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Il grande pollice

agosto 25, 1999 Contri Alberto

Riabbracciare la ragione, non ascoltare più le lamentazioni
degli uomini buoni, staccare la spina quando è necessario.
Un protagonista di aspre polemiche in Rai riflette sul più improbabile dei mezzi di promozione umana

Vi sono utenti, genitori ed educatori, che teorizzano una nuova resistenza allo spirito dell’epoca televisiva. Grosso modo ragionano così: meno televisione, più tradizione umana. La loro opposizione, tuttavia, ricorda molto quella che si verificò all’epoca della prima rivoluzione industriale quando si pensò che bastasse distruggere i macchinari delle nuove fabbriche per eliminare le contraddizioni sociali che essa avevano prodotto. Non per questo il processo industriale fu arrestato o migliorato. Quattro anni fa vennero in Italia ad un convegno i due sociologi Gilbert e Kubey. Il primo diceva: la televisione sarà tutta digitale, tutto sarà interattivo, diventeremo un grande pollice su un divano che schiaccerà i telecomandi per vedere i film, ordinare la pizza e controllare il conto in banca. L’altro diceva: la televisione continuerà ad essere puro intrattenimento, e quando uno tornerà a casa dopo aver lavorato ore ed ore con un computer davanti, non vorrà più vedere un mouse ma semplicemente godersi, in senso assolutamente passivo, l’intrattenimento che gli verrà offerto. Francamente credo che nessuno dei due abbia totalmente ragione, anche perché trovo che entrambi non abbiano tenuto sufficientemente in conto l’aspetto generazionale: per le nuove generazioni il mouse è il sesto dito e quando questi giovani diventeranno protagonisti dei consumi, anche televisivi, diciamo più o meno tra dieci anni, non avrà più senso porsi questa domanda. La partita la decideranno i nuovi “signori del vapore” perché è evidente che la televisione tematica, la televisione a pagamento, avrà sempre più successo nella misura in cui diminuirà l’offerta gratuita. Ed è chiaro che se si troverà ciò che interessa, anche se con un po’ di pubblicità, su un canale gratuito, lo si preferirà a quello a pagamento. Per questo i nuovi “signori del vapore” sono gli stessi che si agitano sia sul versante dell’offerta in chiaro che del criptato. Nel frattempo prosegue lo strapotere della televisione. Essa determina i riti e i miti. Essa alimenta il mercato, crea i linguaggi. Il discepolo e il continuatore di Marshall Mc Luhan, Derike de Kerkhove, sostiene addirittura che la televisione muta la fisiologia della nostra mente. Di solito è questo l’aspetto che più di tutti ha catturato l’attenzione dei critici. Essi si sono posti la domanda che cosa possa significare per un bambino vedere banditi uccidere col sorriso sulle labbra e poveri cristo morire senza battere ciglio; vedere amori comprati e venduti… Non è difficile registrare un certo comune lamento contro la “bambinaia elettronica” e un’abitudine precoce al teleschermo. Le famiglie danno la colpa alla scuola, i professori ai genitori, questi ultimi alla pubblicità, la pubblicità al mercato… In questo dialogo tra sordi ognuno procede per la propria strada e la Tv spadroneggia. Si deve staccare la spina, come suggerisce Popper e (prima di lui) ammoniva la Chiesa? Se la Tv ha già sostituito la famiglia, va portata anche dentro la scuola o va tenuta rigorosamente fuori? È questa cattiva televisione che produce il mondo in cui viviamo o è questo cattivo mondo che produce la televisione che vediamo? Secondo una fulminante sentenza dello storico Ernest Nolte: “La scienza della comunicazione televisiva è al tempo stesso la più umana e la più impossibile di tutte le scienze”. Il che equivale a riconoscere che gli uomini non sono solo una moltitudine di particelle razionali sulle quali la televisione può spadroneggiare ma sono prima di tutto un impasto spettacolare di memoria, desiderio e libertà irriducibili alle pretese persuasive di qualsiasi media. È tuttavia interessante notare che questo “ritorno a casa” della storia avviene al termine di un secolo dominato interamente dalla parabola del marxismo: all’inizio di questa parabola vi era il programma di assorbire l’etica nella politica e di risolvere la verità del pensiero nell’efficacia dell’azione. La televisione che ne è uscita ha necessariamente sottoscritto il primato dell’economia sull’etica e il primato della politica sull’economia ed ha eretto a proprio giudice inappellabile l’Ascolto come misuratore dell’efficacia di una comunicazione che ha rescisso ogni suo legame con la verità. Mentre alla televisione più popolare sembra rimanere il solo compito di narrare le gesta e le imprese dei furbi, dei divi, dei vincenti.

Non c’è da rallegrarsi se il pensiero rigorosamente fondato ha perso la battaglia a favore delle opinioni e se il diritto di cittadinanza della verità non è ancora riconosciuto né in astratto né in concreto. Conforta, pertanto, ascoltare anche da qualche eminente uomo di Chiesa, che il guaio più radicale conseguente alla scristianizzazione non è stato la perdita della fede, bensì la perdita della ragione.

Anche per questo si tratta di riabbracciare la ragione, ripensare la comunicazione e un medium, quello televisivo, la cui epopea si è compiuta nella lamentazione di troppi uomini buoni rimasti però alla finestra a guardare.

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