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Il Banco Alimentare manda in pensione la formica «ma non la sua missione»

maggio 6, 2012 Carlo Candiani

Intervista a Andrea Giussani, il nuovo presidente del Banco Alimentare: «In questo periodo di forte crisi la nostra sfida è ancora più grande».

Dopo ventitré anni, la formica del Banco Alimentare si riposa. Il nuovo logo è segno di una stagione nuova nell’opera della Fondazione, con un nuovo presidente, Andrea Giussani, eletto il 30 marzo scorso e che rimarrà in carica per il triennio 2012 – 2014.

Presidente, qual è il suo compito nella conduzione della Fondazione Banco Alimentare, alla luce del momento di grave situazione economica che sta vivendo l’Italia?
La sfida è sempre la stessa dalla nascita dell’opera, cambiano però le condizioni esterne che diventano un’occasione per tenere viva l’origine e il motivo della nostra presenza nella società: il recupero dell’eccedenza, il rapporto con le strutture caritative, e la persona sempre al centro dell’attenzione. La crisi sta colpendo anche i donatori, i nostri grandi sponsor, che in questi anni ci hanno aiutato nelle spese di gestione. Purtroppo donano sempre meno e così ci troviamo a far fronte da una parte alla caduta dei proventi e dall’altra alla crescita della richiesta. Questa è la grande sfida, far quadrare il cerchio in questa nuova situazione.

Quali sono le priorità d’intervento che più vi premono?
L’aumento della povertà rischia di mantenersi stabile per molto tempo, questo produce un incremento di richiesta di aiuto, nonostante la forte crisi riduca gli uomini alla solitudine, alla vergogna di raccontare i propri problemi, anche con i vicini di casa e a non mettere in comune il proprio disagio. La nostra priorità oggi è fare un salto qualitativo e quantitativo nel soddisfare le richieste più pressanti degli enti assistenziali che confidano nel nostro intervento. Che ricordo, non consiste nel comprare cibo, ma nel recuperare gratis eccedenze prodotte dalle aziende del settore.

Esiste anche un piano culturale in cui è impegnato il Banco Alimentare. Parlo della coscienza dell’utilità del recupero dell’eccedenza.
In questi anni abbiamo coinvolto molte industrie produttrici dell’agroalimentare e alcune catene della distribuzione, che si sono convinte dell’importanza di quest’opera sociale ma anche del loro vantaggio economico nel recuperare le confezioni piuttosto che distruggerle. La Fondazione deve anche operare in modo da bypassare un certo pudore che i manager hanno nell’ammettere eccedenze: potrebbero essere considerate il risultato di cattiva gestione. Sta a noi creare un circuito fiduciario con queste realtà: un lavoro di grande pazienza e sensibilità.

Rapporto con l’industria, ma anche con le istituzioni e le amministrazioni. Un grande lavoro si sta svolgendo a livello di Federazione dei Banchi Alimentari con i rappresentanti politici europei.
Ci preme in questo momento il rapporto con l’Unione Europea. Il rischio concreto è che nel 2014 gli aiuti di Stato, previsti ora, vengano a mancare. Anche se ci adopereremo in pressioni sui parlamentari europei, in Italia tra un paio d’anni potremmo essere costretti a diminuire di ben quarantamila tonnellate la capacità di cibo distribuito: un buon 50 per cento in meno. Per ovviare a ciò, ci stiamo già attrezzando per un programma di forte incremento di presenza sul territorio.

La giornata nazionale della colletta alimentare e il recupero quotidiano di Siticibo, sono iniziative riuscite e apprezzate. Ma qual è il richiamo che dà senso al vostro impegno e a quello delle migliaia di volontari?
Al centro di tutto deve esserci l’attenzione alla persona. Il sostegno contro l’indigenza alimentare è voler sottolineare il senso della vita. Le faccio un esempio: le strutture caritative che si affidano a noi nel recupero del cibo, possono in questo modo dedicare più tempo al rapporto personale con i loro assistiti. Il Banco Alimentare onora così il principio sussidiario. Per quanto riguarda i volontari, che donano gratuitamente il loro tempo, voglio ricordare una frase di don Julián Carrón: “Chi ci incontra resta così colpito che gli viene voglia di partecipare a ciò che è stato dato a noi”. Io penso che la rete dei Banchi Alimentari renda perfettamente l’idea di questa forza: chi si avvicina ai nostri volontari scopre un modo di lavorare insieme talmente bello da volerlo provare. Questo è il contagio del volontariato positivo.

Riuscite a comunicare efficacemente la vostra opera?
Ormai la dizione “banco alimentare” è diventato di uso comune e ne siamo orgogliosi. Questo però genera problemi quando altre associazioni, in buona fede per carità, ma non collegate con noi, se ne appropriano indebitamente. Nei prossimi mesi insisteremo a livello mediatico sul nostro brand, proprio per scongiurare abusi e dannose confusioni. La formica del nostro logo storico non è stata soppressa con violenza, ma abbiamo deciso che un marchio più semplice potesse essere meglio ricordato.

Prossime iniziative in cantiere?
Un convegno pubblico, l’11 giugno a Milano, dove presenteremo una ricerca sullo spreco, realizzata con il contributo del Politecnico di Milano e la Fondazione per la Sussidiarietà.

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1 Commenti

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