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A cuor contento tiro fuori trent’anni di canzoni

aprile 5, 2012 Chiara Sirianni

«C’è una componente strana, nel vivere. Io lo chiamo mistero». Intervista a Giovanni Lindo Ferretti, leader dei Cccp: Il tour, il progetto di mettere in piedi un teatro equestre, tra vecchie canzoni e nuove consapevolezze. Un punk sessantenne che canta «a cuor contento» e che non può vivere «senza fare i conti con il cimitero, la Chiesa, la stalla».

Torna su un palco, Giovanni Lindo Ferretti. Molto lontano nel tempo da quel giovane folletto spiritato, punk e per di più filo-sovietico, che nella Berlino del 1982 assieme a Massimo Zamboni diede vita ai CCCP. Non canta più bendato: se ne sta lì con le mani in tasca, col suo golf da montanaro, a mettersi serenamente in gioco.  Fregandosene sia di chi si sente tradito dalla sua svolta verso il cattolicesimo e di chi gli dà del “venduto” a Ratzinger, sia di chi gli appiccica addosso il cliché del redento dell’ultimo istante e si scandalizza ad ascoltare versi come «m’importa na sega sai/ ma fatta bene, che non si sa mai».A sguardo dritto e con grande semplicità, Ferretti ripercorre trent’anni di repertorio: a partire dai CCCP Fedeli alla Linea, passando attraverso C.S.I. e P.G.R. fino ad arrivare agli ultimi progetti solisti. Un bel passo, per uno che da anni ha optato per una vita lontana dalle grandi folle, a Cerreto Alpi, in mezzo all’Appennino, a mille metri di altitudine e a molte curve da Reggio Emilia.
Trovarsi a cantare pezzi scritti vent’anni prima, però, non crea alcun disagio. Né al pubblico (che non vedeva l’ora di risentire live alcuni dei più bei brani scritti negli ultimi decenni) né all’ex cantore dell’Unione Sovietica in salsa emiliana. Al contrario, è una splendida metafora di coerenza, sempre rivendicata. Di una vita piena, inquieta, e intellettualmente onesta, senza rinnegare nulla. «Non ho molto da dire, se non farmi una bella risata, di cuore» si schermisce lui. «Sono sempre molto preoccupato, in questi casi…». Risponde di sera, dalla sua casa in pietra, silenziosa. Prima di preparare la cena, tra una tappa e l’altra del tour che lo sta portando in tutta Italia. Accolto da un pubblico variegato e caloroso.
«È tutto così ovattato. C’è chi si aspetta da me troppo. Interviste non ne accetto mai, tranne se diventa un’occasione per vedere vecchi amici. Con la gente parlo volentieri, ma è strano, c’è questa grande voglia di verità, e io non la posso soddisfare. Sono stupito, mi sento molto inadatto al ruolo che mi si vorrebbe assegnare. Sono il contrario degli intellettuali, che pensano di bastare a se stessi. Io non lo credo, e sono un po’ più problematico. Mi ritengo piuttosto inutile, e insignificante». 

Che effetto fa cantare canzoni lasciate ferme per trent’anni?
A pensarci ora, sembra un’altra vita. C’era una chitarra, un basso e io urlavo sempre, sempre. Negli anni Ottanta poi, tornato dalla Mongolia, ero in preda a tensioni e spasmi, guai fisici, disagio, turbe emotive, una merda. Avrei voluto sparire, non vedere più niente e nessuno. Fa l’effetto di una psicoterapia selvaggia. È come quando ti metti sul lettino dello psicanalista, per cercare di andare avanti, perché sei a un punto fermo. Non ci sono mai andato, ma immagino si tratti di questo. Io mi metto lì e tiro fuori trent’anni di canzoni. E ogni tanto sono costretto a dire qualcosa. Anche per il mio pubblico è una sorta di seduta terapeutica: vieni a fare i conti con un lungo pezzo della tua vita. Ci sono persone che attorno ad alcune frasi si sono innamorate, si sono sposate. C’è chi mi ha detto di aver voluto Annarella al funerale di un’amica, di un parente. Il ritrovarsi somiglia a un incontro tra vecchi amici. 

Perché chiamare un tour “A Cuor Contento”?
Perché sono sempre stato tutto il contrario. Un’inquietudine fatta corpo. Ora invece ho uno sguardo pacificato. Credo che la vita sia un dono, e che un dono debba essere apprezzato in quanto tale. Sono contento in quanto rendo grazie del vivere. Voglio vedere quanto di positivo c’è, anche nella difficoltà e nella disgrazia. Perché la vita è fatta di cose molto diverse tra di loro: c’è uno spazio forte per la meraviglia, uno spazio forte per la tragicità. Per scoprirne il senso, c’è un tempo necessario. L’essere a cuor contento è una forma di preghiera.

C’era il timore di non piacere più? O la sincerità ha pagato?
Non devo dimostrare niente. Di sicuro la dimensione musicale è il modo in cui mi sono mantenuto, nella mia vita. Per tre anni mi sono dedicato solo a mia madre, avevo un’ora di tempo libero al giorno. Quando lei è morta, e la vita è diventata vuota, di colpo sono arrivate le proposte, le persone. Sto lavorando come un matto, dal fare lo stalliere allo scrivere un libretto d’opera. L’abbiamo musicato, l’abbiamo registrato. Credo sia un bel pezzo della mia vita, questo. Immagino sia anche l’ultimo, dato che ho sessant’anni, ma non sono mai stato un tipo che tende alla pensione, io. Non so neanche bene perché è successo, ma è ho colpo d’occhio molto rasserenato sul passato. Comprese le bassezze. Non ho grossi problemi di carattere intellettuale: le cose accadono, devono essere fatte. Anche per garantire la sopravvivenza ai musicisti, ai tecnici, e ai club. Il lavoro è necessario.

Cos’è cambiato rispetto a quando salivi sul palco bendato? 
Sono molto stupito della mia tranquillità, era una scommessa. Canto con una leggerezza che non potevo presupporre, che non osavo immaginare, finché non sono salito sul palco per la prima volta. Mi stupisco persino che ci sia della gente che mi viene a vedere. Un concerto è la relazione di due poli, quello che c’è su un palco e quello che arriva dal pubblico. È persino imbarazzante dirlo, ma mi sono trovato a percepire un grandissimo affetto, e rispetto. Reciproco. Le poche chiacchiere che mi capita di fare non fanno altro che dimostrarmi la legittimità di una storia. 

Ci sono canzoni a cui è stata cambiato qualcosa, arrangiamenti a parte?
Morire, per esempio, in cui cantavo “produci, consuma, crepa”. Ai tempi del consumismo aveva senso, ora che la gente fatica ad arrivare a fine mese, no. Oppure Radio Kabul, l’emittente radiofonica afgana. Allora il mondo era tutta un’altra cosa: esisteva l’Unione Sovietica, il muro di Berlino. Sembra preistoria. Per me continua a essere un’immagine fortissima. Ma siamo nel 2012, e ho cercato di mettere sul piatto, con una canzone, quello che mi evoca oggi quel canto. Un posto ben preciso, e la comunicazione che passa attraverso quel posto. Mi sono chiesto: cosa dice a me, a Cerreto Alpi, tra i miei cavalli, questa musica? Dice ancora un sacco di cose. 

La scelta di vivere a Cerreto porta con sé l’impressione di una vita un po’ da eremita, fuori dal mondo. È così?
Questo perché c’è l’idea che la vita sia legata alla dimensione urbana. Al massimo costiera. Quando vivere le terre alte è un’esperienza che gli uomini fanno da millenni. Sono molto affascinato dalla materialità del vivere. E credo che per vivere in montagna sia necessario avere un rapporto con la terra, e con gli animali. Gli uomini non devono ridursi alla costruzione di una torre di Babele. Io diffido dalle cose cerebrali. Dio mi ha fatto montanaro, e i montanari hanno la testa dura. Ho scelto di fare questo tour perché voglio mettere in piedi una cooperativa agricola. E una cooperativa culturale, perché non è necessario occupare un centro sociale per proporre un’idea di cultura contemporanea. Sto lavorando anche alla costruzione di un centro equestre, giocato sull’idea di educazione. 

Perché proprio i cavalli?
È sano prendersi cura e imparare a gestire un animale che ha molta più forza di te. E poi hanno una gran forza evocativa. Ho deciso di creare un teatro equestre, in grado di mettere in scena la storia dei miei monti. Il cavallo ha avuto un gran peso nella storia dell’umanità, al netto delle ideologie animaliste, che lo vede come un animale di affetto, quasi da compagnia. Sul cavallo si è costruita una civiltà. Mi sono detto che se è vero che la bellezza salva l’uomo, l’uomo non può non salvare il cavallo. Perché sulla bellezza dell’uomo e del cavallo, si è fatta la storia. Non vorrei che sembrasse retorico: sono pensieri bassi i miei, economici anche. Garantire la sopravvivenza a un gruppo di persone, e di animali e a una valle che non offre grandi possibilità lavorative. Ed è partita questa avventura. Faremo tre spettacoli, a maggio, a Reggio Emilia, e voglio farli nella maniera più semplice possibile. Un teatro barbarico e montano, giocato sugli elementi della creazione. Senza fari, perché il teatro è illuminazione, e permette di giocare. La luce sarà quella del tramonto: ho bisogno che inizi col sole, e finisca con la giusta tonalità di ombra. 

Da punk comunista a cattolico montanaro: danno fastidio le delusioni e le polemiche sul cambio di rotta?
Grazie a Dio la vita è più complessa delle etichette. Sono cose che attendono la quotidianità, semplicemente. La mia conversione è stata conseguente a un ritorno a casa. Non è figlia di chissà che pensieri filosofici. È una cosa molto piccola, legata alla carnalità del vivere. Un ritorno a casa dovuto al fatto che i miei tentativi non avevano funzionato. Io avevo forti aspettative politiche, sociali. Anche tecnologiche. Credevo fosse possibile, con buona volontà, risolvere i problemi che affliggono l’umanità. Sono stato costretto a capire che il problema del bene e del male va oltre la volontà. C’è una componente strana, nel vivere. Io lo chiamo mistero. Non riconducibile a una soluzione tecnica. Il problema del male non è riconducibile alla diseguaglianza sociale, perché affonda nel cuore dell’uomo. E solo una dimensione religiosa può non risolvere, ma contenere e contemplare. 

Perché il cattolicesimo? 
Mi sono reso conto che in tutto quello che avevo frettolosamente abbandonato c’era molta più verità di quel che ero riuscito a mettere assieme girando il resto del mondo. E diventa difficile poi stare in casa senza fare i conti con il cimitero, la Chiesa, la stalla. Mi sono trovato a pensare che l’educazione che avevo ricevuto fosse buona, rispetto a quelle che avevo visto. Un albero lo giudichi anche dai frutti, e non mi è stato dato di conoscere frutti migliori, per quanto buona volontà ci abbia messo. Il pensiero materialista, illuminista, comunista, come molte cose nate a fin di bene, hanno finito per produrre un’infinità di male. Lo stupore di alcuni non lo capisco. Mi sembra tutto molto naturale: avevo dimenticato una serie di cose, ma loro non si erano dimenticate di me. E tutto si è impastato, in una maniera molto vitale.

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