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«I tibetani si danno fuoco perché per i cinesi le loro vite valgono meno di quelle dei cani»

marzo 7, 2012 Leone Grotti

Tre tibetani si sono auto-immolati negli ultimi tre giorni a causa della repressione cinese. Intervista al tibetano Chodup Tsering Lama: «Non possono studiare la propria cultura, lavorare in posti statali, educare i propri figli, muoversi: presto non potranno neanche più respirare liberamente. Cosa possono fare per gridare la loro sofferenza?».

Almeno ventisei tibetani si sono dati fuoco in Cina negli ultimi tre anni, cinque solo il mese scorso, tre negli ultimi tre giorni. Spesso sono monaci e monache, a volte ragazzi o ragazze di neanche 20 anni, ieri una madre ha deciso di suicidarsi in questo modo. Le auto-immolazioni sono sempre più frequenti nelle aree tibetane, occupate dal regime comunista cinese a partire dal 1949-1950 con Mao Tse-tung. «La maggior parte delle persone che sceglie di darsi alle fiamme come gesto estremo di protesta vive ad Aba, piccola città a maggioranza tibetana della provincia cinese del Sichuan. Darsi fuoco è un gesto estremo, disperato: ma come si può rimproverare delle persone che non hanno altro modo di far conoscere la propria sofferenza al mondo se non quella di auto-immolarsi?». È il tibetano Chodup Tsering Lama a raccontare a tempi.it le condizioni in cui la sua gente vive oggi in Cina. Chodup oggi vive a Milano, dopo essere scappato dal Tibet nel 1960 all’età di cinque anni ed essersi laureato in India. È membro della Casa della cultura del Tibet, associazione che in Italia cerca di diffondere la cultura e la storia del “Tetto del mondo”.

Negli ultimi due anni sono tanti i popoli oppressi ad essersi ribellati contro il proprio governo: Egitto, Libia, Yemen, Tunisia, Siria. Ma di auto-immolazioni se ne sono viste pochissime. È una forma di protesta legata alla religione buddista tibetana o alla vostra cultura?
Assolutamente no. La cultura tibetana non è violenta, le auto-immolazioni non sono legate al nostro costume. È un gesto estremo, disperato che i tibetani si sono ritrovati costretti ad abbracciare. Se nei paesi arabi non si sono visti gesti di questo tipo è perché la situazione è diversa.

Anche quei popoli erano governati da regimi dittatoriali.
Sì ma non erano in uno stato così disperato. Nei paesi arabi hanno almeno la libertà di protestare e scendere in piazza, urlare slogan ed esprimere il dissenso, la volontà di essere liberi. In Tibet non si può esprimere la propria ideologia politica, i propri desideri, non si può praticare la propria fede, educare i figli alla cultura e tradizione della propria terra, non ci si può muovere liberamente. Un gesto estremo come darsi fuoco indica che non c’è altro modo per far conoscere la propria sofferenza al mondo occidentale, che si riempie la bocca in continuazione di diritti umani ma non fa niente per un Tibet che da 50 anni subisce la repressione cinese.

Eppure che cosa ottiene il popolo tibetano in questo modo? La Cina non ha in alcun modo ammorbidito il suo controllo sul territorio occupato. Anzi.
Non importa. I giovani tibetani pensano che sia meglio morire piuttosto che vivere in un mondo dove tra poco non avranno neanche più il diritto di respirare. Il Tibet è buddista e non violento, la nostra religione si basa sull’amore e la compassione. Auto-immolarsi è un gesto non violento: chi lo fa sa benissimo che con un attacco kamikaze potrebbe fare molta più notizia, facendosi esplodere in un mercato farebbe parlare di sé molto di più. Ma sarebbe un gesto violento e i tibetani rifiutano la violenza. Se non hanno risultati concreti è anche per colpa dell’Occidente, che al contrario di quanto ha fatto con i paesi arabi, non si occupa del Tibet. Nessuno osa, nessuno ha il coraggio e la fermezza di opporsi al regime cinese. Loro pensano di potere fare tutto perché sono una potenza economica e l’Occidente dimostra che è così ogni giorno di più che sta a guardare.

Lei, da tibetano, come giudica le auto-immolazioni.
Personalmente sono contrario ma apprezzo la fermezza, il coraggio, la determinazione dei monaci e delle monache, di ragazzi e ragazze che si offrono per una causa giusta. Non voglio però dire che darsi fuoco sia l’unica forma di protesta valida. Il punto, del resto, non è se sia giusto o meno o se questa protesta sia adatta a quest’epoca: il punto è che se non si trova una soluzione, se i cinesi non alleggeriscono la loro brutale aggressione e oppressione, i tibetani saranno costretti ad agire in questo modo.

Questa è la linea ufficiale del governo tibetano in esilio in India?
No. Questi fatti avvengono contro la volontà e il desiderio del Dalai Lama, che ha sempre cercato di dire ai tibetani di non sacrificare così la propria vita. Io rabbrividisco ogni volta che sento di una auto-immolazione ma il mondo non ha ancora dato una risposta alla mia gente. L’Occidente è responsabile e oso dire “complice” degli atti atroci dei cinesi. Loro credono di essere i padroni del mondo e noi glielo confermiamo con la nostra remissività.

Nell’ultimo anno ma soprattutto negli ultimi mesi sempre più tibetani scelgono di darsi fuoco. Perché?
Succede soprattutto ad Aba, che si trova nella provincia cinese del Sichuan. Qui la repressione è molto pesante, le restrizioni della libertà sono continue. In più la gente di quella zona è fiera, sono tibetani determinati e coraggiosi, anche ottusi. La zona è stata completamente isolata dall’esercito: i giornalisti non possono entrare, neanche i turisti cinesi, tutto succede a insaputa del mondo. Noi abbiamo notizie grazie a i cellulari, ci sono delle fughe ogni tanto, ma ora hanno introdotto una legge che non permette di aprire un account e-mail o un contratto telefonico senza rilasciare tutti i propri dati personali. Così il controllo è totale.

Il Dalai Lama ha detto spesso che i tibetani vivono «un inferno». Che cosa significa?
Quando si parla di repressione si parla di questo: innanzitutto erano un popolo indipendente, che ha perso il proprio paese. Devono vivere come cinesi a livello di stile di vita, e questo va bene, ma anche culturalmente. Devono agire contro il proprio volere. Poi non sono liberi di praticare la religione, essendo nomadi e pastori per la maggior parte, devono insediarsi per forza in un posto fisso e non possano avere più di un numero stabilito di bestie. I giovani ragazzi devono studiare cinese ma non possono studiare lingua e letteratura tibetana. Non possono avere un lavoro statale perché solo i cinesi possono essere assunti in quelle cariche. Su qualunque attività economica hanno più tasse. Ci sono dei centri che insegnano la cultura tibetana e che vengono minacciati ogni giorno. Insomma, i cinesi ti fanno capire che la tua vita è peggio di quella di un cane. Se tutto questo andasse avanti da due o tre anni, si potrebbe sopportare, si soffre, ma è da cinquant’anni che tutto questo va avanti, che non possono ascoltare il Dalai Lama, vederlo, studiare la propria storia. Per questo ci si auto-immola.

Lo studioso di etnia cinese Han ha proposto per il Tibet il “modello Wukan”, il villaggio che si è ribellato al regime e che è riuscito ad ottenere elezioni locali libere e senza brogli.
Il Tibet non chiede più l’indipendenza da anni. C’è bisogno di una via di mezzo, di un compromesso, un autonomia vera: questo è da sempre l’obiettivo del Dalai Lama e del governo in esilio. Ormai il numero dei cinesi supera quello dei tibetani, quindi l’indipendenza ormai non ha più senso. Però i tibetani potrebbero essere autonomi. Il Dalai Lama ha fatto un enorme favore al governo cinese abbandonando la politica dell’indipendneza ma il governo non si fida di nessuno e non cambia mai, non scende mai a patti. Speriamo che i nuovi presidente e premier cinesi, che verranno eletti in autunno, non siano stupidi come quelli di adesso. Allora forse potrebbero esserci dei passi avanti.
twitter: @LeoneGrotti

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2 Commenti

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