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Giuditta Boscagli: Te Deum laudamus per il cammino dal carcere all’altare

gennaio 5, 2015 Giuditta Boscagli

Non vedevamo l’ora di entrare in chiesa, metterci in ginocchio e consegnare per sempre il bene che ci vogliamo. Affidarlo a Chi ce lo ha regalato in circostanze così poco usuali, piene di ansie e gioie

sposiCome da tradizione, anche nel 2014 l’ultimo numero del settimanale Tempi è interamente dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso firmati da diverse personalità del panorama sociale, culturale e civile italiano e non solo. Nella rivista che resterà in edicola per due settimane a partire dal 31 dicembre, troverete, tra gli altri, i contributi di Angelo Scola, Asia Bibi, Louis Raphaël I Sako, Fausto Bertinotti, Luigi Amicone, Renato Farina, Mattia Feltri, Fred Perri, Aldo Trento, Pippo Corigliano, Annalisa Teggi, Alessandra Kustermann, Mario Tuti.

Pubblichiamo qui il “Te Deum” di Giuditta Boscagli, insegnante. Quest’anno ha pubblicato per i tipi di Itaca Il cuore oltre le sbarre, il libro che racconta in forma di romanzo la storia (vera) di delitto, carcere, amicizia, amore e redenzione dell’uomo che a marzo è diventato suo marito.

Una mattina di gennaio, poco dopo le 6:00, sono stata svegliata da un sms del mio fidanzato: vi era scritta soltanto una data, ma io non avevo bisogno di altro per capire cosa volesse dirmi perché da mesi attendevamo che venisse fissata la camera di consiglio per lui che, dopo più di un decennio dietro le sbarre, aveva fatto richiesta di scontare la pena residua a casa.

te-deum-2014-tempi-copertina-asia-bibiDal giorno dell’arresto era già trascorso parecchio tempo, anni vissuti sempre in buona condotta, con un desiderio reale (sostenuto da famiglia e amici) di riprendere in mano una vita che aveva rischiato di perdersi e spezzarsi per sempre. Il cammino intrapreso, la scelta di iniziare a vivere con gusto non poteva essere passata inosservata a giudici e magistrati e infatti, poco più di un mese dopo, la camera di consiglio si è riunita e dopo pochi giorni ne è stato comunicato l’esito positivo.

Il pomeriggio stesso della scarcerazione, dopo quasi quattro anni di fidanzamento, ho visto scendere dall’auto il mio futuro marito, finalmente certa che non si sarebbe fermato solo per pochi giorni, che non sarebbe stata solo una piacevole parentesi per doverci poi nuovamente salutare. Finalmente era a casa: le porte del carcere non lo avrebbero più atteso.

In quei primi giorni non abbiamo potuto, però, godere fino in fondo di questa gioia perché le preoccupazioni non ci hanno lasciato tregua: il lavoro che avrebbe dovuto svolgere una volta fuori era saltato per motivi legati alla crisi economica e avevamo paura che con esso, oltre allo stipendio, se ne andasse nuovamente la libertà appena riconquistata. Mi sono un po’ arrabbiata con Dio, perché pensavo che potesse risparmiargli almeno questa preoccupazione, dopo tutte le rinunce e i sacrifici che il carcere gli era costato. Allo stesso tempo guardavo con curiosità quel che stava accadendo perché ero certa che quel che il Signore aveva in mente per noi non poteva essere un male.

Una cerchia di amici ci ha sostenuto e ha cercato con noi un nuovo impiego, facendoci sentire accompagnati e abbracciati. Io non smettevo di pregare perché potesse non solo trovare un lavoro, ma riprendere a fare il suo mestiere e in un luogo in cui esprimersi al meglio.

La sorpresa di san Giuseppe
Il 19 marzo, giorno di san Giuseppe, gli ha telefonato un carpentiere che cercava un fabbro con esperienza: un uomo meraviglioso che lo ha guardato per quel che vale e non per gli errori compiuti in passato, che non si è lasciato spaventare nemmeno dalla burocrazia che la sua situazione impone e che lo ha accolto nella propria officina con quel calore umano che io avevo desiderato e domandato per lui.

Nel frattempo, in cinque settimane, abbiamo organizzato il matrimonio tanto atteso, considerando ogni incombenza come la possibilità di prenderci cura dei nostri invitati (abbiamo confezionato una quantità indefinibile di bomboniere, allestito il salone per il buffet, coinvolto amici e parenti nell’organizzazione della giornata).

Non vedevamo l’ora di entrare in chiesa, di metterci in ginocchio davanti all’altare per ringraziare Dio di averci donato l’una all’altro e di averlo fatto nelle circostanze così poco usuali che ha scelto per il nostro fidanzamento e che sono state per noi il segno più evidente della Sua cura amorevole. Desideravamo arrivare a quel giorno per affidare e consegnare per sempre il bene che ci vogliamo a Chi ce lo ha donato.

Il 29 marzo è stata una giornata meravigliosa perché è stato per tutti evidente che Dio, padre buono e fedele, ha condotto ciascuno dei nostri passi fino a quel sì, ha atteso i tempi e la libertà di ciascuno di noi due.

Circondati da parenti e amici, abbiamo visto con una potenza ancora più grande che gustiamo tanto la vita perché non siamo mai stati soli: intorno a noi c’era un popolo intero che ha condiviso ansie e gioie di questi quattro anni e che con noi ha consegnato il nostro cammino all’Unico che ogni giorno lo disegna perché sa dove esso è diretto.

Tanta Grazia da restituire
In questi anni abbiamo ricevuto così tanto che mi sono sentita in dovere di restituire a tutti almeno un soffio della Grazia che ci è stata donata e per questo, la scorsa estate, è stato pubblicato il romanzo in cui, in terza persona, racconto la nostra storia. Condividere la nostra vita privata è stata una decisione non banale né scontata per me, ma Dio ci ha affidato una grande speranza e io, sebbene mi senta inadeguata per un tale compito, ho accettato di compiere quel poco che sono in grado di fare affinché tutti ne siano raggiunti.

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