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Julien Ries: «Al Meeting ho visto che la perversione del ’68 appartiene al passato»

febbraio 6, 2012 Lorenzo Fazzini

«Sono ottimista, il materialismo non prevarrà e il cristianesimo riprenderà il suo posto in Occidente. L’ho capito al Meeting di Rimini, dove ho visto coi miei occhi che la perversione del Sessantotto ormai appartiene al passato». Articolo apparso sul numero 29/2009 di Tempi.

Articolo apparso sul numero 29/2009 di Tempi.

«Un uomo di una semplicità straordinaria. Un profeta. Aveva capito benissimo quale risposta dare ai giovani di fronte alla crisi del Sessantotto». A padre Julien Ries si illuminano gli occhi quando gli si chiede un ricordo di don Luigi Giussani. Perché fu proprio il fondatore di Comunione e liberazione a portare in Italia, culturalmente parlando, questo studioso gesuita belga, “padre” di una nuova antropologia religiosa che vede nell’homo religiosus una categoria antropologica paritaria a quella di homo herectus e habilis, tanto la tendenza al trascendente è innata e radicale nell’essere umano, secondo le pluridecennali ricerche di Ries. 

Personaggio incredibile, padre Julien: potrebbe vantare la stessa reputazione di sant’Agostino, dal momento che come il teologo di Ippona Ries ha scritto («sempre a mano», precisa sorridente) più di quanto un uomo normale possa leggere in vita. Con il suo bastone di legno, che sempre lo accompagna nelle sue splendide 89 primavere, non ha temuto di affrontare un viaggio internazionale in solitaria da Lovanio (nella cui Università cattolica è docente emerito di Storia delle religioni) fino ad Abano Terme, dove lo abbiamo incontrato in un frizzante pomeriggio di primavera inoltrata. «Vengo qui da 30 anni, una volta ogni sei mesi», esordisce. Una sapienza “di una volta”, quella di questo ricercatore del sacro nelle pieghe della storia umana: conosce cinque lingue antiche (greco, latino, ebraico, copto e siriaco: «Sa, per i manoscritti antichi», dice quasi a scusarsi di cotanta preparazione) e parla francese, tedesco, lussemburghese, fiammingo. 

È difficile condensare in breve il pensiero e l’opera di padre Ries. A settembre Jaca Book, l’editore italiano che ne pubblica l’Opera Omnia (giunta ora al sesto degli undici volumi previsti: La storia comparata delle religioni e l’ermeneutica è l’ultimo uscito), darà alle stampe la raccolta dei suoi interventi al Meeting di Rimini, la kermesse agostana dove Ries è stato ospite per ben 17 edizioni. Per farsi un’idea di questo personaggio fuori del comune, si può cominciare con una domanda: la mentalità scientista alla Dawkins-Odifreddi, che ormai ha conquistato uno spazio enorme nella pubblicistica mondiale e nella mentalità corrente, potrà un dì scalzare la valenza dell’homo religiosus? Gli occhi dell’anziano professore belga si infiammano: «No, questo non succederà, mai. L’uomo è religioso da sempre, lo attestano le sue prime manifestazioni culturali di auto-scienza».

Professor Ries, lei ha scritto che «il radicale sak- ci conduce al “reale”, alla “realtà fondamentale degli esseri e delle cose”». Se dunque il sacro ci conduce al reale, perché oggi ci troviamo di fronte a molteplici attacchi contro il concetto stesso di sacralità religiosa?
Il prefisso sak- è fondamentale per comprendere il sacro, è il radicale che ha creato il linguaggio sacro di tutto il mondo indoeuropeo, in Europa, India e Iran. Tutte le lingue indoeuropee (ad esempio quella greca con il termine aghios) utilizzano il radicale sak- per indicare il senso del reale. Quello che ho constatato lungo il mio lavoro di ricerca è che il linguaggio del sacro è stato usato in un senso diverso ed è stato cambiato nel corso della storia. Sto scrivendo un libro, che sarà la decima parte del Trattato di antropologia del sacro, il cui prossimo volume, in uscita in autunno per Jaca Book, si intitolerà Mutamenti e metamorfosi del sacro. Accolturazione, inculturazione e sincretismo. Qui mostro come la nozione del sacro è stata trasformata e semplificata. Tutto ciò è successo nel XX secolo nella letteratura degli autori che discendono da Émile Durkheim, il quale ha cambiato il significato del sacro, rendendolo una categoria di carattere sociale. Per Durkheim, infatti, il sacro deriva dalla società. Egli arriva a questa affermazione studiando alcune popolazioni indigene dell’Indonesia. Ma questa interpretazione del sacro è, a mio parere, ideologica, cioè indica un falso dio, una dottrina che forza la realtà. Ciò significa che si arriva a cambiare la realtà storica. E infatti nel nostro mondo postmoderno è stata portata avanti questa interpretazione del sacro, visto che il neoliberismo, il marxismo, il nazismo mischiano tutti la dottrina del materialismo con la mancanza di trascendenza. Le ideologie restano a un livello orizzontale, invece il concetto del sacro ci fa alzare in senso verticale. 

Si parla oggi, molto, di “ritorno del sacro” in Occidente, dopo la stagione della “morte di Dio”. Ma allo stesso tempo vi è chi – l’ultimo è stato l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn – parla di «ultimi giorni del cristianesimo in Europa». Che idea si è fatto sulla condizione del cristianesimo nel Vecchio Continente?
Io sono ottimista. Il cristianesimo sta veramente per riprendere il suo posto nella società europea. Mi viene da paragonare la situazione attuale alla parabola evangelica del buon seminatore, che getta il seme in terra il quale deve morire e da lì viene la ricchezza del raccolto. Penso che questo insegnamento del Vangelo debba guidarci nella condizione attuale. Vedo un segno di ottimismo nei giovani: ho passato una vita intera in mezzo a loro, ho conosciuto la crisi del ’68, che è stata veramente la perversione dei valori. A quel tempo mi chiedevo: come uscirne? A Lovanio ci riunivamo un po’ in segreto io e altri colleghi professori dell’Università cattolica per capire insieme la strada migliore da percorrere. C’è stato un evento che mi ha insegnato “come” venirne fuori: sono stato invitato al Meeting di Rimini per la prima volta nel 1982 da don Luigi Giussani. Era l’anno in cui arrivò anche Giovanni Paolo II. Mi era stato chiesto di fare una relazione di introduzione al sacro, insieme ad Angelo Scola, oggi patriarca di Venezia. Ho spiegato la mia concezione del sacro e ho trovato un uditorio di duemila persone, per lo più giovani, tutti attentissimi. Poi, per tutta la settimana del Meeting, gruppi di ragazzi e ragazze, 200-300 alla volta, mi hanno chiesto di continuare a parlare loro di questo argomento. Ho potuto vedere con i miei occhi che c’era una nuova generazione di giovani dopo il ’68. 

Quali altri segnali la rendono ottimista nel guardare al futuro del cristianesimo in Europa?
Ho assistito al fenomeno delle Giornate mondiali della gioventù: sono veramente eventi che cambiano in meglio i giovani, ho conosciuto persone che ne sono tornate trasformate. E questi incontri durano da 25 anni! Poi vedo i movimenti ecclesiali, i focolarini, Comunione e liberazione, l’Azione cattolica, le Communautés nouvelles francesi che lavorano nel campo della nuova evangelizzazione (è il caso della comunità L’Emmanuel): trovo tutto ciò davvero straordinario. Questi giovani non esitano a parlare della fede nelle strade, creano scuole di evangelizzazione, hanno molte vocazioni. Qui vediamo in atto una rinascita straordinaria del cristianesimo: all’opera sono i giovani, e questo vuole dire che siamo davanti a qualcosa di nuovo per il futuro. La generazione del Sessantotto sta per scomparire, viene rimpiazzata da queste nuove generazioni che sono in azione in Francia, Italia, Spagna, Germania e Polonia. Non possiamo pensare che il cristianesimo stia per scomparire in Europa. Io sono superottimista.

Padre Ries, chi è l’homo religiosus?
Con la mia opera ho cercato di mostrare una nuova antropologia religiosa: nei primi tre volumi ho raccolto i dati delle mie ricerche, da cui si evince che da migliaia di anni l’uomo è religioso. Nelle prime attestazioni culturali dell’umanità, le grotte primitive di 40 mila anni fa, sono già presenti segni dell’homo religiosus habilis, capace di dar conto della sua aspirazione al trascendente mediante la cultura. L’uomo non è dunque solo habilis o herectus, ma anche religiosus, perché ha avuto coscienza della trascendenza. Già Mircea Eliade affermava che l’osservazione della volta celeste è all’origine della scoperta di una realtà che supera l’uomo. Al Meeting di Rimini del 1988 proposi a un architetto di Milano di costruire una galleria con un cielo in alto, sul soffitto. Alla fine la struttura fu realizzata, ed era sempre piena di gente che si metteva per terra ad ammirare questa volta celeste.

Ha fatto breccia ormai perfino negli atti ufficiali delle Nazioni Unite la tendenza a bollare come “islamofobia” qualsiasi critica rivolta al mondo musulmano. Da grande studioso di storia delle religioni, lei cosa ne pensa? 
L’islam di oggi, in contrasto con il mondo moderno, ha creato quello che in Francia si chiama “islamismo”, cioè la presentazione dell’islam non solo come la vera religione, ma come la dottrina che deve dirigere il mondo attuale. Questa interpretazione è stata data per la prima volta dai Fratelli Musulmani, fondati in Egitto, per i quali il Corano dovrebbe diventare la costituzione del pianeta. Per loro il libro sacro dell’islam non dovrebbe solo rimpiazzare le altre religioni, ma tutte le legislazioni nazionali. Questa è una concezione pericolosa, ma va anche rimarcato che si tratta di un islam deformato, che prende in considerazione solamente alcuni passi del Corano. I cristiani sono chiamati a dialogare con i musulmani, però non con questi islamisti che propugnano un movimento politico violento. Questi gruppi non sono maggioritari nel panorama islamico, anche se io non sono in grado di affermare se si tratti di un fenomeno in crescita o meno. Certamente questa tendenza si sta affermando in Iran. Attualmente, comunque, il problema maggiore del mondo islamico è la guerra tra sunniti e sciiti, come vediamo in Iraq. Questo conflitto è iniziato a partire dal quarto califfo. E non sappiamo quando ne vedremo la fine.

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