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Il quinto vangelo di Facebook

marzo 5, 2017 Antonio Gurrado

Mark Zuckerberg ha promosso un manifesto millenarista per estirpare il male dal mondo. Da Bill Gates a Bono, s’avanza una nuova élite di filantropi

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Come Hitler, non bevono. Nel corso dell’incontro-fiume sbobinato da Repubblica, Bill Gates si concede una Coca Light e Bono Vox si limita a un bicchier d’acqua, eppure dichiara: «Dobbiamo guardare con gli occhi di chi crede che l’amore esiste, perché esiste veramente. L’amore è al servizio dell’idea del potenziale umano. E, se esiste ciò che definiamo l’opposto dell’amore, è proprio ciò che gode nel vedere lo spreco del potenziale umano. Quando ti schieri con le forze dell’amore – per parlare in astratto, se non vi dispiace – succede una cosa straordinaria». Scartata dunque l’ipotesi dell’entusiasmo alcolico, bisogna indagare quale ideologia supporti queste astratte forze dell’amore e in quali convinzioni politiche affondi le radici l’opposizione alle forze dell’odio.

I tre punti politici fondamentali vengono seminati da Bill Gates. Il primo è che prosperità, sviluppo, sicurezza e salute sono connessi. Il secondo è che la filantropia è utile ma non riesce a operare su vasta scala senza il sostegno dei governi; pertanto solo la collaborazione coi filantropi può garantire agli Stati stabilità e giustizia. Infine si chiede «se i popoli si rendano conto di quanto sia stato fantastico che gli Stati abbiano lavorato di comune accordo su pace e sviluppo sin dalla fine della Seconda guerra mondiale». Per Gates il massimo pericolo dei nostri giorni è infatti che «la gente ragioni solo con una prospettiva a breve termine e non si renda conto del progresso che è stato raggiunto finora»; Bono concorda e, come parola d’ordine per preservare pace e sviluppo, detta «cooperazione globale». Di cosa si tratta? È l’opposto di «isolamento, chiusura mentale»; opzioni, queste ultime, di cui ammette l’esistenza in linea teorica ma che ritiene impraticabili. L’alternativa alla cooperazione globale non esiste, quindi va combattuta.
Questa contrapposizione fra cooperazione e isolamento è, si capisce, il discrimine fra globalizzazione e capitalismo. Per Bono la globalizzazione ha salvato molta gente dalla povertà, mentre il capitalismo è «una brutta bestia cui vanno impartite istruzioni». Bill Gates, primo nella lista Oxfam degli otto detentori di metà ricchezza del mondo, saggiamente tace. Come si sfugge alle grinfie del capitalismo per sfociare nell’era della cooperazione? Bono ha in mente due tappe dell’utopia. Le persone dovranno tornare a fidarsi l’una dell’altra e, per ricostruire la fiducia, sarà necessario «lo storytelling»; poi tutti noi dovremo unirci a combattere in favore dei diritti di tutti, «a prescindere dalla nostra tendenza politica».

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Irripetibili ma uguali
Ottimismo e totalitarismo, insomma. L’utopia delineata dal sommo informatico e dal cantante di cuore è un futuro in cui le differenze politiche diventeranno nulle di fronte alla maggiore urgenza dei diritti collettivi, riassumibili nel diritto base: il diritto allo storytelling, ossia a essere ciò che si è e a tormentare il prossimo al riguardo. In questa dittatura perbene internet è mezzo di comunicazione e strumento di ricatto («se ci sono Paesi pronti a mettere le persone al primo posto, possiamo aiutarli con un accesso alla Rete più facile e veloce»); più di ogni cosa, internet è il grande equalizzatore, il diffusore di disintermediazione che, facendoli sentire individui irripetibili ma tutti uguali, sottrae gli utenti al potere temporale degli Stati per consegnarlo al potere spirituale detenuto da un’oligarchia straricca e cool. Una élite di filantropi che, stabilendo cos’è il bene, intende determinare cosa debbano essere giustizia e stabilità per gli Stati.

 Mentre Bono e Bill Gates se la cantano, Mark Zuckerberg è in Louisiana. Si è palesato a un barbecue a Baton Rouge e poi in prima fila al carnevale di New Orleans: «Non vedo l’ora di conoscere altra gente di questo Stato», ha dichiarato dal profilo Facebook il fondatore di Facebook, rivolgendosi urbi et orbi dopo la pubblicazione del suo lunghissimo manifesto sociale e dopo avere visitato l’università dell’Alabama e un cimitero militare in Mississippi come un politico consumato. Zuckerberg sembra impegnato in una campagna post-elettorale. Più volte ha ripetuto le parole di Lincoln, che cita alla fine del proprio manifesto: «Possiamo avere successo solo agendo insieme. Non si tratta di chiederci se qualcuno di noi possa immaginare qualcosa di meglio ma di chiederci se tutti noi possiamo fare di meglio. I dogmi del tranquillo passato sono inadeguati a questo presente tempestoso. Di fronte a una nuova circostanza, dobbiamo pensare in modo nuovo, agire in modo nuovo».

Contro le forze dell’odio
Letto in questa luce, il manifesto di Zuckerberg non è presidenziale bensì millenarista. Come Bono e Gates, anche lui vuole schierare le forze dell’amore contro quelle dell’odio, causa di questo presente tempestoso, e per farlo intende creare una società nuova: «Stiamo costruendo il mondo che vogliamo?». È ovvio che Zuckerberg veda se stesso come condottiero delle truppe amorose ed è significativo che, nel manifesto, abbia dimenticato i tempi in cui definiva Facebook «media company» per passare a definirlo «comunità globale». Primo, perché questa comunità si regge su una struttura sociale la cui costruzione – immateriale e disintermediata – è interamente nelle sue mani. Secondo, perché i nuovi problemi globali, dal surriscaldamento al terrorismo, «richiedono che l’umanità si unisca non solo in città e nazioni ma come comunità globale»: tradotto, per compiere il bene gli Stati hanno bisogno del nuovo filantropo universale, Zuckerberg stesso, l’uomo che raccogliendo 15 milioni di dollari fra gli utenti ha beneficiato il Nepal terremotato della più grande colletta che la storia ricordi.

Il manifesto insiste molto sul fatto che Facebook sia passato da intessere connessioni private fra amici o parenti a intessere connessioni più istituzionali fra comunità sovranazionali, raccolte attorno alla stessa visione di un problema e come tali portate a interagire, più o meno criticamente, con la posizione dei rispettivi governi al riguardo. Fra queste, Zuckerberg individua dei «gruppi particolarmente significativi», che assommano all’incirca cento milioni di utenti e la cui rilevanza deriva dalla maggiore compattezza attorno a temi eticamente sensibili (ad esempio, il supporto reciproco fra famiglie con bambini ammalati). Zuckerberg intende rafforzare il tessuto sociale di Facebook rendendo questi gruppi più solidi e più ampi per mezzo del diretto intervento di un algoritmo mirato che suggerisca agli utenti di farne parte, così da creare delle subcomunità di buoni che puntellino la comunità – troppo grande per essere coerente – del social network.

I community standard
Le subcomunità sono il punto chiave. Zuckerberg dichiara di voler erodere il vuoto lasciato dalla progressiva disaffezione a subcomunità quali le chiese, i club sportivi, i sindacati. Sì, ha davvero detto di voler entrare nel vuoto lasciato dalla disaffezione religiosa e non c’è da sorprendersi: il sostrato ideologico del manifesto è una ridefinizione del bene in termini tali da non dover vincolarlo né a una visione di progresso storico verso la salvezza, né a una definizione profonda di caduta e redenzione. Anche Bono ha indicato come nuovo ideale «una comunità multireligiosa in cui ci sono ottimi rapporti». Zuckerberg vuole insomma che Facebook diventi un oratorio che sa tutto di noi e che difenda il bene scacciando chi compie il male.

Il male è il basso continuo del manifesto di Zuckerberg. L’idea che «le minacce sono globali ma le strutture che devono proteggerci non lo sono» lo porta ad accollarsi la responsabilità di difendere la propria comunità globale per mezzo della comunità globale stessa. Ci sono i terroristi, gli oscurantisti, gli erettori di muri? Ecco che Facebook rinnoverà il modo in cui determinare i community standard, ovvero il criterio di accettabilità dei pronunciamenti, cioè la libertà di parola. Zuckerberg annuncia che ferve la ricerca attorno a sistemi che possano censurare contenuti, e che i community standard saranno localmente ridefiniti a maggioranza per mezzo di una specie di referendum continuo attorno a ciò che si possa dire o meno. L’obiettivo è instaurare una democrazia di vasta scala implementata dall’intelligenza artificiale, «combinando il processo democratico nella determinazione degli standard con un algoritmo che aiuti a rafforzarli».

L’obiettivo del manifesto è «instaurare un nuovo procedimento che consenta a cittadini di tutto il mondo di partecipare al governo comunitario», ma non si deve reputarla un’improvvisa discesa in campo: Facebook era già molto attivo in politica lo scorso novembre, quando l’algoritmo ha aiutato due milioni di persone a registrarsi per votare (chissà per chi?) alle presidenziali americane. Piuttosto è significativa la forma che Zuckerberg ha scelto: uno sproloquio di quindici pagine, apoteosi e sublimazione di ciò che su Facebook viene liquidato con un “tldr”, «too long, didn’t read» ossia «troppo lungo, non l’ho letto». Infatti non è stato scritto come testo da capire ma come testo in cui credere. 

Foto Ansa

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