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Il martirio di padre Josef, che diede la vita pur di non negare il miracolo della croce di Číhošť

febbraio 25, 2015 Angelo Bonaguro

Ricorre l’anniversario della morte del parroco boemo perseguitato e ucciso dal regime comunista. Esce oggi un libro che ne racconta la figura

sequenza-foto-gennaio-1950-1 copiatoufar-libroOggi è il 65esimo anniversario della morte di don Josef Toufar, parroco boemo ucciso dal regime comunista il 25 febbraio 1950 e di cui la Chiesa ceca ha avviato la causa di beatificazione. Per le edizioni Itaca esce Come se dovessimo morire oggi. La vita, il sacerdozio e il martirio di don Josef Toufar, un volume scritto da Miloš Doležal che ne narra la vita e le opere (a cura di Tiziana Menotti, prefazione di Dominik Duka OP, introduzione di Alessandro Vitale, appendice a cura di Angelo Bonaguro). Proprio il nostro collaboratore Angelo Bonaguro aveva parlato di questo parroco nel suo blog. Qui di seguito riportiamo quel testo (le immagini in pagina sono dell’Archivio Miloš Doležal).

 

La terza domenica d’avvento del 1949 don Josef Toufar, parroco di Číhošť, un paesino sperduto della campagna boema, salì sul pulpito a commentare la frase di san Giovanni: «In mezzo a voi sta Uno che non conoscete». Disse che non era necessario cercare Gesù chissà dove, perché era lì presente, e indicò con la mano il tabernacolo. Lui, che dal pulpito volgeva le spalle all’altare, non si accorse di nulla, ma i suoi parrocchiani videro stupiti che la croce posta sopra il tabernacolo si inclinava dapprima a destra, poi a sinistra per rimanere infine leggermente piegata.

sequenza-foto-gennaio-1950-2Nei giorni successivi a quell’11 dicembre ‘49, la parrocchia fu visitata da vari responsabili della curia nonché della polizia politica (StB) perché la notizia sul «miracolo» della croce cominciò ad attirarvi molti fedeli. Il caso arrivò sulla scrivania del compagno Gottwald, lo Stalin cecoslovacco, nel bel mezzo dei preparativi per una massiccia campagna antireligiosa: già a ottobre erano state approvate le leggi che istituivano l’Ufficio per gli affari religiosi e stabilivano la copertura economica delle Chiese (il sacerdote era diventato un impiegato statale). Il regime cercava qualsiasi opportunità per liquidare la Chiesa cattolica e separarla da Roma, senza peraltro riuscirci: le varie associazioni filo-governative per il clero, infatti, non avrebbero mai costituito una «chiesa nazionale».

Don Josef era nato il 14 luglio 1902 in una famiglia di contadini, aveva studiato da falegname e dopo la leva militare era entrato in seminario. Consacrato nel 1940, la sua prima parrocchia era stata Zahrádka, dove aveva riscosso la simpatia degli abitanti ma dalla quale era stato allontanato nel marzo ’48, dopo il colpo di stato comunista, su pressione del Comitato Nazionale locale che l’aveva bollato come «reazionario». «Era il tipico prete che viveva con i suoi parrocchiani, cercava di aiutarli nei momenti più difficili e di sostenerli sia durante l’occupazione nazista, sia con l’avvento della dittatura comunista», ha scritto il cardinal Duka nell’introduzione alla documentata biografia di Toufar Come se dovessimo morire oggi, curata dallo storico Miloš Doležal e uscita in Repubblica ceca nel 2012.

patente ToufarIl 28 gennaio 1950 la StB arrestò don Josef e lo rinchiuse nel carcere di Valdice. Dal verbale del primo interrogatorio, quando era ancora in grado di intendere e di volere, emerge la sua grande prudenza e l’assoluta aderenza alla realtà dei fatti, ribadita dai numerosi testimoni. Il sacerdote aveva ripetuto ai fedeli di «non scorgere nell’accaduto né un miracolo, né un segno positivo o negativo… Sappiamo solamente che la croce si è mossa… Il Signore ci ha mostrato che è realmente in mezzo a noi, nel tabernacolo». Ma le istruzioni da Praga erano chiare: estorcergli a ogni costo la confessione che era stato lui a muovere la croce grazie a un meccanismo. Nei giorni a seguire, don Josef venne ripetutamente picchiato e seviziato dagli aguzzini comandati da Ladislav Mácha. Il 22 febbraio, ormai ridotto allo stremo e semi-incosciente, firmò una «deposizione» costruita dalla polizia in cui si riconosceva colpevole di aver inscenato il miracolo. Il 23 febbraio fu trascinato nottetempo nella chiesina di Číhošť dove la polizia intendeva filmare una ricostruzione del miracolo a scopi propagandistici: il documentario Guai a quell’uomo per mezzo del quale, sarebbe poi stato trasmesso nei cinema come prova della «cospirazione vaticana contro il regime popolare-democratico». Ma don Josef non si reggeva in piedi, svenne e dovettero portarlo in ospedale. Fu operato e il 25 febbraio morì per «peritonite». Registrato con un nome fittizio, fu sepolto in una fossa comune nel cimitero di Praga-Ďáblice. Alla nipote che gli faceva da perpetua fu reso noto il decesso solo 4 anni dopo. Il suo caso fu preso a pretesto per avviare una serie di processi-farsa contro la Chiesa e per espellere dal paese il nunzio De Liva.

Il 6 marzo 1950 il ministro degli interni Nosek chiese alla stampa di «collaborare a spiegare al popolo invenzioni e menzogne di questo tipo». Seguirono settimane di articoli diffamatori, fotomontaggi e caricature. Anche L’unità non si tirò indietro e il 7 marzo, a firma C. De Lipsis, si lanciò in una tirata ideologica sulla «grottesca mistificazione» non dovuta «all’opera dello Spirito Santo, bensì all’opera di padre Josef Toufar, il quale, stando sul pulpito manovrava un complicato sistema di spaghi e di elastici. La tecnica del “miracolo” è stata ora ampiamente descritta dallo stesso sacerdote, il quale ha confessato la mistificazione», e il quale nel frattempo era già morto per le percosse subite.

Cosa sia realmente accaduto a Číhošť resta fino ad oggi un mistero. Lo storico Doležal dà per certo che né Toufar né altri parrocchiani avessero installato un congegno per muovere la croce, e nemmeno i sopralluoghi degli agenti avevano rinvenuto meccanismi.
Intanto nell’aprile scorso è stata avviata la causa di beatificazione di questo sacerdote martire, fedele a Cristo e alla Chiesa che, sulla scia di san Giovanni Bosco, è vissuto «come se dovessimo morire in questo giorno».

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6 Commenti

  1. yoyo scrive:

    Notate bene, l’Unità. Sono contento che non venga più editata.

    • Menelik scrive:

      Gli anni passano. Anche loro (l’Unità) hanno fatto il loro tempo e sono entrati nel girone dei vecchi matusa.
      Negli anni Novanta pareva che, tramontato il comunismo, il mondo avesse potuto trovare finalmente la pace.
      Purtroppo si affacciava all’orizzonte l’estremismo islamico.
      Oggi il mondo è più insicuro di quello che era trent’anni fa.
      I martiri si, ma gli aguzzini, vecchi o moderni che siano, non si devono rimpiangere.
      Se li è portati via la Morte, si arrangino nell’aldilà il giorno del Giudizio.

      • yoyo scrive:

        Mi chiedo se gli ex de l Unità non possano essere processati per connivenza con crimini contro l umanità, commessi dal sistema politico che sostenevano oltrecortina.

  2. Óscar Romero scrive:

    Capisco la condanna verso il regime violento e autoritario, ma non vorremo mica tornare a credere alle madonnine che piangono?

    • Giannino Stoppani scrive:

      “non vorremo mica tornare a credere alle madonnine che piangono?”
      Se ci sono tanti scetticoni che però credono ciecamente nel “mondo migliore” non vedo lo scandalo, tanto più che francamente io non trovo neanche un motivo per cui dovrebbero ridere.

    • yoyo scrive:

      Oscar, usurpi nome e cognome di un grande martire, che alla Madonna era devotissimo.

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