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Kukës, vigilia di un inferno

maggio 5, 1999 Micalessin Gian

Grandi manovre al confine del Kosovo. Per i rifugiati è cominciato
il secondo esodo. Per gli elicotteri Apache la “prima” di un intervento Nato via terra? Una cosa è certa: la commistione di intervento
umanitario e operazioni militari rischia di trasformare
in scudi umani centinaia di migliaia di profughi

Dove ci dicono di andare, noi andiamo. Prima ce lo dicevano i serbi, adesso ce lo dicono gli albanesi. In fondo non cambia nulla, abbiamo già perso tutto”. Aggrappata al cassone dei camion Miradie, 13 anni, ha lo sguardo di un cane ferito. Verrà a sud anche lei. Come altri 600 di questo piccolo campo. Le tende si svuotano. Uomini, donne, bambini, materassi e coperte arrotolate si ammassano sui camion. È iniziato il secondo grande esodo. Il piccolo campo di Kruma è per metà vuoto. Gli accampamenti di trattori e fango nel centro di Kukës sono scomparsi. I camion albanesi muovono 5mila profughi al giorno. Qualche volta 10mila. I funzionari dell’Onu coordinano. La parola d’ordine è svuotare Kukës. Muovere 150mila profughi più a sud, lontano dal confine, lontano da questa vallata ad un tiro di schioppo dalla frontiera. L’obiettivo è chiaro. I motivi non altrettanto. Per spiegarli è arrivato fin qui il comandante della Nato generale Clark. Che è atterrato in elicottero in un piccolo campo tenuto dagli alpini della brigata Taurinense, vicino al vecchio e sconquassato aeroporto di Meteor, 3 chilometri alla periferia della città. Ha promesso una grande operazione umanitaria. “Dobbiamo decongestionare questa zona – ha detto più o meno il generale – e per farlo utilizzeremo i mezzi della Nato sotto il coordinamento dell’Alto Commissariato per i profughi. Ci sono 40mila altri profughi in arrivo. Non sappiamo né quando né dove passeranno, ma dobbiamo essere pronti”. A spiegare meglio le parole del comandante Nato è arrivato più tardi il plenipotenziario dell’Onu Steffan De Mistura. Rassicurante e sornione come sempre ha spiegato come questa sarà solo una grande operazione umanitaria. “Se avremo un afflusso di altri 40mila, 50mila rifugiati l’unico modo per evacuarli in fretta sarà avere a disposizione la logistica della Nato. Abbiamo bisogno di camion, tende, soldati che ci aiutino a costruire i campi. Solo gli eserciti della Nato possono fornirci le strutture necessarie per svuotare la città, costruire un eliporto per l’evacuazione, fronteggiare l’emergenza di una nuova ondata di esseri umani in fuga”. Ma la grande domanda è: sarà vero? O meglio: è la sola verità? Situata in un’ampia vallata a 18 chilometri dalla barra di confine di Morini, Kukës non è solo un’enorme “rifugiopoli”. Sulla carta è anche un’ottima postazione strategica. Circondata da montagne che la proteggono su ogni lato, Kukës rappresenta la zona ideale per installare un comando avanzato situato proprio a ridosso del confine. Fino ad ora non c’è persona pronta ad ammetterlo. “Clark ha promesso che dove ci saranno operazioni umanitarie non ci saranno operazioni militari” assicura Steffan De Mistura. Al di là delle promesse è innegabile che da queste parti sta avvenendo una pericolosa commistione tra operazioni militari ed operazioni umanitarie. Sulla carta gli alpini della brigata Taurinense, ad esempio, hanno solo funzione umanitaria. Come sarà possibile distinguere la loro attività da quella dei soldati americani incaricati di far funzionare la logistica degli elicotteri Apache? In teoria si tratta di missioni diverse, ma la teoria potrebbe rapidamente sfumare non appena il conflitto si avviasse inevitabilmente verso una escalation. Uno dei punti di rottura tra teorie umanitarie e pratiche di guerra potrebbe essere proprio la zona di Kukës. Secondo molti osservatori la settimana entrante segnerà l’inizio dell’attività degli elicotteri americani sui cieli del Kosovo. Guarda caso una settimana fa è arrivato l’ordine di evacuare in tutta fretta la zona di Kukës. I portavoce delle Nazioni Unite si affannano a spiegare che tutto era previsto fin dall’arrivo dei profughi. “Questa zona è da sempre considerata pericolosa. I serbi possono colpirla e l’Uck (l’esercito di liberazione del Kosovo) opera tutto intorno – spiega Jacques Francuin, 45 anni, portavoce dell’Alto Commissariato per i profughi – non abbiamo mai considerato neppure per un attimo di poter ospitare in pianta stabile 150mila rifugiati in quest’area”. Fatto sta che l’operazione è iniziata in tutta fretta da non più di una settimana. Prima di poter avere a disposizione i mezzi della Nato si sono utilizzati i camion albanesi. E i rifugiati sono stati messi in movimento senza aver costruito più a sud i campi capaci di accoglierli. “In questa prima fase dovremo fare affidamento – spiega De Mistura – sulla buona volontà delle famiglie albanesi e sulla loro disponibilità ad accoglierli in attesa che i campi siano pronti”. Ma intanto a Kukës si moltiplicano i segnali inquietanti che fanno presupporre un salto di qualità delle operazioni militari. Negli ultimi giorni i campi dell’esercito di liberazione del Kosovo sono stati praticamente svuotati. La maggior parte dei guerriglieri sarebbero entrati in Kosovo dove si appresterebbero a lanciare un’offensiva. Questa offensiva dell’Uck potrebbe rappresentare un’ottima occasione per sperimentare le capacità di appoggio aereo degli elicotteri Apache. Intanto, dall’altra parte del confine i serbi si preparano a giocare l’arma dei profughi. Negli ultimi giorni il confine di Morini è rimasto praticamente chiuso. “I serbi, se è vero che ci sono 40mila rifugiati in movimento, come segnalano i sistemi Nato – spiega De Mistura – potrebbero usare i valichi come un rubinetto con cui inondare di esseri umani quest’area. Il risultato potrebbe essere il totale intasamento delle operazioni umanitarie”. Ma i 40mila profughi potrebbero diventare anche scudi umani sulla rotta degli Apache. Un’arma più efficace di qualsiasi contraerea.

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