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Rapporto Antigone sulle carceri, l’Italia è il fanalino di coda d’Europa

marzo 29, 2012 Chiara Rizzo

Il quadro è desolante: le condizioni dei detenuti sono disumane e contrarie alle legge, il sovraffollamento è al 147 per cento e la metà dei reclusi è in attesa di giudizio.

La onlus Antigone ha presentato ieri l’ottavo rapporto nazionale sulle condizioni detentive in Italia, compilato attraverso le visite annualmente svolte dal suo Osservatorio e autorizzate dal ministero di Giustizia e aggiornato al settembre 2011. Il quadro emerso è devastante.

Sovraffollamento. Nei 206 istituti penitenziari italiani ci sono 67.428 persone detenute, a fronte di 45.817 posti: un eccesso di 21.611 persone. Solo 37 mila carcerati però hanno dubito una sentenza definitiva, 28 mila sono gli imputati, la metà dei quali è ancora in attesa del primo giudizio. Un dato significativo se rapportato a ai dati europei segnalati da Antigone. L’Italia presenta un tasso di sovraffollamento di 147 detenuti ogni 100 posti: secondo l’ultima rilevazione europea Space I (realizzata nel 2009) il tasso italiano rappresenta un record negativo assoluto in Europa e secondo solo alla Serbia (157 per cento). In Francia il tasso nel 2009 era del 123 per cento, del 92 per cento in Germamia, del 98 per cento nel Regno Unito. Un altro dato interessante nel confronto europeo è sull’abuso della custodia cautelare in Italia. Mentre i detenuti in attesa di una sentenza definitiva sono il 23, 5 per cento della popolazione carceraria in Francia, il 20 per cento in Spagna, il 16 per cento in Germania e nel Regno Unito, in Italia sono addirittura il 50,7 per cento. Dei nostri detenuti con condanne definitive, il 26 per cento ha un residuo di pena di un anno e il 28 per cento da uno a tre anni.

Abusi. Antigone segnala però alcune vicende che raccontano davvero la vita dietro le sbarre. I casi finiti davanti alla giustizia nel 2011, per esempio: ad Asti ci sono 5 agenti di polizia penitenziaria sotto processo perché in concorso tra loro hanno abusato dei loro poteri maltrattando due detenuti nel 2004 («un tormentoso e vessatorio regime» secondo il pm). Hanno sottoposto i due a isolamento per circa 20 giorni, lasciandoli completamente nudi e a digiuno anche di acqua per due giorni, li hanno picchiati con danni certificati anche da successivi referti medici. Ad Aversa due agenti di polizia penitenziaria sono ai domiciliari per violenza sessuale aggravata ai danni di un detenuto transessuale dell’Ospedale psichiatrico giudiziario. A Genova in carcere c’è uno psicologo accusato di concussione e violenza sessuale su alcuni detenuti di Marassi. A Parma si è concluso con la condanna in primo grado il processo contro altri due agenti di polizia penitenziaria del carcere locale condannati a due anni e sei mesi per il pestaggio di Aldo Cagna nel 2006.

Antigone racconta anche i drammi quotidiani del carcere. Ad esempio la storia di A.M., detenuto in attesa di giudizio a Bergamo, per il quale il ritardo eccessivo nelle visite specialistiche e nelle cure ha portato alla morte per cancro. O il detenuto di Siracusa che non può andare a fare la dialisi perché manca il carburante per accompagnarlo in ospedale, o quello di Roma in sedia a rotelle, chiuso per due mesi in celle dove la carrozzina non passava dalla porta e costretto a rimanere sempre immobile su un letto. Non da ultimo vanno ricordati i gravissimi comportamenti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria nella gestione delle spese per le carceri. Nel 2010, mentre i detenuti arrivavano a 65 mila unità, la spesa scendeva a 2 miliardi 770 milioni di euro, trecento milioni in meno dell’anno prima: ma la riduzione interessava per il 5 per cento soltanto i costi del personale (amministrativo, educatori, etc.), mentre del 31 per cento il vitto, l’istruzione, la salute dei detenuti.

Lavoro in carcere e misure alternative. Lavora il 20 per cento della popolazione detenuta, 13.765 persone e di questi, 11.508 sono dipendenti dell’amministrazione penitenziaria e 2.257 di datori di lavoro esterni. Tuttavia Antigone segnala (come aveva già fatto anche Tempi nel luglio 2011) che dallo scorso giugno sono stati tagliati gli incentivi alle imprese e coop sociali per l’assunzione di detenuti, previsti dalla Legge Smuraglia. In seguito alle proteste delle coop e delle imprese, il Dap (il dipartimento amministrazione penitenziaria) si è impegnato a trovare la copertura almeno per la fine del 2011. Ma a marzo 2012 Antigone annota che «non ci sono altre certezze oltre a queste “rassicurazioni”». Dal 2006 al 2011, intanto, è diminuito di quasi 22 milioni di euro il budget per i detenuti che lavorano alle dipendenze dell’amministrazione carceraria, mentre i lavoratori stessi sono aumentati di 15 mila unità. Per quanto riguarda invece le misure alternative, sono state 18 mila le persone ammesse, di cui 9 mila in affidamento in prova ai servizi sociali, 887 in semilibertà, 8.055 in detenzione domiciliare (per le misure sostitutive invece, in tutto il 2011 la libertà vigilata è stata concessa in 3 mila casi, il lavoro all’esterno in 521 casi, il lavoro di pubblica utilità in 534 casi, ndr.). Anche sulle misure alternative l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa. Secondo la rilevazione Space, in Francia ben 123 mila persone nel 2009 scontavano misure alternative; 120 mila in Germania, quasi 112 mila in Spagna, 197 mila addirittura nelle sole Inghilterra e Galles, in Italia appena 13 mila.

 

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