnosticare e quindi di curare al meglio. Diventi tenace, non ti scoraggi anche quando tutti vorrebbero mollare. E il lavoro diventa davvero un’opera d’arte».

Fra quelli che Giuliana considera padri c’è anche papa Benedetto XVI, incontrato nel 2008 al Congresso internazionale sul tema “Un dono per la vita. Considerazioni sulla donazione di organi”. In quell’occasione il Pontefice disse: «La donazione di organi è una forma peculiare di testimonianza (…). Esiste, infatti, una responsabilità dell’amore e della carità che impegna a fare della propria vita un dono per gli altri, se si vuole veramente realizzare se stessi. Come il Signore Gesù ci ha insegnato, solamente colui che dona la propria vita potrà salvarla». Una vera rivoluzione dove chi dona, prima che un altro salva se stesso. «Ricordo perfettamente una coppia con problemi che voleva separarsi. Ma siccome il processo per la donazione di un rene era già cominciato, decisero di proseguire. Al termine dell’intervento il matrimonio si salvò. Era come se quel donare se stessi e l’accettazione di quel dono avesse portato gli sposi ad andare fino al fondo del loro matrimonio e a compiere la loro vocazione. Lo stesso lo vedo nei genitori: quando donano un organo si sentono pienamente realizzati. Sono in maggioranza le madri a sacrificarsi e questo dice molto. Come donna e mamma capisco l’esigenza inscritta nel nostro Dna di accogliere e darsi fino all’estremo. Noi ci realizziamo così».

«Se non sai chiederai»
Giuliana e l’équipe con cui lavora hanno anche effettuato due trapianti e un espianto all’interno della cosiddetta catena della “donazione samaritana”, avviata lo scorso aprile grazie a una donna di Pavia che ha offerto il suo rene a una coppia di sposi incompatibili, spingendoli a fare lo stesso. «Al fondo, ogni uomo è fatto per donarsi, e questo è il mistero affascinante che sta alla base del trapianto: il bisogno di rendere carnale, definitivo, il dono di sé». Infatti, sebbene il team con cui opera effettui programmi di trapianto tradizionale da donatore deceduto o vivente, sia in modalità diretta sia incrociata e con tecnica di prelievo in chirurgia robotica in modo da ridurre al minimo i disagi per il donatore vivente, e sebbene il numero degli interventi chirurgici sia in crescita (70 operazioni effettuate nel 2015 e 13 tra gennaio e febbraio di quest’anno, per una media di circa 50 all’anno), per Giuliana il punto è un altro. Glielo ricorda un suo amico medico, morto nel 2000: «Nella mia scrivania tengo un intervento di Enzo Piccinini, chirurgo e tra i responsabili di Comunione e Liberazione, che racconta di un suo dialogo con don Giussani. Il sacerdote gli disse che offrire significa riconoscere che la realtà è di un Altro e che la posizione più realista nella vita di un uomo è quella di rispondere a questo Altro dentro a tutto quello che si ha da fare. Una povertà di spirito per cui “se non sai chiederai”». È vivendo così che per Giuliana «ogni cosa diventa grande: quando vengono i consulenti per il trapianto voglio sempre essere presente e fare loro tutte le domande che ho. Mi paragono e dipendo per non essere schiava della situazione, delle mie capacità o dei miei limiti. Lo stesso accade con i miei colleghi senza di cui non sarei in grado di fare molto. Questo Altro è concreto, ha la faccia del collega, della pagina in cui ti imbatti per approfondire il caso o della telefonata di consultazione». Ed è un paradosso, perché di fatto, è solo «se sai di non essere il padrone della situazione che poi riesci a dominarla».

Il bisogno di tutti noi
Ma dove ci mette una donna chirurgo, che parla di compimento e donazione, suo marito e i suoi figli? «Ricordo che all’inizio, quando le bambine erano piccole, pensavo di non farcela. Invece non fu mai così, perché ho sempre vissuto e cercato una comunione stringente anche nella quotidianità. Quando le bambine erano piccole abitavamo in un quartiere popolare e c’era sempre l’amica che mi faceva la spesa, quella che mi stendeva la biancheria e quella a cui potevo suonare a qualsiasi ora del giorno e della notte per affidarle le mie figlie. E poi c’erano le mamme della comunità di Cl con cui ci aiutavamo. Insomma, non sono cresciute sole con la baby sitter ma dentro un popolo». Non per questo la famiglia di Giuliana è perfetta, senza ferite: «Molte volte mi chiedo e mi sono chiesta: “Ma sono stata una buona madre?”. Alcune volte nel dialogo soprattutto con la mia figlia più piccola, emerge una sofferenza acuta. Si affacciano in me sensi di colpa. Ho sbagliato certo, ma anche in questo caso è determinante riconoscere di aver bisogno e chiedere aiuto».

Vale lo stesso ora che le sue figlie si sono trasferite a Milano per studiare: «Non siamo soli. Proprio l’altro giorno la più piccola mi raccontava di un dialogo con un sacerdote che in modo molto vero e profondo ha affrontato con lei le sue domande, toccando dei punti che io con tutto il bene che le voglio e con tutti i sacrifici che ho fatto per lei, non avevo mai toccato così chiaramente. E allora ringrazio». Questo, secondo Giuliana, è sempre stato il punto determinante «anche con mio marito. Anche qui, ripeto, è fondamentale avere la coscienza che fra me e lui c’è un Altro e che questo Altro è concreto e vive in una compagnia di amici dove Cristo si fa carne, per cui sono disposta, se serve, a viaggiare fino dall’altra parte dell’Italia per andare a trovare anche solo uno di loro». È sempre lo stesso metodo che porta una donna, una moglie, una madre, un chirurgo «e qualsiasi uomo, in qualsiasi situazione, a realizzarsi: la povertà della domanda e il desiderio di comunione perché l’uomo è strutturalmente fatto così. È bisogno e comunione».

Foto Ansa


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