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In morte di Salah Farah, il musulmano eroe che rischiò la vita per difendere i cristiani dai jihadisti

gennaio 21, 2016 Leone Grotti

Kenya. I miliziani di Al-Shabaab, saliti su un bus, avevano cercato di dividere i cristiani dai musulmani per uccidere solo i primi, ma lui si era opposto: «Uccideteci tutti o andatevene»

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«Salah Farah è un vero eroe e sarà trattato con tutti gli onori». Non ha risparmiato elogi l’ispettore generale della polizia kenyana Joseph Boinnet quando si è trovato ad annunciare ai giornalisti locali la morte improvvisa dell’insegnante musulmano che rischiò la vita per difendere i cristiani. La sua storia aveva già fatto il giro del mondo.

«UCCIDETECI TUTTI». Quando il 22 dicembre scorso i jihadisti di Al-Shabaab sono saliti su un autobus, a pochi chilometri da Mandera, hanno cercato di dividere i cristiani dai musulmani, per uccidere i primi e risparmiare i secondi, seguendo il modus operandi della strage di Garissa. Ma sull’autobus la tattica non funzionò perché Salah Farah, invece di pensare a salvarsi, nascose i cristiani e sfidò i terroristi: «Uccideteci tutti o lasciateci in pace».

«SIAMO FRATELLI». Prima di scappare, gli Al-Shabaab uccisero due uomini e ne ferirono tre, tra cui Salah. Il vicepreside della scuola elementare di Mandera, dopo essere stato portato all’ospedale locale per una ferita alla gamba, venne trasferito il giorno di Natale a Nairobi, al Kenyatta National Hospital. Nei giorni seguenti Salah ha rilasciato diverse interviste, spiegando il suo gesto: «La gente dovrebbe vivere in pace. Solo la religione ci distingue dai cristiani ma siamo fratelli, per questo chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani e viceversa, così da vivere insieme in pace».

CINQUE FIGLI. Il 18 gennaio però, durante un’operazione di routine, Salah è morto. «Speravamo di salvare la sua vita perché lui era una testimonianza», hanno detto i medici. «Abbiamo fatto del nostro meglio ma quest’anima coraggiosa ha subito complicazioni». La polizia ha fornito alla famiglia un aereo per riportare il corpo dell’uomo a Mandera, dove sarà seppellito. Molte persone, riportano i giornali locali, si sono offerti di aiutare la moglie, incinta al nono mese, e i suoi quattro figli. Anche i genitori anziani vivevano grazie al suo stipendio.

«APPARTENIAMO AD ALLAH». «Stava andando tutto bene ma domenica è peggiorato all’improvviso», ha dichiarato il fratello. «Ma noi apparteniamo ad Allah e a lui ritorniamo. Spero che la sua morte serva a costruire l’armonia religiosa e a incoraggiare i kenyani a vivere insieme come un’unica comunità». È morto un «vero eroe».

Foto The Star/Joseph Ndunda


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