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Fa più danni la propaganda che la zanzara. Il caso Zika

febbraio 19, 2016 Leone Grotti

Per ora né i numeri né la scienza consentono di mettere in relazione il virus con le microcefalie. Allora perché insistere che è necessario far abortire le donne?

«Zika è un’emergenza di salute pubblica di portata internazionale». L’ultima epidemia classificata in questo modo dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata Ebola, che in Africa occidentale ha ucciso 11.315 persone. Anche Zika in realtà potrebbe causare la morte di migliaia di esseri umani, ma solo se l’ossessiva campagna mediatica e istituzionale a favore dell’aborto nelle zone colpite dal virus avrà successo.

VIRUS DEBOLE. Il polverone sollevato negli ultimi due mesi dai grandi quotidiani internazionali è enorme, ma non sembra essere giustificato. Il nodo cruciale per quanto riguarda un virus conosciuto da più di 60 anni, che nell’80 per cento dei casi è asintomatico mentre nel restante 20 per cento provoca una lieve febbre che passa senza bisogno di medicine, è una sospetta relazione di causalità tra infezione delle donne incinte e malformazioni dei bambini alla nascita. L’indiziato speciale, in particolare, è la microcefalia.

L’ANNUNCIO IN BRASILE. Il caso è scoppiato a ottobre, quando il ministero della Salute del Brasile ha lanciato l’allarme per un insolito aumento di casi di microcefalia nello Stato nord-orientale di Pernambuco. I casi sono stati stimati in oltre 1.000 contro una media annuale di 45. Poiché nella regione era stata individuata sei mesi prima un’anomala diffusione del virus Zika, il ministero ha annunciato, pur non avendo alcuna prova, che la microcefalia poteva essere causata dal virus.

ALLARME OMS. A novembre, il 17 per la precisione, l’ufficio regionale dell’Oms (Paho) ha lanciato l’allarme epidemiologico, chiedendo a tutti gli Stati di verificare eventuali incrementi di microcefalie. Zika, infatti, portata dalla zanzara Aedes aegypti, è presente storicamente in Africa ma nel 2007 si è diffusa nel Pacifico e nel 2015 in America meridionale e centrale. In nessun paese oltre al Brasile però si è registrato un anomalo aumento di microcefalie. Ma di quanti casi stiamo parlando?

17 CASI SOSPETTI. Si può già dire che il governo brasiliano ha smentito se stesso. Infatti, secondo i dati diffusi il 2 febbraio dal ministero, dei 4.783 casi sospetti di microcefalia denunciati, ad oggi ne sono stati analizzati davvero solo 1.113. Di questi, solo 404 sono stati confermati e solo in 17 casi su 404 nei bambini è stata riscontrata la presenza del virus Zika. Per ora, dunque, i casi di microcefalia sospettati di essere causati dal virus sono 17. Se nell’intero campione si confermasse la stessa percentuale, parleremmo al massimo di 201 casi (sempre sospetti).

zika-mappaPARAMETRI LARGHI. Questo dato non deve stupire visto che il 21 gennaio, oltre dieci giorni prima dell’uscita del rapporto ufficiale, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie aveva annunciato: «Ci aspettiamo che molti dei casi sospetti vengano riclassificati». Il motivo è semplice: attualmente viene definito sospetto ogni bambino che, ancora nel grembo della madre, presenta la circonferenza della testa leggermente più piccola rispetto alla norma (cioè alla maggioranza). Per parlare di microcefalia, però, servono ben altri parametri.

QUALE CAUSALITÀ? Lo Studio collaborativo latino-americano delle malformazioni congenite (Eclamc), ovvero l’organo preposto a monitorare le malformazioni nell’America latina, ha pubblicato un rapporto, ampiamente ripreso da Nature, nel quale spiega che attualmente sarebbe folle parlare non solo di un rapporto di causalità tra Zika e microcefalia, ma anche solo di un aumento anomalo di microcefalie.

«AUMENTO NON COSÌ ENORME». Secondo i ricercatori, nello Stato di Pernambuco dovrebbero esserci in media circa 45 casi di microcefalia all’anno (nel 2015 il numero riportato dal governo è stato 26 volte più alto). Per Nature, «i dati riportati usualmente dal governo sono largamente sottostimati rispetto alla realtà dei fatti» e per Eclamc l’aumento delle diagnosi appena registrato potrebbe essere dovuto più che altro alle ricerche intensificate. L’unico dato su cui tutti sono d’accordo è che «l’aumento non è così enorme come riportato dal ministero della Salute». Ogni altra affermazione dovrà attendere «ulteriori studi» per essere definitiva.

NESSUNA PROVA. I numeri dunque non sono quelli sbandierati. Ma anche se lo fossero, in alcun modo i dati epidemiologici possono provare che sia il virus ad aver causato le microcefalie. Nessuno infatti fino ad ora, neanche l’Oms, si è espresso su questo punto con certezza. Come ricorda un altro informato articolo di Nature, tanti studi dovranno essere condotti prima di accertare l’eventuale causalità e molti punti chiariti: bisogna dimostrare innanzitutto che il virus sia in grado di essere trasmesso dalla madre al feto e che sia in grado poi di danneggiare lo sviluppo del cervello. In base alle conoscenze scientifiche odierne, un virus con queste caratteristiche «non esiste». Bisogna poi dimostrare come danneggia il cervello, quali tessuti intacca, quando e perché solo nel momento in cui il cervello si forma e sviluppa e non anche dopo.

STRAGRANDE MAGGIORANZA. «Un altro dilemma riguarda il perché queste donne e questi bambini [del Brasile] siano così vulnerabili», conclude Nature. «La stragrande maggioranza delle donne infettate da Zika infatti continuano ad avere bambini sani». Per Albert Ko, epidemiologo della Yale School of Public Health, «ci vogliono più prove, al momento non ne abbiamo. La vera sfida ora è organizzarci e pensare a come prenderci cura dei bambini».

ABORTO COME SOLUZIONE. Già. Perché da oltre un mese ong, associazioni per i diritti umani, governi, gruppi di femministe e perfino l’Onu stanno facendo pressioni al Brasile perché permetta alle donne incinte di abortire. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato l’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, che il 5 febbraio ha chiesto «ai paesi dell’America Latina di lasciare alle donne la libertà di interrompere la gravidanza». Alcuni paesi americani hanno poi chiesto a tutte le donne di stare attente e non restare incinte per almeno sei mesi, altri ancora, ma occidentali, hanno sconsigliato alle donne di andare in vacanza in Brasile. Addirittura, alcuni comitati olimpici hanno riflettuto sulla possibilità di non inviare delegazioni in occasioni di Rio 2016.

«FUORI DA OGNI RAGIONE SCIENTIFICA». «Pensare di fare abortire tutte le donne incinte nelle zone tropicali, che solo potenzialmente potrebbero aver contratto il virus e che, anche in tal caso, solo potenzialmente potrebbero dar vita a un figlio affetto da microcefalia, una malattia dalla gravità variabile, è folle e fuori da ogni ragione scientifica», ha dichiarato a tempi.it Carlo Federico Perno, docente di Virologia all’università di Roma Tor Vergata. «Se poi si aggiunge che le donne in causa sarebbero centinaia di migliaia, come emerge dagli alti tassi di nascite in questi paesi, vorrebbe dire permettere di praticare un’operazione abortiva di massa. E solo in base a un’ipotesi non verificata. Quale medico dotato di un minimo di raziocinio farebbe una scelta simile?».

LA GIORNALISTA MALATA. Come sottolineato dal docente, la microcefalia può avere conseguenze gravi ma anche minime. Ana Carolina Caceres, ventiquattrenne giornalista e blogger brasiliana affetta dalla malattia, lo sa bene: «Quando ho letto che gli attivisti in Brasile stavano spingendo affinché la Corte Suprema legalizzasse l’aborto in caso di microcefalia, mi sono sentita offesa e attaccata», ha dichiarato alla Bbc. «Il giorno in cui sono nata, il medico disse che non avevo alcuna possibilità di sopravvivenza. “Non camminerà, non parlerà, e, nel tempo, entrerà in coma vegetativo finché non morirà”. Ma come molti altri si sbagliava».

RICHIAMO DELLA CHIESA. Alla luce di questi dati, che la campagna di media e attivisti abbia una forte base ideologica è molto più di un semplice dubbio. E la voce di monsignor Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede all’Onu, sembra quella di uno che grida nel deserto: «L’appello all’aborto costituisce una risposta illegittima al problema. La comunità internazionale non deve promuovere una politica così radicale, ma cercare di fermare la malattia e curare le donne e i bambini. Devo ricordare inoltre il dovere di proteggere la vita umana, che sia in buona salute o handicappata». Anche papa Francesco, interrogato a proposito sull’aereo di ritorno dal Messico, ha dichiarato: «L’aborto non è un male minore, è un crimine. È far fuori, come fa la mafia. Un male assoluto. Io esorterei i medici a fare di tutto per trovare vaccini, cure, a questo si deve lavorare». Monsignor Auza ha anche aggiunto: «Per determinare poi un legame tra Zika e microcefalia sono necessarie più ricerche». Che tra tanti attivisti laici e democratici, l’unico a chiedere rispetto per la scienza sia un arcivescovo filippino, è il colmo.

Foto Ansa


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5 Commenti

  1. Pio Dena scrive:

    Il crimine è far nascere individui gravemente malati e farli vivere tra atroci sofferenze per colpa di una superstizione. L’aborto invece non causa al feto (o all’embrione) nessun dolore perché prima di tutto non ha chiesto lui di essere concepito, e poi neanche se ne accorge. Non esiste neanche un sistema nervoso sviluppato. E chi lo dice poi che la vita sia un dono?
    Nel Vangelo Cristo benedice i ventri sterili.
    Buona giornata.

    • Francesco scrive:

      Insomma,se ti ammazzo nel sonno e non soffri,magari in una settimana di grande stress,mi dovresti ringraziare, credo…informo poi che il sistema nervoso e quindi la sensazione del dolore si sviluppano prestissimo nel feto….cosa che la scienza ha riconosciuto solo negli ultimi 50 anni

    • giuliano scrive:

      Pio Dena, il crimine massimo è permettere a gente come te di stare al mondo

  2. Luc scrive:

    « Quand’ero Enea, nessun mi conoscea. Or che son Pio, tutti mi chiaman zio. »

  3. underwater scrive:

    Veramente le compatisce. Parlava delle donne che sarebbero vissute attorno al 70 d.C., ma in fin dei conti anche della mentalità odierna. La compatisce e la condanna.

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