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Giacomo Biffi e quei giudizi ancora pieni di vita e di libertà. Ritratto in sequela, non in memoria

luglio 19, 2015 Renato Farina

L’islam, la fiacchezza dell’Occidente, lo Stato e la Chiesa, il “dono” dei movimenti (con tre noticine). La fede del cardinale si fondava sul fatto di Cristo. E «un fatto non va in crisi»

MONSIGNOR CARLO CAFFARRA E' IL NUOVO ARCIVESCOVO DI BOLOGNA

Questo articolo di Renato Farina, tratto dal numero di Tempi in edicola, fa parte della serie “Ragione Verità Amicizia”, il manifesto dei nostri vent’anni e della Fondazione Tempi (una proposta che si può sottoscrivere in questa pagina).

Giacomo Biffi, italiano e cardinale, non merita una rievocazione, ma la sequela. Sono una piccola compagnia di amici. Era la banda di Venegono. Don Giussani (servo di Dio), il vescovo Manfredini, don Lattanzio, don Costamagna, poi Angelo Majo: il più giovane tra loro era Giacomo Biffi. Diversi di carattere, di temperamento, di carisma. Amavano la stessa persona, amici personali di Cristo. Erano della medesima scuola, non solo teologica (la teologia è una scienza, non basta per vivere), ma esistenziale, e si chiama cristianesimo ambrosiano. Seguivano Gesù in terra, da uomini interi. Sono morti.

La convocazione di papa Wojtyla
Giacomo Biffi parlava in dialetto milanese e in latino. Divenne arcivescovo di Bologna, aveva rifiutato Perugia. Se ne stava a Milano, vescovo ausiliare, e aveva già ridetto di no al nunzio. Finché arrivò la telefonata del segretario del Papa, Stanislaw Dziwisz. «Domani sera ha impegni? È a cena da Sua Santità. Non deve dirlo a nessuno, assolutamente a nessuno». Ma alla perpetua dovette riferirlo. E lei: «Oh Signòr. Sun sicura che lu dal Papa al mangerà nient. Ga prepari ona michetta col jambun». La trascrizione è orribile, da far rizzare i capelli al Cherubini, ma il senso è chiaro: un panino col prosciutto da mettere in borsa. Biffi andò dal Papa prendendo il primo aereo del mattino per prudenza. Infine sale negli appartamenti apostolici. Il Polacco sente le sue ragioni per il no, e poi gli dice: «Ci pensi, glielo chiede il Papa, mi risponda entro…» e disse la data. Biffi a questo punto rispose di sì. Era ormai arcivescovo di Bologna. Si era fatto tardi. Wojtyla gli domandò dove avesse preso alloggio per la notte. Biffi confessò. Da nessuna parte, aveva prenotato l’ultimo aereo per Milano. Il Papa si preoccupò, chiese se ci fosse un’auto disponibile, trovò quella dei pompieri vaticani. Lo portarono in tempo a Fiumicino. Lì Biffi si accorse che non aveva toccato cibo, quasi sveniva per il calo degli zuccheri. Era appena diventato in pectore arcivescovo di Bologna e rischiava di non arrivare alla meta. Avvertì il profumo del “jambun”, del prosciutto. Se lo mangiò con gusto. Poi Wojtyla tutte le volte che lo vedeva lo prendeva amabilmente in giro, sul fatto che non volesse fare l’arcivescovo.

Scriveva divinamente, Biffi. Ironico, sarcastico, senza rispetto per le opinioni del mondo. Era perfettamente consapevole non solo del disastro del mondo, ma del tradimento dei cristiani, se ne doleva, ma non se ne turbava. Non aveva il collo storto dei penitenti per professione. La risurrezione non poteva cancellarla neanche il tradimento dei cristiani. La Chiesa in crisi? E allora, che problema è? «La Chiesa si fonda sull’avvenimento di Cristo, incarnazione morte e resurrezione. Un fatto non va in crisi». Questo gli permetteva di rischiare la verità, senza timore che il dialogo potesse interrompersi. Era della scuola di Giovannino Guareschi. Il dialogo tra Peppone e don Camillo, di cui è stato straordinario esegeta, non si reggeva sull’edulcorazione del buono e del giusto. La franchezza nel dire e la testimonianza della vita. Non è che per dialogare con gli intellettuali liberali si metteva a parlar bene della Rivoluzione francese, o per voler bene agli islamici avesse bisogno di elogiare il Corano. Era convinto che nell’islam ci avesse messo, sin dall’inizio, lo zampino il diavolo. E Dio l’avesse misteriosamente permesso.

Il niente non ha un avvenire
Viene ricordato per le sue profezie sull’invasione islamica (anche se la frase che gli viene attribuita, «non esiste il diritto all’invasione», è dell’allora vescovo di Como, Alessandro Maggiolini). Ma è il caso di notare che più che essere avverso ai musulmani ce l’aveva con gli intellettuali nichilisti, che hanno espropriato il popolo del tesoro cristiano. Sostenne: «Io penso che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la “cultura del niente”, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa “cultura del niente” (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’islam che non mancherà: solo la riscoperta dell’“avvenimento cristiano” come unica salvezza per l’uomo – e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa – potrà offrire un esito diverso». Non il dialogo interreligioso sarà risolutivo, ma la nostra conversione. In questo somiglia a un’altra profezia, di una forza poetica e fanciullesca meravigliosa, dell’amico don Giussani, secondo cui la scimitarra dell’islam sarà fermata dai nostri canti.

Le radici del terrorismo
Si abbatterono fuochi, fulmini e saette. In conferenza stampa Biffi spiegò che non si trattava di impedire la libertà a nessuno. In realtà a quel tempo era previsto dalla politica un razzismo anticattolico. Funzionavano le quote di ingresso, stabilite Stato per Stato. E la selezione privilegiava i paesi africani del Mediterraneo (islamici) rispetto ai latinoamericani. Dopo pochi giorni, il 30 settembre dello stesso anno, Biffi confermò le sue idee. Stilò un elenco delle nazionalità da favorire: latino americani, filippini, eritrei, gli europei orientali. Poi via via gli asiatici disposti all’integrazione. Il criterio è laico, non razziale: «Quello dell’inserimento più agevole e meno costoso». Chiese la «reciprocità» in materia di libertà religiosa con gli Stati islamici. Gli saltarono in testa preti e imam. Don Vitaliano Della Sala, più noto come “don Pistola”, denunciò Biffi per odio razziale. Poi ci fu l’11 settembre. Biffi ribadì le sue idee spiegando che non si può più eludere la “questione islamica” tenendola separata dalla questione del terrorismo, «quasi esso fosse senza radici e senza precise matrici culturali».

A me piace molto di lui il giudizio sulla Rivoluzione francese, che ha il merito di aver sacralizzato il terrore di massa, ma anche di aver diffuso il sistema decimale. Un’ironia così non esiste da nessuna parte.

A proposito della presenza dei cristiani in uno Stato laico, lo intervistai per il Sabato trent’anni fa, dopo il nuovo Concordato. Penso sia un’intervista profetica. Anche sulla presenza nel mondo, sull’obbedienza al Papa, sulla bontà dei movimenti. Ne ripropongo alcuni stralci.

Il Sabato (S): Qual è il futuro del cattolicesimo in Italia dopo il nuovo Concordato?
Biffi (B): «Il cattolicesimo italiano dei prossimi decenni sarà probabilmente provocato a un profondo mutamento da alcune disposizioni del nuovo Concordato: in particolare, la scelta se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di Stato; e la scelta se destinare una piccola aliquota dei tributi fiscali (0,8 per cento) alla Chiesa o ad altre finalità umanitarie. Per tutte e due le questioni, gli italiani – che finora si sono sempre rifugiati dietro le consuetudini e per larga parte hanno sempre evitato di pronunciarsi pubblicamente su questi problemi – si dovranno abituare a uscire allo scoperto e a prendere posizione a proposito della loro fede e della loro religione. Questo prevedibilmente comporterà il passaggio da una cristianità molto ampia, ma generica e impersonale, a una cristianità forse più ristretta, ma più consapevole, attiva, personalizzata».

S: Quali rapporti ritiene siano auspicabili tra Stato e Chiesa?
B: «Mi auguro che lo Stato diventi più “laico” di quanto non è mai stato in Italia, cioè non si faccia portatore di nessuna ideologia né propugnatore di nessuna soluzione specifica ai grandi problemi umani, ma piuttosto si adoperi positivamente a favorire la libera espressione di tutti i legittimi raggruppamenti. Entro il quadro di questo Stato “laico” (né cattolico né anticlericale né marxista né radicalborghese eccetera) e veramente rispettoso di tutte le culture, mi auguro l’avvento di una cristianità dalla identità precisa e dalla chiara determinazione di essere viva e vitale. Il che suppone tra l’altro che la comunità cristiana abbia la reale possibilità di avere le proprie scuole, i propri spazi di vita associata, i propri istituti di orientamento (come ad esempio i consultori matrimoniali) eccetera. In definitiva, si auspica il sorgere di una comunità cristiana con una libertà non puramente formale e giuridica, ma effettiva e praticabile, di essere se stessa e di vivere e operare secondo i propri princìpi: una comunità cristiana che non rivendica per sé nessun privilegio, ma che rivendica energicamente per sé e per tutte le altre aggregazioni gli stessi sostanziali diritti».

S: Come mai in Europa si registra un indebolimento dell’identità cristiana e come rimediarvi?
B: «Il mondo occidentale – sazio e senza ideali – è la controprova sperimentale della verità di un pensiero di Cristo: è molto difficile ai ricchi entrare nel Regno dei cieli. Più che richiedere che la morale e la legislazione della Chiesa siano meno intransigenti e si adeguino un poco al crescente individualismo e al crescente egoismo delle nostre popolazioni, pasciute, scettiche e moralmente infiacchite, occorre riproporre con forza e con convinzione il Vangelo della salvezza e tornare a ripercorrere tutti la strada regale della croce».

S: I “movimenti”: quale giudizio e quali compiti.
B: «I “movimenti” sembrano a me un grande dono e una grande speranza per la cristianità italiana. Credo che siano la risposta e il soccorso dello Spirito – sempre fantasioso e ricco di misericordia – al languore delle nostre comunità, alle complicazioni strutturali di qualche aspetto della vita ecclesiastica italiana, alla scarsità di autentica ispirazione e di soprannaturale genialità delle nostre scuole teologiche, alla rassegnazione di molti alle grandi difficoltà pastorali dei nostri giorni. Naturalmente purché siano sani, non si assolutizzino e vivano sinceramente la comunione ecclesiale. Io ho più di una volta indicato quali sono, a mio giudizio, i criteri per un discernimento. Il primo è che abbiano vivo il senso della distinzione tra il bene e il male e chiara la consapevolezza che tra il bene e il male è in atto una lotta irriducibile, nella quale non si può restare neutrali. Il secondo è che abbiano la convinzione che Gesù è il Salvatore del mondo e non colui che deve essere salvato dal mondo e dalle moderne ideologie. Il terzo è che usino nei confronti della Chiesa un linguaggio rispettoso, filiale, pieno di amore per la Sposa di Cristo e di ammirazione per la sua soprannaturale bellezza». (…)

S: Che ne dice della diatriba “pessimisti”-“ottimisti”, cui è stata ridotta la diversità di vedute sul presente della Chiesa?
B: «Ritenere che si possano classificare i cristiani in due schiere – i “pessimisti” e gli “ottimisti” – mi pare insipienza singolare e appena credibile. Ogni cristiano è ottimista quando guarda le cose nella loro natura, poiché tutte provengono dall’unico Dio creatore. È pessimista in quanto sa con certezza dalla Rivelazione che tutti gli uomini, presi per se stessi, sono peccatori e “privi della gloria di Dio” (Rm 3,23). Ed è ancora ottimista perché sa che esiste un Padre, “il quale vuole che tutti gli uomini si salvino” (1 Tm 2,4), un Redentore di tutti, che è risorto, vivo e vincitore, e uno Spirito Santo che distribuisce i suoi doni e le sue grazie “come vuole” (1 Cor 12,11), e quindi anche a quelli che noi giudichiamo lontani e a noi ostili».

S: Lei è vescovo di una città comunista. Come vive questa esperienza e come giudica la realtà bolognese?
B: «Bologna appare spesso come un grande enigma: è una città conservatrice e borghese, che da quarant’anni vota l’estrema sinistra; comunista nella sua espressione politica ed edonistica nella vita. Siamo come alla cerniera dei due mondi: qui si sommano le fiacchezze compiaciute del mondo occidentale e le ottusità del marxismo. C’è ancora un senso religioso molto vivo e una grande tradizione di civiltà. La ricchezza umana della gente spiega come qui si possa convivere amabilmente, pur nel possesso di opposte concezioni del mondo. C’è da dire anche che Bologna è troppo intelligente e colta per non rendersi conto che oggi al marxismo non crede più nessuno, né in Oriente né in Occidente. Perciò è avviata anch’essa a “perdere la fede” nel comunismo, anche se continuerà ancora per molto a crederlo una conveniente forma di aggregazione politica e un efficace strumento di potere». (…)

S: In ripetuti interventi non ha cessato di mettere in guardia contro i pericoli insiti nel giornalismo. La sua è una considerazione senza speranza?
B: «Ai giornalisti ho semplicemente detto in due occasioni che sono anche loro – come tutti – in pericolo di perdere l’anima. Il loro pericolo particolare è costituito dal fatto che essi sono professionalmente obbligati a privilegiare la “notizia”, mentre che è salvifica è la verità. Ma ai pericoli si può rimediare e alle tentazioni si può resistere: basterà che, per amore dell’attualità e della sensazione, non pecchino contro la luce, e che trovino nell’amore, nella pietà, nel rispetto per l’uomo il limite invalicabile al loro giusto diritto e al loro dovere sociale di informare e di raccontare».

BOLOGNA GENERICHE CITTA'S: In politica è sempre bene che i cattolici diano vita a un partito da loro guidato?
B: «La questione dell’espressione partitica dei cattolici e della loro unità politica dipende dalle concrete circostanze di una nazione e dalla sua storia. È dunque improprio dare soluzioni universali o trasferire un’ipotesi dall’uno all’altro Paese. In Italia bisogna tener conto del patrimonio tradizionale di cattolicesimo sociale, che si è storicamente espresso in un partito, e soprattutto dell’integralismo ideologico che dal Risorgimento in poi serpeggia in tutto il mondo politico italiano». (…)

S: Collegialità dei vescovi e primato del Papa. È vero che l’una minaccia l’altro?
B: «I vescovi sono, come il Papa, successori degli apostoli. Essi hanno una loro autonomia nell’esercizio del magistero e del ministero pastorale, che non può essere ridotto a pura eco della parola o a pura prosecuzione dell’azione del Vescovo di Roma. Ma al Vescovo di Roma si deve sempre guardare; con le sue direttive bisogna quotidianamente confrontarsi; la comunione con lui non deve essere soltanto un fatto ideale e senza conseguenze operative, ma una consonanza di pensieri, di sentimenti, di scelte operative. E il punto di riferimento non può essere solo la “idea del Papa”, ma la sua persona concreta, con i suoi particolari carismi e i suoi doni. Ogni pontificato ha la sua grazia specifica. Nessun vescovo può permettersi di non cercare di capirla e di non avvalorarsene, se non al prezzo di rendere meno luminoso e fertile il suo episcopato. Personalmente a me pare di trovare in questa dialettica tra primato e collegialità una delle ragioni del fascino della Chiesa di Cristo. Non c’è, nella verità del mistero ecclesiale, nessuna tensione, ma piuttosto un sostegno e un arricchimento reciproco all’interno dell’ammirevole disegno del Signore».

Naturalmente, dette queste cose, lette e corrette puntigliosamente, a voce aggiungeva, facendo riferimento anche a se stesso: «Io mi commuovo e mi entusiasmo perché ci sono asini che sono vescovi». Asini che portano in groppa Gesù in Gerusalemme.

Foto Ansa


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4 Commenti

  1. Filippo81 scrive:

    Grazie di cuore a Renato Farina per l’eccezionale articolo su quel grande uomo che era , anzi che è ,il Cardinale Biffi.Le sue riflessioni sono più che mai attuali.

  2. Martino scrive:

    Se oggi ascoltate la sua voce non indurite i vostri cuori.
    Ogni giorno è necessario convertirsi.
    Solo così chi ti sta a fianco crederà che Cristo è vivo nella chiesa.

    S.E. Giacomo, prega per noi.

  3. Cisco scrive:

    Un grande, non c’è che dire. Anche io mi commuovo e mi entusiasmo perché ci sono asini che sono vescovi; bisogna invece preoccuparsi quando ci sono vescovi che sono asini.

  4. AndreaB scrive:

    W GIACOMO !!!!!!!!

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