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Se in Francia l’estremismo islamico si combatte così, stiamo freschi

settembre 9, 2016 Leone Grotti

Un libro racconta l’esperienza disastrosa di un centro di “deradicalizzazione” per strappare giovani al jihad. Accuse anche al governo di Hollande e Valls

Due argomenti non mancano mai quando si affronta in Europa il tema della lotta al terrorismo islamico: il ruolo della prevenzione e quello delle leggi. All’interno del primo si inseriscono misure che vanno dal potenziamento dell’intelligence alla deradicalizzazione dei giovani conquistati dall’ideologia jihadista. Molte volte, però, i casi sbandierati come successi dal governo si rivelano dei fiaschi clamorosi. Un giovane studente di 24 anni ha scritto un libro, appena uscito in Francia, per raccontare uno di questi buchi nell’acqua.

CASA DELLA PREVENZIONE. Cellule de déradicalisation. Chronique d’une désillusion (Cellula di deradicalizzazione. Cronaca di una disillusione) è il titolo del libro scritto da Julien Revial, che racconta la sua esperienza all’interno di una struttura aperta nell’estate del 2014 con lo scopo di aiutare i giovani a uscire dal tunnel jihadista in Senna-Saint-Denis, uno dei tre dipartimenti dai quali sono partiti più giovani per la Siria.
Il racconto di Julien, scrive il Figaro, parte dalla primavera del 2014, anno in cui centinaia di giovani scelgono di andare a combattere il jihad. Il governo ha lanciato da pochi mesi il numero verde anti-jihad per incitare le famiglie a segnalare casi di radicalizzazione e Sonia Imloul, che si presenta a seconda dei casi come psicologa, giurista o poliziotta, convince il prefetto a riconoscere la sua “Casa della prevenzione e della famiglia” come centro di deradicalizzazione ufficiale. Imloul riceve anche una sovvenzione statale pari a 35 mila euro.

«PIÙ GIORNALISTI CHE FAMIGLIE». Julien viene ingaggiato per portare avanti il progetto in qualità di coordinatore amministrativo, pur conoscendo poco o niente delle problematiche connesse. L’associazione apre i battenti nell’estate del 2014 e riceve le prime segnalazioni dal numero verde. Non avendo una struttura, gli incontri con le famiglie avvengono nei bar. Poi, in ottobre, l’associazione trova un tetto: un bell’appartamento di 150 metri quadrati con terrazza.
Giornali, radio e televisioni si fiondano per raccontare la storia del centro e molte famiglie si trovano costrette a parlare controvoglia con i giornalisti senza essere state avvisate. «Ricevevamo molti più giornalisti che famiglie», scrive Julien nel libro. Imloul millanta in diverse interviste di lavorare con una dozzina di esperti, tra giuristi, educatori, psicologi e criminologi, mentre in realtà «eravamo al massimo in cinque, compresa lei. E non c’era nessun criminologo». Anche i successi della struttura vengono gonfiati, visto che per Julien sono state seguite davvero non più di tre famiglie.

cellule-de-deradicalisation«GOVERNO CI HA USATO». Pure il finanziamento di 35 mila euro è gestito in modo oscuro. I dipendenti della struttura – secondo la versione di Revial – non vengono pagati, a parte la prima mensilità ricevuta ad agosto, nonostante dall’affitto avanzino oltre 10 mila euro. A fine 2014 tutti sono già decisi ad abbassare la saracinesca della “Casa della prevenzione e della famiglia”, ma il ministro degli Interni Bernard Cazeneuve esalta pubblicamente il centro, va a mangiare con il personale il 20 dicembre del 2014 e promette altri 30 mila euro di fondi entro gennaio. Il denaro però non arriva. «Ci hanno usato come vetrina mediatica, che permetteva allo Stato di mostrare che agiva con forza per combattere la radicalizzazione, senza però mettere a disposizione i mezzi per farlo davvero», continua Julien.

CHIUSURA DEL CENTRO E INCHIESTA. Quando lo studente si accorge che i problemi reali delle famiglie non vengono affrontati e che su internet compare un annuncio per subaffittare a studenti universitari parte della struttura, decide di mollare: «Dovevamo essere una cellula ultrasegreta, il cui indirizzo doveva restare segreto, e invece ci stavamo trasformando in un ostello della gioventù». Nel giugno 2015, insieme ad altri dipendenti, Julien informa le autorità che il centro non funziona. Imloul viene indagata e ad agosto, poco più di un anno dopo l’apertura della struttura, lo Stato termina la sua cooperazione.
La Casa della prevenzione e della famiglia chiude, mentre Julien si chiede come abbiano potuto le autorità lasciare un progetto tanto importante nelle mani di sprovveduti. «Se ho scritto questo libro è per le famiglie», perché le cose migliorino, «per mostrare che la politica di prevenzione funziona molto peggio di quanto si pensi». A François Hollande e Manuel Valls converrebbe farci i conti.

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2 Commenti

  1. Sebastiano says:

    “…Julien si chiede come abbiano potuto le autorità lasciare un progetto tanto importante nelle mani di sprovveduti…”

    Hanno usato la stessa procedura “per l’integrazione” messa in campo per le banlieues e per i molenbeek o i bradfordistan.
    Con tanti ringraziamenti da parte dei “moderati”.

  2. Menelik says:

    Purtroppo PER TUTTO IL MONDO, l’ascesa del jihadismo e l’immigrazione in Occidente sono due fenomeni cascati proprio negli anni dei governi delle sinistre, a Washington con Obama, a Bruxelles e in buona parte degli stati europei.
    E le sinistre hanno impostato la risposta a questi fenomeni su basi completamente sbagliate, fondate sui loro dogmi sociologici, che non hanno riscontri nella realtà, come le teorie economiche centraliste dei Paesi socialisti prima del tracollo del 1989.

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