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Istat, inflazione scesa all’1,2 per cento nel 2013. Debito pubblico da record

gennaio 14, 2014 Chiara Rizzo

Non si aveva un’inflazione così bassa dal 2009. Bankitalia diffonde i dati sul debito della Pa, aumentato nel solo mese di novembre di 18 miliardi, soprattutto per il sostegno finanziario all’Eurozona

È sceso di circa due punti percentuali il tasso medio di inflazione annuo del 2013, passato a 1,2 per cento rispetto al 3 per cento del 2012. Secondo l’Istat si tratta del tasso più basso dall’inizio della crisi economica, in particolare dal 2009, cioé da quattro anni. Scrive l’Istituto di statistica che “La dinamica dei prezzi al consumo nel 2013 riflette principalmente gli effetti della debolezza delle pressioni dal lato dei costi, in particolare degli input energetici, e quelli dell’intensa e prolungata contrazione della spesa per consumi delle famiglie”. Tendenzialmente, in economia, i governi stimano adeguata un’inflazione del 2-3 per cento, che stimola i consumatori all’acquisto di beni e servizi, che hanno un costo minore, così come ai prestiti, che generalmente riportano tassi minori di interesse. Ma un troppo basso tasso di inflazione, mette sicuramente a rischio anche i consumi, quindi la produzione.

L’ANALISI DELLA COLDIRETTI. Secondo Coldiretti, infatti, la causa è il calo dei consumi delle famiglie nel 2013, con più di due italiani su tre (cioé il 68 per cento) che ha ridotto la spesa, o con il 53 per cento degli italiani che ha rinviato acquisti di beni voluttuari (compreso l’abbigliamento). Tagli alla spesa e recessione che hanno fatto scendere i consumi ad un livello che non si vedeva dal 1997. Coldiretti ha messo in luce la “spending review” eseguita da ogni famiglia nello scorso anno, ad esempio con una riduzione o taglio, per il 49 per cento degli italiani, delle spese per il tempo libero in locali come bar, discoteche e ristoranti; il taglio per il 42 per cento delle persone di spese per la ristrutturazione della casa, per il 40 per cento dell’acquisto dell’auto o della moto. Coldiretti segnala che c’è poco ottimismo, soprattutto, e che solo il 14 per cento degli intervistati pensa che la situazione migliorerà nel 2014: il 51 per cento crede che le cose non cambieranno.

LA LETTURA DI CODACONS. Analisi simile è quella proposta dal Codacons, secondo cui l’inflassione così bassa «dipende da un crollo dei consumi senza precedenti, che ha riguardato anche beni di prima necessità come gli alimentari». Secondo il Codacons, «questa inflazione, nonostante sia il livello più basso dal 2009, tradotta in cifre, equivale, in termini di aumento del costo della vita, ad una stangata annua pari a 257 euro per un single, 345 euro per una famiglia di 2 persone, 419 per una famiglia tipo di 3 persone e 462 per una di 4 componenti».

DEBITO PUBBLICO RECORD. Altro record storico, ma questa volta assolutamente in negativo, è quello diffuso oggi da Bankitalia in relazione al debito della pubblica amministrazione che nel solo mese di novembre 2013, alla faccia della spending review, è salito di 18,7 miliardi di euro, raggiungendo la cifra da guinness storico per l’Italia di 2.104 miliardi di euro. Su questa cifra avrebbe inciso per 12,8 miliardi il sostegno finanziario ai paesi dell’Eurozona con la quota italiana per i prestiti erogati dall’European financial stability facility (Esfs) che da sola vale 6,7 miliardi. Poi hanno inciso la terza e la quarta tranche di pagamenti per l’European stability mechanism (Esm), che valgono 5,7 miliardi. Dal 2010 l’Italia ha contributo al sostegno finanziario nell’eurozona con 55,1 miliardi, di cui 10 miliardi per i prestiti bilaterali in favore della Grecia.

INVESTITORI STRANIERI E TITOLI ITALIANI. Bankitalia ha diffuso anche i dati sul portafoglio titoli di Stato in possesso di investitori stranieri (o non residenti in Italia) passato dai 684 miliardi di settembre ai 693 miliardi di ottobre. In parole povere il 39,4 per cento dei titoli di stato italiani oggi sono detenuti da persone all’estero: tra questi titoli, anche quelli detenuti dalle banche centrali estere, come la Bce, ma anche da investitori italiani ma non residenti nel paese. Si tratta comunque di un dato che tende a diminuire: quando a metà 2011 l’Italia entrò nella crisi del debito sovrano, la quota dei titoli di stato in mano ad investitori esteri era poco maggiore del 50 per cento.

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